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Voto: 6/10 Titolo originale: Young Sherlock , uscita: 04-03-2026. Stagioni: 2.

Young Sherlock, la recensione della serie di Guy Ritchie su Prime Video

05/03/2026 recensione serie tv di Marco Tedesco

Un prequel spettacolare ma irregolare che privilegia azione e ritmo alla deduzione, trovando la sua forza soprattutto nel rapporto tra il protagonista e Moriarty

Hero Fiennes Tiffin in Young Sherlock (2026)

Young Sherlock arriva su Prime Video con una promessa chiara: raccontare la nascita del detective più celebre della letteratura, ma farlo con l’energia di Guy Ritchie, che qui firma la regia dei primi episodi e impone subito ritmo, ironia e un gusto marcato per l’azione.

È un’operazione curiosa perché, dopo i film con Robert Downey Jr. e Jude Law, Ritchie torna a sfiorare lo stesso universo, ma in forma diversa: non il mito già formato, bensì un Sherlock diciannovenne ancora grezzo, impulsivo, più vicino al ragazzo che cerca guai che al genio che li risolve. L’idea dell’“origine” potrebbe sembrare un ripiego da marchio spremuto, e invece la serie ha un vero punto di forza: prova a riscrivere il primo legame decisivo della saga, quello tra Sherlock Holmes e James Moriarty, trasformandolo in amicizia prima che in guerra.

Il filo narrativo si apre in modo programmatico: Sherlock (Hero Fiennes Tiffin) è a Newgate per un reato minore, salvato dall’influenza del fratello Mycroft (Max Irons), funzionario già abilissimo nel muoversi tra regole e scorciatoie. L’approdo a Oxford non è l’ascesa sociale di un predestinato: Sherlock non entra come studente, ma come addetto ai dormitori e agli uffici, una collocazione umiliante e insieme fertile, perché lo costringe a osservare il potere dal basso.

Qui incontra James Moriarty (Dónal Finn), giovane irlandese con borsa di studio, brillante e spigliato, capace di essere specchio e contraddizione: non l’antagonista “già scritto”, ma un pari che sembra completare ciò che a Sherlock manca. La serie si diverte a disseminare segnali sul futuro di Moriarty senza ridurlo a un cartello stradale: il suo fascino sta proprio nella traiettoria, perché chi conosce la mitologia guarda ogni sorriso come un possibile presagio.

Attorno a loro, nei suoi 8 episodi Young Sherlock costruisce un intrigo che intreccia misteri universitari e minacce più grandi: professori di Oxford finiscono nel mirino, entrano in gioco una principessa cinese, Gulun Shou’an (Zine Tseng), e un benefattore aristocratico tanto tronfio quanto inquietante, Sir Bucephalus Hodge (Colin Firth), legato a un istituto scientifico e a manovre che odorano di controllo e ambizione.

Young Sherlock serie 2026 prime videoIn parallelo, la serie scava nella famiglia Holmes, terreno poco esplorato dal canone: la madre Cordelia (Natascha McElhone) è rinchiusa dopo un trauma, il padre Silas (Joseph Fiennes) è un’assenza che pesa, e una sorella morta diventa il nodo emotivo che vorrebbe spiegare ferite e ossessioni. È qui che l’operazione si gioca la sua credibilità: da una parte, l’espansione familiare offre materia drammatica e volti importanti; dall’altra, rischia di trasformare Sherlock in un personaggio “come tanti”, perché il dolore diventa un motore narrativo generico se non si traduce in scelte e comportamenti riconoscibili.

Sul piano dello stile, Ritchie non rinnega i suoi tic: scazzottate frequenti, fughe, travestimenti, musiche moderne, montaggio rapido, un gusto per la bravura “di strada” che spesso sostituisce l’investigazione con l’impatto fisico. Però, rispetto ad altri suoi lavori, la serie appare più trattenuta: televisione significa struttura, e la scrittura di Matthew Parkhill tenta di tenere insieme il rompicapo senza farlo esplodere in puro compiacimento. Il risultato è altalenante.

L’inizio cattura grazie alla confezione sontuosa di Oxford e all’attrito immediato tra i personaggi; la parte centrale, invece, si appesantisce, moltiplica sottotrame e deviazioni, e l’enigma principale rischia di diventare un pretesto che si perde tra rivelazioni domestiche e spostamenti di scenario. Quando poi la serie rialza la testa nel finale, con svolte e cambi di passo, si ha la sensazione che una stagione più breve avrebbe dato maggior precisione, lasciando meno tempo morto e più densità alle scelte.

Il cast regge la macchina con efficacia diversa. Hero Fiennes Tiffin lavora su un Sherlock ancora in costruzione: meno magnetico di altre incarnazioni, ma utile al progetto perché non “imita” subito l’icona; deve guadagnarsela. Dónal Finn, spesso sopra le righe, è però il vero carburante: rende Moriarty un compagno ingombrante, talvolta irritante, e proprio per questo credibile come amicizia destinata a incrinarsi. Colin Firth si diverte a rendere Hodge odioso con una cordialità velenosa, Zine Tseng porta presenza e combattività a un ruolo che rischierebbe altrimenti di restare funzionale, mentre Natascha McElhone dà alla madre un dolore che buca la scena anche quando la trama non le costruisce intorno lo spazio necessario.

In definitiva, Young Sherlock è un prodotto che vive di contraddizioni: appassionante quando si concentra sul rapporto Holmes–Moriarty e sul gioco morale che li avvicina e li separa, meno solida quando allarga troppo il campo e confonde la complessità con l’accumulo. Non è la migliore versione di Sherlock Holmes, ma è una variazione abbastanza vitale da incuriosire: un racconto di formazione con l’istinto del cinema popolare e la tentazione costante di menare le mani al posto di ragionare. Se si accetta il patto — Sherlock prima del detective, Moriarty prima del nemico — la serie scorre, diverte e, a tratti, accende davvero la miccia di ciò che potrebbe diventare.

Di seguito il full trailer doppiato in italiano della prima stagione di Young Sherlock, dal 4 marzo su Prime Video:

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