Titolo originale: Rome , uscita: 28-08-2005. Stagioni: 3.
Roma, 21 anni dopo: perché la serie HBO da 100 milioni di dollari resta un capolavoro incompiuto
27/10/2026 news di William Maga
Disponibile anche attraverso Prime Video, l'ambiziosa produzione HBO–BBC raccontò il tramonto della Repubblica con una libertà narrativa insolita per la televisione dell'epoca. Tra ricostruzioni monumentali, intrighi politici e una seconda stagione segnata dalla cancellazione, ecco cosa la rende ancora speciale

Ventun anni dopo il suo debutto, Roma rimane uno degli esperimenti più ambiziosi e affascinanti nella storia della televisione. Coprodotta da HBO, BBC e Rai Fiction, la serie creata da Bruno Heller, John Milius e William J. MacDonald raccontò la fine della Repubblica romana attraverso due stagioni, 22 episodi e una ricostruzione dell’antichità che, nel 2005, aveva pochi precedenti sul piccolo schermo.
Oggi, con entrambe le stagioni disponibili anche attraverso Prime Video, tramite le opzioni di visione e acquisto proposte dalla piattaforma, vale la pena riscoprirla non soltanto per la sua spettacolarità, ma per un’intuizione narrativa sorprendentemente moderna: raccontare il crollo di una civiltà attraverso le esistenze di chi ne subisce le conseguenze, anziché limitarsi alle imprese dei grandi uomini.
Roma ha certamente contribuito a preparare il terreno per le grandi produzioni seriali degli anni successivi, ma ridurla a un’anticipazione di Il Trono di Spade sarebbe ingeneroso. La sua identità è diversa, e in alcuni aspetti persino più interessante.
La vera intuizione di Roma: due soldati al centro della Storia
La prima stagione si apre nel 52 a.C., negli ultimi anni della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare. Il conflitto tra il generale e Pompeo prepara la guerra civile che condurrà alla fine della Repubblica. Ma accanto a Cesare, Marco Antonio, Bruto e Ottaviano, gli spettatori seguono soprattutto Lucio Voreno e Tito Pullo, interpretati da Kevin McKidd e Ray Stevenson.
I due personaggi non sono completamente inventati. Compaiono realmente nel quinto libro del De bello Gallico, dove Cesare racconta la rivalità tra due centurioni che, durante uno scontro, finiscono per salvarsi reciprocamente la vita. Si tratta di un episodio brevissimo, ma gli sceneggiatori lo trasformano nel punto di partenza di un’intera epopea.
Il contrasto tra i due uomini diventa uno degli strumenti attraverso cui la serie indaga la società romana. Voreno incarna il rigore, il senso del dovere, l’attaccamento alla disciplina e alle gerarchie. Pullo è impulsivo, violento, spesso irresponsabile, ma possiede una capacità di adattamento che il compagno fatica a sviluppare.
Non sono due eroi nel senso tradizionale: tradiscono, sbagliano, uccidono e vengono travolti dalle proprie contraddizioni. Attraverso le loro vicende, la grande politica smette di essere qualcosa di distante e diventa una forza che altera concretamente le vite delle persone.
È qui che Roma trova il suo dispositivo narrativo più efficace: gli avvenimenti storici non costituiscono semplicemente lo sfondo delle vicende private, ma entrano continuamente in collisione con esse. La guerra civile modifica i rapporti familiari, crea opportunità economiche, distrugge le appartenenze e rende precario qualsiasi equilibrio sociale.
Una Roma sporca, colorata e sovraffollata: la rivoluzione visiva di HBO
Uno degli aspetti più impressionanti della serie rimane la ricostruzione della città antica. Lontana dal tradizionale immaginario fatto di templi immacolati e statue bianche, Roma mostra una metropoli caotica, rumorosa, attraversata da commerci, prostituzione, processioni religiose, violenza e profonde disuguaglianze.
Per realizzarla venne costruito negli studi di Cinecittà un enorme complesso scenografico, comprendente il Foro, edifici pubblici, abitazioni e strade popolari. La prima stagione richiese un investimento di circa 100 milioni di dollari, con una lavorazione protrattasi per oltre un anno.
Il production designer Joseph Bennett e i suoi collaboratori privilegiarono un’architettura ricca di colori, iscrizioni, decorazioni e segni d’uso. Le superfici appaiono consumate, gli ambienti abitati, gli spazi spesso affollati. La città non viene presentata come un monumento da contemplare, ma come un organismo sociale.
Determinante fu anche il lavoro della costumista April Ferry, che realizzò oltre 4.000 costumi, molti dei quali prodotti e tinti appositamente. L’abbigliamento contribuisce a distinguere ranghi, disponibilità economiche, funzioni politiche e appartenenze culturali senza bisogno di continue spiegazioni.
Girata in 35 mm, la serie unisce la ricchezza materica delle scenografie a un linguaggio visivo relativamente sobrio. Il risultato non è soltanto spettacolare: l’ambientazione partecipa attivamente alla narrazione, rendendo visibili le differenze sociali su cui si fonda il mondo romano.
Prima stagione: la politica come tragedia familiare
Il vero protagonista storico della prima stagione è naturalmente Giulio Cesare, interpretato da Ciarán Hinds. La sua figura non viene costruita come quella di un tiranno monolitico o di un liberatore senza macchia, ma come un uomo politico capace di combinare carisma, pragmatismo e ambizione.
Attorno a lui, la serie sviluppa un sistema di alleanze personali nel quale amicizia, parentela, denaro e fedeltà politica risultano difficili da separare. Marco Antonio, interpretato da James Purefoy, è contemporaneamente un comandante brillante e un uomo dominato dagli appetiti; Bruto, al quale Tobias Menzies conferisce una vulnerabilità tormentata, si trova diviso tra gli affetti personali e le proprie convinzioni.
Particolarmente interessante è il ruolo delle donne aristocratiche. Atia, interpretata da Polly Walker, e Servilia, affidata a Lindsay Duncan, trasformano le relazioni familiari e sentimentali in strumenti di influenza politica.
La serie attribuisce loro una libertà d’azione drammaturgica che supera ampiamente le testimonianze storiche disponibili. Non si tratta necessariamente di ricostruzioni fedeli delle personalità reali, ma di personaggi attraverso cui gli autori esplorano il funzionamento informale del potere.
Il limite di questo approccio emerge quando le rivalità politiche vengono spiegate soprattutto attraverso desideri, gelosie e vendette private. È una scelta narrativamente efficace, ma rischia di semplificare le cause istituzionali, economiche e militari della crisi repubblicana.
Rimane comunque straordinaria la capacità della prima stagione di far convivere il grande affresco storico con una struttura drammatica intima, senza trasformare ogni episodio in una lezione di storia.
Seconda stagione: l’ascesa di Ottaviano e il peso della cancellazione
La seconda stagione affronta le conseguenze dell’assassinio di Cesare e segue la competizione per il potere tra Marco Antonio e Ottaviano, destinato a diventare Augusto.
Il cambiamento di prospettiva è evidente. Alla progressiva dissoluzione dell’ordine repubblicano subentra la costruzione di una nuova autorità, fondata sulla capacità di controllare non soltanto gli eserciti, ma anche le immagini pubbliche e i rapporti personali.
Ottaviano rappresenta forse il personaggio politicamente più inquietante dell’intera serie. La sua lucidità, il distacco emotivo e l’abilità nel manipolare le regole esistenti contrastano con l’impulsività di Marco Antonio. Dove quest’ultimo consuma il potere attraverso gli eccessi, Ottaviano lo organizza fino a renderlo duraturo.
È anche la stagione in cui diventano più evidenti i problemi produttivi. HBO aveva già deciso nel 2006 di non proseguire oltre il secondo ciclo, soprattutto a causa degli elevati costi. Bruno Heller ha successivamente raccontato che il progetto originario avrebbe dedicato molto più spazio agli eventi successivi alla morte di Cesare, sviluppando l’ambientazione egiziana in ulteriori stagioni.
La conseguenza è un’accelerazione narrativa difficile da ignorare. Eventi complessi vengono condensati, alcuni personaggi cambiano posizione rapidamente e il racconto perde parte della pazienza con cui la prima stagione costruiva i rapporti tra politica e quotidianità.
La seconda stagione rimane intensa, sostenuta soprattutto dalle interpretazioni di Purefoy, Walker e degli attori che incarnano Ottaviano, ma mostra le conseguenze di un progetto costretto a raggiungere in anticipo la propria conclusione.
Quanto è storicamente accurata Roma?
La credibilità della serie non deve essere confusa con una rigorosa fedeltà agli eventi. Roma ricostruisce con grande attenzione la materialità dell’epoca, ma si concede notevoli libertà nella caratterizzazione dei personaggi, nelle relazioni familiari e nella concatenazione degli avvenimenti.
Il caso di Atia è particolarmente evidente: la madre di Ottaviano viene trasformata in una manipolatrice spregiudicata, molto lontana dall’immagine restituita dalle fonti antiche. Anche Cleopatra, interpretata da Lyndsey Marshal, risente di una lunga tradizione cinematografica che tende a rappresentare l’Egitto attraverso sensualità, esotismo e decadenza.
Lo studioso John J. Johnston ha analizzato proprio quest’ultimo aspetto nel saggio The Rattle of the Sistrum: “Othering” Cleopatra and Egypt in Rome, evidenziando come scenografie, costumi e interpretazioni contribuiscano a costruire un’immagine volutamente estraniante della corte alessandrina, non necessariamente coerente con la realtà dell’Egitto ellenistico.
Questo è uno dei punti critici più interessanti della produzione: la ricerca di autenticità materiale convive con convenzioni narrative e visive profondamente moderne. I suoi personaggi appartengono all’antichità, ma vengono spesso interpretati attraverso categorie psicologiche, politiche e sessuali familiari al pubblico contemporaneo.
La serie, dunque, non va considerata un documentario drammatizzato. È una rappresentazione della storia che sceglie consapevolmente quali aspetti valorizzare, trasformando l’antica Roma in uno spazio attraverso cui osservare anche le dinamiche del potere contemporaneo.
Perché Roma resta importante dopo 21 anni
Il valore di Roma emerge soprattutto considerando il panorama televisivo nel quale nacque. HBO aveva già rivoluzionato la serialità con I Soprano, Six Feet Under e Deadwood, ma portare una produzione storica di questa scala sul piccolo schermo rappresentava un rischio economico e creativo considerevole.
La serie dimostrò che la ricostruzione del passato poteva sostenere una narrazione adulta e continuativa, costruita su protagonisti moralmente ambigui, conflitti politici complessi e un universo visivo riconoscibile. Una lezione che sarebbe diventata centrale per molte produzioni successive.
Non tutto funziona allo stesso livello. La seconda stagione soffre della compressione narrativa; alcuni personaggi femminili sono condizionati da stereotipi ricorrenti e la violenza, per quanto coerente con l’ambientazione, talvolta sembra inseguire l’effetto provocatorio tipico della HBO dell’epoca.
Eppure, pochissime serie storiche hanno saputo raccontare con altrettanta efficacia il legame tra potere politico, violenza quotidiana e trasformazione sociale. Il vero lascito di Roma non è aver mostrato un’antichità più sporca o più sanguinosa, ma aver restituito alla Storia la sua dimensione umana, contraddittoria e profondamente instabile.
Dopo 21 anni, è proprio questo a renderla ancora attuale: dietro le battaglie e i complotti, Roma racconta una società che assiste alla fine delle proprie istituzioni senza comprendere fino in fondo quale ordine prenderà il loro posto.
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Perché Roma resta importante dopo 21 anni



