Home » Cinema » Sci-Fi & Fantasy » Recensione story: Ladyhawke di Richard Donner (1985)

Voto: 6.5/10 Titolo originale: Ladyhawke , uscita: 27-03-1985. Budget: $20,000,000. Regista: Richard Donner.

Recensione story: Ladyhawke di Richard Donner (1985)

08/03/2026 recensione film di Gioia Majuna

Un fantasy romantico visivamente magnifico e ricco di atmosfera, imperfetto nel ritmo ma capace di trasformare una semplice leggenda medievale in una fiaba cinematografica unica e malinconica

Ladyhawke (1985) rutger hauer

Tra i grandi fantasy degli anni Ottanta, Ladyhawke occupa un posto strano e affascinante: è un film romantico, avventuroso e insieme irregolare, capace di sembrare antichissimo nella premessa e sorprendentemente moderno nel tono. Diretto da Richard Donner, interpretato da Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer e Matthew Broderick, il film racconta una storia da leggenda medievale, ma la attraversa con una sensibilità tutta contemporanea. Ed è proprio questa frizione a renderlo ancora oggi così memorabile: Ladyhawke non cerca davvero la ricostruzione storica, cerca il mito.

La trama, in fondo, è semplicissima e potentissima. Il giovane ladro Philippe Gaston, detto Mouse, fugge dalle prigioni di Aquila e finisce quasi per caso nella scia del misterioso cavaliere Etienne de Navarre. Presto scopre il segreto che lo accompagna: Navarre e la sua amata Isabeau sono vittime di una maledizione lanciata dal vescovo di Aquila, consumato dalla gelosia. Di giorno Isabeau vive nel corpo di un falco, di notte Navarre in quello di un lupo. Sono sempre vicini, ma mai davvero insieme: “sempre uniti, eternamente separati”. Da qui prende forma una missione che è insieme fuga, pellegrinaggio e storia d’amore impossibile, con l’aiuto del monaco Imperius, interpretato da Leo McKern.

A colpire, ancora prima del racconto, è la natura doppia del film. Da un lato c’è la fiaba nera: un amore perseguitato, una Chiesa corrotta, una maledizione satanica, una natura che riflette il dolore dei personaggi. Dall’altro c’è un’energia quasi svagata, spesso ironica, che entra soprattutto attraverso Mouse. Matthew Broderick non prova mai davvero a farsi uomo del Medioevo: il suo Philippe parla, scherza, borbotta con Dio, commenta gli eventi con un ritmo e una leggerezza da ragazzo anni Ottanta catapultato nel passato. Per alcuni è una dissonanza, per altri è la chiave del film. In verità, è entrambe le cose: spezza l’incanto ma lo rende anche più accessibile, più umano, meno solenne.

Questo equilibrio instabile si ritrova anche negli altri personaggi. Rutger Hauer porta in Navarre una presenza fisica straordinaria: veste il dolore del cavaliere maledetto con severità, malinconia e una bellezza cupa che non ha nulla di rassicurante. Non è l’eroe limpido della fiaba classica, ma un uomo ferito, quasi feroce, la cui nobiltà passa più dai gesti che dalle parole. Michelle Pfeiffer, invece, ha meno spazio, ma basta la sua apparizione a dare al film un centro visivo ed emotivo. Isabeau non è scritta con grande complessità, eppure Pfeiffer la rende luminosa, fragile e insieme irraggiungibile: più che un personaggio pienamente sviluppato, è una presenza incantata, coerente con la natura quasi simbolica del racconto. John Wood, nei panni del vescovo, compone un antagonista magnificamente livido, meno demoniaco che malato di possesso.

Se Ladyhawke continua a sopravvivere nell’immaginario, però, il merito è anche del suo aspetto visivo. La fotografia di Vittorio Storaro trasforma campagne, castelli, nebbie e tramonti in un susseguirsi di immagini sontuose. Ogni inquadratura sembra cercare la dimensione del quadro, del racconto illustrato, senza mai perdere del tutto il contatto con la materia concreta del paesaggio. Donner, regista spesso considerato più artigiano che autore, qui compie una scelta intelligente: arretra davanti alla magia e lascia che siano i luoghi, la luce e i corpi a costruire il meraviglioso. Le trasformazioni, per esempio, non insistono sull’effetto, ma sul lampo poetico. È una fantasia più sentimentale che spettacolare.

Naturalmente il film ha anche limiti evidenti. Il ritmo è spesso dilatato oltre il necessario; la parte centrale tende a vagare, come se il viaggio contasse più della progressione drammatica. E soprattutto pesa una colonna sonora che resta il punto più discusso dell’opera: i sintetizzatori e le sonorità popolareggianti possono sembrare una scelta spiazzante, perfino stonata, rispetto a una vicenda di maledizioni e cavalieri. Eppure, col tempo, proprio questa anomalia è diventata parte del fascino del film. Come Broderick, come certi dialoghi troppo moderni, anche la musica ribadisce che Ladyhawke non vuole essere un reperto medievale: vuole essere una fiaba anni Ottanta che usa il Medioevo come forma del desiderio.

Ed è forse qui che il film trova la sua verità più profonda. A differenza di tanto fantasy che punta tutto su mondi, genealogie e mitologie, Ladyhawke resta ancorato a un’idea primaria e universale: l’amore reso impossibile dal tempo, dal potere, dal corpo stesso. Navarre e Isabeau non sono separati dalla distanza, ma dalla simultaneità negata: quando uno è uomo, l’altra è animale; quando uno può amare, l’altra può solo fuggire. È un’immagine potentissima, quasi definitiva, dell’amore romantico come prossimità senza compimento.

Per questo Ladyhawke resta un film imperfetto ma unico, ingenuo e raffinato, a tratti goffo eppure sinceramente struggente. Non ha la purezza narrativa de La storia fantastica, né la visionarietà di altri fantasy del decennio, ma possiede qualcosa di più raro: una sua tonalità irripetibile. E quando il cinema riesce a creare un mondo così sbilenco e così coerente insieme, il tempo invece di indebolirlo finisce per consacrarlo.

Alan Ritchson in War Machine (2026)
Sci-Fi & Fantasy

War Machine (2026): la recensione del fanta-action con Alan Ritchson contro gli alieni robotici

di William Maga

Un prodotto semplice e derivativo che diverte con qualche buona scena spettacolare, ma resta privo di vera originalità o profondità

osiris film 2025 horror
Sci-Fi & Fantasy

Osiris (2025): la recensione del fanta-action con Linda Hamilton nello spazio

di Gioia Majuna

Un prodotto artigianale con buoni effetti pratici, ma troppo derivativo e privo di vera tensione

scary movie 2000 ghostface
Sci-Fi & Fantasy

Recensione story: Scary Movie di Keenen Ivory Wayans (2000)

di William Maga

Un'opera che non eguagliava l’intelligenza di Scream, ma ne amplificava l’eredità trasformando la paura in fenomeno pop

Tom Cruise e Steven Spielberg in La guerra dei mondi (2005)