La Mummia: perché il mostro più antico del cinema continua a tornare
21/04/2026 news di William Maga
Le spiegazioni sono molteplici

L’uscita in sala de La Mummia di Lee Cronin non è soltanto l’ennesimo rilancio di un titolo storico. È la conferma che la Mummia, più di molti altri mostri classici, non smette di adattarsi al presente. Il film di Cronin, presentato come una reinvenzione più intima e horror rispetto al passato, sposta il mito verso una dimensione domestica: non più solo tombe e archeologia, ma lutto, famiglia e ritorno traumatico. È un passaggio coerente con la storia del personaggio, perché la Mummia ha sempre funzionato proprio nel momento in cui cambiava forma.
In questo senso, gli studi di Basil Glynn sono particolarmente illuminanti. Nel volume The Mummy on Screen, lo studioso sottolinea come la Mummia sia una figura “proteiforme”, capace di attraversare epoche e generi senza mai fissarsi in una forma definitiva. Non è un dettaglio teorico: è la chiave della sua sopravvivenza. A differenza di Dracula o Frankenstein, la Mummia non è legata a un archetipo unico, ma a un’idea più ampia: il ritorno del passato.
Non a caso, la sua presenza al cinema precede persino il classico del 1932. Già tra fine Ottocento e primi anni del Novecento esistono film che mettono in scena corpi imbalsamati che tornano in vita. Glynn collega direttamente questo fenomeno alla fascinazione occidentale per l’Egitto antico e all’egittomania che esplode dopo le grandi scoperte archeologiche. Il cinema, in fondo, nasce nello stesso momento storico in cui l’Occidente inizia a “riesumare” sistematicamente il passato. La Mummia è già lì: non come mostro, ma come immagine.
Il punto di svolta resta comunque La Mummia (1932) di Karl Freund, con Boris Karloff. Secondo le analisi storiche di Turner Classic Movies, questo film rappresenta uno dei primi casi in cui Hollywood non si limita ad adattare un testo letterario, ma costruisce una propria mitologia originale. Ma è soprattutto sul piano simbolico che il film si impone: la Mummia diventa il ritorno di ciò che è stato sottratto, catalogato, esposto. Un corpo orientale che torna a reclamare il proprio spazio.
Questa lettura trova conferma anche nelle analisi pubblicate su Senses of Cinema, dove si sottolinea come la Mummia di Karloff sia meno una creatura aggressiva e più una presenza malinconica, sospesa tra desiderio e memoria. Il terrore non nasce dalla violenza, ma dalla persistenza: qualcosa che non dovrebbe esistere continua a esistere.
Negli anni Quaranta, però, il personaggio cambia radicalmente. Il ciclo di Kharis lo trasforma in una figura più semplice e ripetitiva. Glynn, in un saggio pubblicato su European Journal of American Studies, descrive questa evoluzione come il passaggio a una figura “mute, masked and murderous”: una presenza silenziosa e automatica, più vicina alla logica dello slasher che all’horror gotico. È un momento chiave, perché la Mummia smette di essere solo simbolo e diventa funzione narrativa.
Un’altra trasformazione importante arriva con La Mummia (1959) della Hammer, diretta da Terence Fisher e interpretata da Christopher Lee. Il British Film Institute sottolinea come questa versione introduca una maggiore fisicità e spettacolarità, grazie anche all’uso del colore. Qui la Mummia non è più un’ombra o un ricordo, ma un corpo che invade lo spazio, che agisce, che si impone visivamente.
Parallelamente, esiste una linea meno visibile ma altrettanto importante. Con La Mummia di Shadi Abdel Salam (1969), la creatura viene sottratta allo sguardo occidentale e trasformata in oggetto di riflessione identitaria. Non è più un mostro, ma una traccia storica, un simbolo di memoria culturale. Questo passaggio dimostra che il mito non è legato necessariamente all’horror, ma a qualcosa di più profondo: il rapporto tra presente e passato.
Il ritorno al grande pubblico avviene nel 1999 con La Mummia di Stephen Sommers. Qui il tono cambia completamente: avventura, ironia, spettacolo. Il BFI legge questo film come una reinvenzione pop del mito, capace di trasformare la paura in intrattenimento. È una svolta decisiva, perché dimostra che la Mummia può sopravvivere anche svuotandosi temporaneamente della sua dimensione perturbante.
Il problema emerge con il tentativo di rilancio del 2017. In questo caso, come osserva la studiosa Rosemary Pennington, il film finisce per riprodurre schemi orientalisti senza rielaborarli davvero, trattando la Mummia come un semplice elemento industriale. Il risultato è una figura svuotata, incapace di generare senso. Non è un caso che proprio questo tentativo di “sistema” sia stato quello meno riuscito.
È qui che il film di Lee Cronin acquista un significato più interessante. Le dichiarazioni del regista e i materiali promozionali hanno insistito su un ritorno a una dimensione più intima, quasi minimalista, in cui la Mummia non è più legata all’esotico ma al trauma personale. Secondo diverse interviste, l’obiettivo è proprio quello di riportare il mito a una dimensione emotiva più diretta, in linea con l’horror contemporaneo.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: perché la Mummia continua a tornare? La risposta, alla luce di questo percorso, è duplice.
Da un lato, perché è una figura estremamente flessibile, come sottolinea Glynn. Dall’altro, perché è forse il mostro che meglio coincide con la natura stessa del cinema. Una Mummia è un corpo preservato, sottratto al tempo, che può essere riattivato. Un film fa qualcosa di molto simile: conserva immagini, le trattiene, le restituisce ogni volta che viene proiettato.
In questo senso, la Mummia non è solo un soggetto del cinema. È una sua metafora.
E forse è proprio questo il motivo per cui, dopo più di cent’anni, continua a tornare. Non perché il pubblico abbia ancora bisogno di mostri antichi, ma perché il cinema stesso continua a interrogarsi su ciò che è stato e su come farlo rivivere.
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