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Voto: 5/10 Titolo originale: Digger , uscita: 28-09-2026. Budget: $130,000,000. Regista: Alejandro G. Iñárritu.

Digger, recensione: Tom Cruise e Iñárritu scavano fino in fondo, ma trovano soprattutto se stessi

30/09/2026 recensione film di William Maga

Una catastrofe climatica, un petroliere texano e oltre 125 milioni di dollari per una satira che vorrebbe essere Il dottor Stranamore dei nostri tempi, ma finisce schiacciata dalla propria ambizione

digger film tom cruise 2026

Bisogna riconoscere a Tom Cruise una certa coerenza: dopo aver passato anni a lanciarsi da aerei, montagne e motociclette, in Digger affronta forse una sfida ancora più rischiosa. Diventare irriconoscibile e passare oltre due ore a urlare dentro una satira ecologista da più di 125 milioni di dollari diretta da Alejandro G. Iñárritu.

Il risultato è esattamente enorme quanto suggerisce questa premessa. Enorme nelle scenografie, nelle intenzioni, nella prova del protagonista e soprattutto nella convinzione di avere qualcosa di definitivo da dire sul nostro rapporto con il pianeta. Il problema è che Digger sembra voler sottolineare ogni singola idea finché diventa impossibile non accorgersene.

Cruise è Digger Rockwell, petroliere texano miliardario, arrogante e praticamente onnipotente, trasformato da protesi, pancetta, capelli diradati, Stetson e accento del Sud in una specie di incrocio tra il Les Grossman di Tropic Thunder e Daniel Plainview. La sua compagnia sta perforando l’Artico quando il suo consulente scientifico Ganesh (Riz Ahmed) gli comunica un piccolo problema: le trivellazioni hanno contribuito a destabilizzare un’enorme massa di ghiaccio che ora si dirige verso l’Europa, minacciando una catastrofe.

Digger reagisce come ha sempre fatto: negando, comandando e cercando qualcuno a cui scaricare la responsabilità. Persino il presidente degli Stati Uniti, interpretato da un John Goodman volutamente sopra le righe, finisce sostanzialmente dentro il suo campo gravitazionale.

I riferimenti sono evidenti. Digger vuole prendere l’apocalisse burocratica de Il dottor Stranamore, la rabbia di Quinto Potere e la satira climatica di Don’t Look Up per costruire qualcosa di ancora più grande e grottesco. Ma è proprio sul terreno della commedia che il film comincia a franare. Iñárritu confonde spesso l’eccesso con la comicità: personaggi che gridano, caricature politiche, gag insistite e situazioni sempre più assurde producono molto rumore, ma sorprendentemente poche risate.

Cruise, almeno, comprende perfettamente il gioco. Parte già a undici e rimane lì, trasformando Digger in un cartone animato umano. È una performance deliberatamente sgradevole e fisica, costruita sul piacere di vedere una delle star più controllate di Hollywood abbandonare qualsiasi misura. Quando il film gli concede finalmente qualcosa di più di una serie di esplosioni verbali, emerge anche ciò che avrebbe potuto essere.

Succede soprattutto nella lunga sequenza davanti a una sorta di parlamento mondiale. Digger smette per qualche minuto di essere semplicemente il miliardario cattivo e restituisce l’accusa al pubblico: tutti condannano l’industria petrolifera, sostiene, ma nessuno vuole rinunciare alle comodità che essa rende possibili. È qui che adotta una retorica apertamente populista: alla presunta ipocrisia delle istituzioni contrappone la propria franchezza, trasformando chi lo accusa in parte del problema. La provocazione funziona perché introduce finalmente un vero attrito nella satira, ma anche perché ne espone una contraddizione:

tom cruise digger film 2026Iñárritu vuole smascherare Digger e finisce per affidargli il discorso più persuasivo del film, senza costruirgli attorno un contraddittorio altrettanto efficace.Attorno a Cruise c’è un cast impressionante che il film sfrutta però in modo sorprendentemente marginale. Ahmed riesce a dare qualche sfumatura al suo scienziato esasperato; Sandra Hüller, nei panni della sorellastra di Digger, resta invece intrappolata in un personaggio quasi soltanto reattivo. Michael Stuhlbarg e Jesse Plemons hanno ancora meno spazio per lasciare il segno.

Visivamente, al contrario, è difficile accusare Digger di modestia. Il ritorno di Iñárritu con il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, insieme alle scenografie di Dennis Gassner, produce immagini deformate, monumentali e a tratti genuinamente inquietanti. La fotografia quasi monocromatica, gli ambienti smisurati e certi improvvisi slittamenti surrealisti costruiscono un mondo che sembra già osservare la propria estinzione.

Poi arriva una svolta narrativa importante che sarebbe scorretto anticipare. Dovrebbe costringerci a reinterpretare ciò che abbiamo visto e spiegare almeno in parte l’artificialità esasperata delle interpretazioni. Invece finisce soprattutto per indebolire il coinvolgimento: apre un livello metanarrativo più interessante sulla nostra necessità di trasformare la realtà in racconto, ma non gli concede abbastanza spazio prima di tornare a Digger e alla sua catastrofe.

È qui che Digger rivela quanto sia coerente con il percorso recente di Iñárritu. Sembra quasi il terzo movimento di un discorso iniziato con Birdman e radicalizzato da Bardo: se nei due film precedenti l’autoillusione passava soprattutto attraverso l’artista, la memoria e l’immagine costruita di sé, qui diventa un meccanismo collettivo. Realtà e rappresentazione continuano a confondersi, ma stavolta sono politica, economia e opinione pubblica a sopravvivere raccontandosi una versione sostenibile dell’insostenibile. Digger fa esattamente questo con la catastrofe che ha provocato, trasformandola in una narrazione nella quale può continuare a essere Digger.

Ed è proprio questa continuità a mettere in evidenza anche il limite del film. Iñárritu vuole raccontare una società incapace di riconoscere i propri limiti attraverso un’opera che sembra a sua volta incapace di riconoscere i propri. La grandiosità non è quindi soltanto una questione estetica: diventa la contraddizione stessa di Digger. Un film che mette sotto accusa l’ego, l’autoillusione e la necessità di trasformare ogni crisi in spettacolo finisce per farlo attraverso un gigantesco spettacolo convinto della propria importanza.

Rimane così un paradosso affascinante. Cruise si diverte a demolire la propria immagine, Lubezki regala al film una scala impressionante e alcune intuizioni colpiscono davvero. Ma Digger continua a scavare anche quando avrebbe già trovato ciò che cercava. E alla fine, dentro quella buca gigantesca, rimane soprattutto l’ambizione di chi l’ha scavata.

Nei cinema dall’1 ottobre.

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