Voto: 5.5/10 Titolo originale: The Terminal List , uscita: 30-06-2022. Stagioni: 2.
The Terminal List 2, recensione: Chris Pratt torna su Prime Video con più azione e violenza, ma qualcosa si è perso
22/10/2026 recensione serie tv The Terminal List di Marco Tedesco
Dopo quattro anni, James Reece torna in una seconda stagione che abbandona la vendetta personale per una cospirazione internazionale. Sparatorie spettacolari e realismo militare non bastano però a compensare una trama prevedibile e personaggi sempre meno interessanti

Dopo quattro anni di assenza, Chris Pratt torna a interpretare James Reece nella seconda stagione di The Terminal List, disponibile su Prime Video dal 21 ottobre. Otto episodi che riprendono le vicende dell’ex Navy SEAL, questa volta impegnato in una cospirazione internazionale tra terrorismo, traffico d’armi e servizi segreti. Un ritorno che punta ad ampliare considerevolmente la portata della serie, ma che finisce anche per sacrificarne l’elemento più interessante: il tormento personale del protagonista.
Basata su True Believer, secondo romanzo della saga di Jack Carr, la stagione ritrova Reece alla deriva nell’Oceano Indiano, dopo aver vendicato la morte della propria famiglia e dei suoi commilitoni. Ancora perseguitato dai ricordi, dalle allucinazioni e da un tumore cerebrale, l’uomo cerca rifugio in Mozambico, finché la CIA non gli propone un accordo: la grazia presidenziale in cambio del suo aiuto per rintracciare un ex alleato apparentemente coinvolto in una nuova organizzazione terroristica.
Parallelamente, la giornalista Katie Buranek (Constance Wu) e l’ex militare Raife Hastings (Tom Hopper) indagano su alcune forniture di armi finite nelle mani sbagliate. Le due vicende si intrecciano progressivamente, coinvolgendo Russia, Ucraina e Medio Oriente in una rete di interessi politici e militari.
La prima stagione aveva un obiettivo narrativo semplice e brutale: un uomo distrutto dal dolore eliminava sistematicamente i responsabili della propria tragedia. Il rapporto tra vendetta, trauma e violenza costituiva il motore emotivo di ogni episodio, anche quando la scrittura indulgeva negli stereotipi del genere.
La seconda stagione sostituisce quella struttura con una cospirazione geopolitica assai più articolata, ma paradossalmente meno coinvolgente. L’attentato terroristico a Londra, le operazioni clandestine, i traffici d’armi e le ambigue alleanze internazionali moltiplicano le sottotrame senza conferire loro altrettanta profondità.
L’inserimento del conflitto russo-ucraino conferisce alla vicenda un’apparenza di attualità, ma la complessità geopolitica rimane sostanzialmente subordinata alle esigenze del thriller. I personaggi si dividono in alleati affidabili, traditori prevedibili e figure istituzionali sospette, secondo dinamiche già esplorate innumerevoli volte dal cinema d’azione americano.
Il problema non è tanto l’inverosimiglianza degli eventi, quanto la mancanza di autentica ambiguità morale: la serie evoca le contraddizioni dell’apparato militare statunitense, ma continua a presentare i suoi protagonisti come guerrieri fondamentalmente giusti, autorizzati a ricorrere a qualsiasi mezzo purché il nemico sia sufficientemente pericoloso.
Sul piano tecnico, The Terminal List 2 dispone di risorse considerevoli. Le sequenze d’azione spaziano dagli scontri nella savana africana alle operazioni antiterrorismo europee, passando per combattimenti ravvicinati, battaglie tra cecchini e assalti con elicotteri.
Il coinvolgimento di veterani delle forze speciali, tra cui Ray Mendoza, già coregista di Warfare, contribuisce alla precisione delle procedure militari, dell’impiego delle armi e delle tattiche operative. La violenza è fisica, brutale e talvolta particolarmente esplicita, lontana dalle coreografie quasi sovrumane di John Wick.
Eppure, la competenza tecnica non coincide necessariamente con l’efficacia cinematografica. Le sparatorie sono numerose e ben orchestrate, ma spesso prive di un coinvolgimento emotivo proporzionato alla loro spettacolarità. Quando gli avversari diventano bersagli intercambiabili e il protagonista sembra sostanzialmente invulnerabile, anche gli scontri più elaborati finiscono per assomigliarsi.
Il confronto con Reacher è inevitabile: entrambe le produzioni Prime Video celebrano protagonisti fisicamente dominanti, ma la serie con Alan Ritchson sa alternare la brutalità a una maggiore ironia. The Terminal List, invece, prende ogni situazione tremendamente sul serio, privandosi di quei contrasti tonali che potrebbero renderne più incisivi i momenti drammatici.
Chris Pratt affronta Reece con un’interpretazione deliberatamente trattenuta, fatta di silenzi, sguardi cupi e tensione fisica. Una scelta coerente con il trauma del personaggio, ma che alla lunga ne accentua la monotonia. L’attore sembra costretto a rinunciare proprio al carisma e alla spontaneità che lo distinguono, riducendo spesso il protagonista a un’espressione di sofferenza permanente.
Funzionano meglio i personaggi secondari, soprattutto Raife Hastings, interpretato da un convincente Tom Hopper, e Katie Buranek, alla quale Constance Wu restituisce determinazione e autonomia. Gabriel Luna offre inoltre una presenza più umana e sfaccettata nei panni di Freddy Strain, mentre Luke Hemsworth interpreta l’ambiguo agente Jules Landry.
Ma la moltiplicazione dei protagonisti evidenzia anche un limite strutturale: le diverse linee narrative procedono a lungo separatamente, ritardando l’ingresso di Reece nella cospirazione principale. Le prime puntate indugiano sul suo isolamento e sulla sua ricerca di redenzione, mentre gli sviluppi decisivi vengono concentrati nella parte conclusiva, producendo un ritmo discontinuo.
Inoltre, i numerosi collegamenti con il prequel The Terminal List: Lupo Nero rendono la visione meno autonoma di quanto dovrebbe essere: personaggi e relazioni acquistano significato soprattutto per chi conosce già lo spin-off.
La seconda stagione di The Terminal List resta dunque un prodotto d’azione tecnicamente solido, capace di soddisfare chi cerca operazioni militari, complotti e violenza senza compromessi. Ma l’ambizione di costruire un universo narrativo sempre più vasto sembra aver indebolito ciò che rendeva interessante la storia di James Reece. Al posto di un uomo che combatteva contro il proprio dolore troviamo soprattutto un soldato impegnato nell’ennesima missione impossibile. E otto episodi di sparatorie non bastano a colmare questa differenza.
Dal 21 ottobre su Prime Video.
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