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Dossier | Sei esempi di inconoscibile nel cinema di fantascienza – Parte I (2001: Odissea nello Spazio e Solaris)

17/02/2019 news di Pietro Russo

I film di Stanley Kubrick e Andrej Tarkovskij aprono il nostro viaggio nell’ignoto, dove l’uomo si ritrova denudato delle certezze e posto di fronte a smisurati enigmi

2001 Odissea nello spazio (1968) film

Nella finzione delle opere di fantasia, il bisogno istintivo dell’uomo di confrontarsi con sé stesso e l’universo ci porta molto spesso fuori dal nostro pianeta, a incontrare cose che sfuggono la nostra comprensione. Oggetti misteriosi, corpi alieni, dèi e demiurghi di imprecisata natura, e perfino creature “normali” che trascendono la nostra comune percezione della realtà. Filosoficamente: inconoscibile.

Lo spazio è un luogo oscuro, misterioso, potenzialmente infinito e molto pericoloso, dove l’uomo si ritrova all’improvviso denudato delle sue certezze e posto di fronte a smisurati enigmi. Grazie a un genere variegato come la fantascienza, per dare una sbirciatina all’inconoscibile non serve addentrarci nei labirinti della filosofia né negli abissi della fisica, ma semplicemente “guardare” con occhi ispirati ciò che anche la cultura pop può regalare. La risposta alle fatidiche domande fondamentali è variabile, ma il più delle volte lascia confusi, basiti … illuminati. Proprio come accadeva ai personaggi di Star Trek, il quale era praticamente tutto improntato su quel senso di “scoperta” e sorpresa che colpiva i protagonisti quanto gli spettatori.

I personaggi del noto franchise di Gene Roddenberry erano come indagatori dell’ignoto, ci accompagnavano nelle loro avventure assecondando quella curiosità omerica (e anche un po’ infantile) tipica dell’uomo e posta in loro come missione principale. Star Trek però, in qualità di serie televisiva, risulterebbe dispersiva per un’analisi mirata, oltre ad essere anche fin troppo leggera. Si è quindi optato per il cinema, più concentrato e “denso” di concetti, prendendo sei film di fantascienza e i rispettivi “corpi” inconoscibili. L’elemento comune, nei diversi esempi riportati, sarà l’insufficienza dei mezzi e delle conoscenze umane, che poste davanti a un Infinito, un Incomprensibile, una diversa Realtà, riveleranno tutti i loro limiti ma allo stesso tempo, proprio per questo, renderanno la rivelazione dell’inconoscibile motivo di meraviglia e paura.

Come dei moderni Ulisse dunque, facciamoci legare al divano e lasciamo che il canto delle sirene, ammalianti e mostruose proprio come un vero inconoscibile, ci rapisca.

kubrick 2001 OdisseaSpazio 70mm1. GIRO GIRO TONDO

È conveniente partire in quarta e affrontare subito forse la massima espressione della fantascienza filosofica nel cinema: 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey) di Stanley Kubrick. Il corpo in questione è il famoso monolito (o monolite), l’inconoscibile più “puro” ed elevato e sul quale esiste un’infinità di interpretazioni. Che cos’è quel parallelepipedo scuro e profondo come un buco nero? Perché se ne sta lì, immobile come se ci stesse guardando, sovrastante e maestoso come una divinità incurante? In tutti i quattro capitoli che suddividono il film fa un’apparizione e la sua presenza è seducente e decisamente arcana (merito anche dell’ipnotica colonna sonora firmata György Ligeti).

È un dio che dona ai primati l’intelligenza di usare arnesi, simbolo del progresso che ha condotto gli uomini nello spazio, ma anche del suo uso “deviato” come può esserlo uccidere, che è una delle prime azioni che i primati compiono con il famoso osso. È un artefatto ad opera di una fantomatica civiltà extraterrestre (o esso stesso un extraterrestre?) che invia un segnale altrettanto misterioso. È un portale interdimensionale che trascende la nostra concezione di tempo e spazio e infine ritorna dio che definisce la vita stessa dell’uomo. O è tutte queste cose insieme. Ma queste sono solo “etichette” (come lo sono quelle che seguono), dei “modi” che si rendono necessari nel tentativo di dare una spiegazione a ciò che di spiegabile, in termini di limitata razionalità umana, non ha nulla. Il monolito è un ente astratto nel suo interagire con quello che lo circonda (le sue azioni così come i suoi scopi restano oscuri), e concreto allo stesso tempo: è abbastanza piccolo da poterlo guardare, toccare, misurare con facilità.

Stanley Kubrick in 2001 odissea nello spazio setMa ha un’aura profonda come lo spazio stesso, è magnetico, non si può smettere di contemplarlo. Una rappresentazione geometrico/matematica del vuoto, dell’infinito, di un verità irraggiungibile. Tutto fuorché chiaro. Infatti la peculiarità del monolito di 2001: Odissea nello spazio è che nel film non vi è alcun accenno al capire cosa sia (a differenza del romanzo, dove si danno più spiegazioni). Il protagonista David (Keir Dullea) è freddo, quasi impassibile, come se non fosse consapevole della portata della missione; incarna un’umanità ignara dei propri scopi, che è capace di viaggiare nello spazio ma si è perduta nel farlo. Il progresso tecno-scientifico infatti si rivela inutile se non dannoso (si pensi alla fallimentare e ingannevole intelligenza artificiale di HAL 9000) e all’uomo, rivelatagli la sua caducità di fronte alla grandezza dell’universo, come soluzione dell’enigma non resta che l’accettazione dell’impenetrabile. Forse la risposta di 2001: Odissea nello spazio sul nostro ruolo nell’universo è proprio questa.

Siamo destinati a girare in tondo, come canticchia il “morente” HAL o vediamo nel viaggio finale del nostro David, che invecchia, muore e poi risorge in pochi istanti come un essere superiore. Per quanto saremo capaci di progredire continueremo sempre a rinascere nel vacuo sforzo di trovare un significato all’esistenza, ma la risposta – e il monolito ne è la dimostrazione – è il vuoto stesso. Ed è proprio questo il bello del monolito di 2001: Odissea nello spazio, il suo essere così semplice ed elementare e insieme così irraggiungibile. Proprio perché nel film di Stanley Kubrick non vi è alcuna teoria o anche solo un tentativo di sapere cosa sia o rappresenti ognuno può vederci quello che più si confà alla sua visione di vita. Apparizione, religione, medium, uno specchio interiore o soltanto il nulla, il monolito sarà sempre quello che speriamo, invano, di raggiungere e toccare. Un ineguagliabile esempio di inconoscibile.

Donatas Banionis e Natalya Bondarchuk film Solaris2. MIRACOLI CRUDELI

Dall’altro capo del mondo, quattro anni dopo Stanley Kubrick, è giunto un film altrettanto importante: Solaris (Солярис / Soljaris), di Andrej Tarkovskij. Purtroppo, per quanto il lungometraggio possa essere considerato un classico della fantascienza aulica, non riesce a trasmettere l’immaginario e la precisione scientifica del romanzo da cui è tratto (ancor meno il remake di Steven Soderbergh del 2002). Solo il semi sconosciuto adattamento del 1968 è il più fedele al romanzo ma per la portata filosofica e autoriale, prenderemo in analisi quello di Andrej Tarkovsij con gli opportuni rimandi al libro di Stanislaw Lem.

Solaris è il nome di un pianeta completamente ricoperto di un oceano plasmatico vivente (il nostro secondo inconoscibile), un organismo unico nel suo genere capace di modificare l’orbita del pianeta che, trovandosi fra due soli, non potrebbe ospitare la vita. Ma le “capacità” dell’oceano vivente non si fermano qui. Esso dà continuamente forma a strutture immense e dalle geometrie più o meno comprensibili fatte di plasma solidificato, che dopo un periodo altrettanto imprecisato si disfano. Questo suggerisce che l’oceano non solo sia vivo, ma anche pensante, come un enorme cervello senza forma, cosa confermata dai “rapporti” che intrattiene con gli umani.

Nel libro e nel film diretto da Andrej Tarkovskij infatti l’oceano dà corpo, letteralmente, ai più tormentati desideri (o rimpianti) dell’uomo. L’oceano si rivela capace di ricreare alla perfezione persone morte fisicamente, ma presenti nei ricordi di chi le amava, come emanazioni dell’oceano stesso (i «visitatori», come vengono chiamati, sono fatti di neutrini e sono praticamente immortali in quanto legati all’oceano), ma anche come rappresentazioni ideali del ricordo che si ha di esse. È questo che tortura i personaggi perché ognuno di loro non può separarsi da queste presenze (nel caso del protagonista è la moglie suicida), identiche alle originali ma che sanno essere solo delle “copie”, dei surrogati perfetti come il loro ricordo migliore. La cosa interessante di Solaris, che lo differenzia da 2001: Odissea nello Spazio, è l’instancabile tentativo dell’uomo di capire, di dare una spiegazione, tanto che ha richiesto la formulazione di una vera e propria disciplina scientifica, la «solaristica». Nei cento anni dalla scoperta del pianeta sono fiorite tutte le interpretazioni (nel romanzo si parla di migliaia di trattati e teorie), che però si scoprono del tutto inutili e fini a sé stesse, un mero esercizio di erudizione. L’oceano pensa, ma come? Legge nella mente, andando a scovare i ricordi più profondi e ricreandoli come esatti, se non migliori, duplicati biologici.

Donatas Banionis e Natalya Bondarchuk Solaris filmE ciò dimostra in pieno la limitatezza del nostro modo di pensare e spiegare l’universo. La razionalità rappresentata dalla solaristica ha fallito e la completa incomunicabilità tra forme di vita del tutto diverse è a livelli esponenziali. Solaris però (in più rispetto a 2001: Odissea nello Spazio) esplora anche il concetto di vita stessa e di umano. I tre protagonisti sono scienziati, discutono, litigano cercando di trovare una soluzione. Perché fa così? L’oceano vuole farci un favore o ci tortura, è il suo modo di comunicare, ci fa dei “regali”? Siamo noi che studiamo questa bizzarra forma di vita o è lei che ci sta studiando? Questi visitatori sono da considerarsi umani? Alla fine l’opera si chiude in sospeso, senza risoluzione.

Nel romanzo il protagonista si confronta direttamente con l’oceano, contemplando la sua irraggiungibilità. Nel film di Andrej Tarkovskij, ancora più crudele, si ritrova sulla Terra a casa con la famiglia, ma non è altro che l’ennesima grande illusione di Solaris. Il mistero è destinato a restare insoluto e, come in 2001: Odissea nello Spazio, l’uomo può solo accettare la non risposta o, in questo caso, perdersi nei sogni. Ma se il lungometraggio di Stanley Kubrick era “limitato” – perdonate il termine – dal rivolgersi quasi solo alla concezione del rapporto uomo-universo, Solaris guarda più da vicino l’umana psicologia e probabilmente è l’esempio più solenne e raffinato della fatidica domanda «come possiamo pretendere di conoscere l’universo quando non riusciamo nemmeno a conoscere noi stessi?».

continua …

Di seguito i trailer originali di 2001: Odissea nello Spazio e Solaris:

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