Home » Cinema » Sci-Fi & Fantasy » Recensione | Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni di Lasse Hallström e Joe Johnston

6/10 su 861 voti. Titolo originale: The Nutcracker and the Four Realms, uscita: 26-10-2018. Budget: $120,000,000. Regista: Joe Johnston.

Recensione | Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni di Lasse Hallström e Joe Johnston

09/11/2018 di William Maga

Mackenzie Foy e Keira Knightley sono al centro di una reinvenzione solo vagamente legata ai classici di Hoffmann e Čajkovskij, manierista e poco ispirata

Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni (The Nutcracker and the Four Realms) non si basa sul celebre racconto del 1816 di E. T. A. Hoffmann, Lo schiaccianoci e il Re dei topi, già reso famosissimo nel XIX secolo dal meraviglioso balletto orchestrato da Pëtr Il’ič Čajkovskij coreografato da Marius Petipa e Lev Ivanov. Non è nemmeno “ispirato da” nessuna di tali opere, e, in un certo senso, va bene così, visto che la storia è facilmente reperibile nelle librerie e che chiunque voglia vedere il balletto può trovarlo probabilmente in cartellone più o meno in ogni grande città verso il periodo natalizio.

La sceneggiatura del film – ultimo arrivato degli adattamenti live action in casa Disney dopo La Bella e la Bestia e Il Libro della Giungla – è stata scritta dagli sconosciuti Ashleigh Powell e Tom McCarthy, arriva nei cinema con il marchio “suggerita da” sia il racconto che il balletto. Di tutti i modi per implicare una sorta di prestigio in ciò che si sta promuovendo, questo è certamente tra quelli che generano la quantità minima di fiducia. Forse sono stati i massicci reshooting – i crediti di regia più o meno equamente sono ripartiti tra Lasse Hallström (Hachiko – Il tuo migliore amico), che ha girato la prima ‘versione’, e Joe Johnston (Jumanji) – o forse lo script è sempre stato tanto confuso e superficiale, fatto sta che il risultato è piuttosto insoddisfacente. Anziché riportarci indietro nel tempo a un elegante ed estroso periodo storico, questo “Schiaccianoci” porta piuttosto alla mente i primi anni dei 2010, quando il successo di Alice in Wonderland di Tim Burton portò al fiorire di una serie di personaggi fiabeschi che, armati di spada, si mettevano con risultati alterni in marcia per la guerra contro orde di creature in CGI.

Nel momento in cui soldati di stagno alti 2 metri attaccano una donna robot alta 10 la cui gonna è un grande tendone da circo, tutta la parvenza di umanità o di empatia ha già abbandonato il film, ma l’anima e i caldi sentimenti che ci si aspetterebbe di trovare almeno qua e là iniziano a lasciare la nave già molto presto. L’inizio di Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni è abbastanza promettente: la giovane Clara (Mackenzie Foy, Interstellar) si nasconde in soffitta studiando fisica e costruendo trappole per topi alla Rube Goldberg come modo per affrontare il grande dolore per la recente morte della madre. Alla vigilia di Natale, il suo aristocratico padre in lutto (Matthew Macfadyen, Funeral Party) dà ai suoi tre figli i regali che la mamma aveva lasciato per loro; Clara riceve una sorta di uovo Fabergé in argento che però non può essere aperto senza una speciale chiave, che però nessuna sa dove sia.

Quella stessa sera, a un gran ballo, Clara è costretta a uscire dalla sua dimora per recarsi da Drosselmeyer (Morgan Freeman, Seven), l’uomo che ha costruito tale criptico aggeggio. Più tardi quella notte, Drosselmeyer organizza per tutti i bambini presenti una sorta di caccia al regalo, in cui ciascuno deve seguire il filo col suo nome per trovare il corrispettivo dono in giro per il vasto palazzo; il filo di Clara la porta tuttavia in un’altra dimensione, dove incontra il soldato del titolo (Maxamillian Hofgartner) e apprende che sua madre è stata regina di quattro reami, ciascuno governato ora dalla dolce e rosea Fata Confetto (Keira Knightley), da Hawthorne (Eugenio Derbez), ricoperto di fiori, dal gelido Shiver (Richard E. Grant) e da Madre Cicogna (Helen Mirren), con quest’ultima che sembrerebbe aver scatenato una guerra con gli altri tre reami vicini per una qualche ragione. Tocca quindi alla giovane protagonista provare a risolvere la situazione e portare la pace.

Lasse Hallström e Joe Johnston spendono una fetta considerevole del minutaggio (circa 100′) cercando di spiegare la premessa stessa del film. C’è un gigantesco macchinario costruito dalla madre di Clara che può letteralmente portare in vita i giocattoli, ma che può anche trasformare le persone in giocattoli. Fata Confetto dimostra – senza alcun motivo se non quello di spiegare come Clara possa sperimentare il suo avventuroso e magico coming-of-age e tornare in tempo alla festa di Drosselmeyer prima che qualcuno si accorga della sua assenza prolungata – che il tempo si muove molto più rapidamente nei Quattro Regni che sulla Terra (e visto quanto si tenga a parlare di curiose nozioni di fisica qua e là, forse avrebbero dovuto puntare su Albert Einstein per fare da cicerone in questo bizzarro mondo).

Clara fa così prima un velocissimo tour dei diversi reami (uno fatto di dolci, uno di fiori, uno di ghiaccio e neve), che ha limitato scopo se non quello di concedere il giusto tributo al lavoro della costumista Jenny Beavan, quindi la narrazione si prende una pausa con l’arrivo sul palco – letteralmente – di Misty Copeland (che rivedremo anche sui titoli di coda in un balletto completamente gratuito e che appare quanto mai inserito a forza per ricollegarsi all’immaginario collettivo) che interpreta la madre di Clara in uno spettacolo di ballo alla Scarpette rosse che dovrebbe spiegare la storia dei Quattro Regni ma ce non ci fa capire se la donna abbia in effetti creato questo mondo, lo abbia solo scoperto, o cos’altro esattamente.

Assistendo a questo riuscito intermezzo, si vorrebbe quasi che la nota ballerina americana proseguisse nella performance, o addirittura che recitasse direttamente in un adattamento più letterale del balletto. Il suo contributo è naturalmente impeccabile (ma anche i danzatori vestiti da topi non sono da meno) e fin troppo breve, ma ha la possibilità di risplendere e di riportare un’atmosfera adeguata al contesto, al fianco del direttore d’orchestra Gustavo Dudamel, la cui silhouette e quella della sua orchestra vengono ripresi in una sorta di omaggio a Fantasia (non si tratta comunque dell’unica citazione quasi sicura: Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni si apre con il volo vertiginoso e assolutamente in CGI di una civetta attraverso i tetti della Londra vittoriana, così chiaramente in animazione che potrebbe provenire direttamente dal non proprio riuscitissimo A Christmas Carol in motion capture di Robert Zemeckis, che oltretutto è datato 2009 …). Il tema dell’ “adolescente umano che entra in una terra magica e impara cose che lo faranno crescere superando i suoi timori” è un cliché – o un topos se preferite – che è stato alla base già di un’infinità di storie in precedenza, da Il mago di Oz a Le cronache di Narnia. Ma non si tratta affatto di un’impostazione infallibile, anzi, particolarmente quando il luogo delle meraviglie in questione non assume mai un vero e proprio senso in relazione alla narrazione o quando lo script ha almeno un buco logico enorme (quasi sicuramente pure per un bambino, evidente target ufficiale qui) che consentirebbe a Clara di capire subito e semplicemente chi è buono e chi è cattivo (oltre che farle prendere la chiave tanto agognata).

Ci sono alcune scene – tutte quelle ambientate nella terra di Madre Cicogna (l’innominabile ‘regno dei divertimenti’) – che vorrebbero essere ai limiti dell’horror, tra giostre arrugginite e abbandonate, nebbie, clown ‘matrioska’ che non parlano (l’effetto speciale migliore della pellicola, per distacco) e ‘Re dei topi’ dal corpo composto da centinai di topini che si muovono minacciosi per foreste di alberi morti. Un grande potenziale che fa venire in mente i sani brividi di classici come Ritorno a OZLa Storia Fantastica o addirittura l’invisibile Babes in Toyland (i bei tempi in cui con effetti pratici ‘rozzi’ e senza CGI si creavano momenti inquietanti e memorabili …), che naturalmente viene sprecato malamente per la poca convinzione.

In più di una occasione viene da pensare cosa avrebbero saputo ricavarne registi come Terry Gilliam o persino Tarsem Singh (che pure si è cimentato con Biancaneve nel 2012). Inoltre, come possono i Quattro Regni apparire magici quando la Londra dove vive Clara è palesemente a sua volta già un posto da fiaba? In più, non aiuta per niente che i personaggi principali siano appena abbozzati. Keira Knightley può almeno contare su un paio di momenti divertenti nei panni di una fatina svampita e spumeggiante, un ruolo sicuramente lontano dalle sue solite donne ispirate a capolavori letterari e molto più seriose e drammatiche. Lo stesso non si può però proprio dire di Eugenio Derbez e Richard E. Grant, auspicabili spalle comiche che tuttavia la sceneggiatura non mette nelle condizioni di dire nulla di divertente, confidando che i loro colorati e insoliti costumi e trucco facciano tutto il lavoro.

In definitiva, Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni è una reinvenzione poco ispirata di una storia che avrebbe meritato ben miglior sorte – anche solo musicalmente -, che si rivolge a un pubblico di giovanissime (si, soprattutto signorine) senza grosse necessità di spaventi o di approfondimento al di sotto della facciata, in cerca solo di qualche bell’abito, make-up curato e una protagonista che alla fine capisce quello che deve senza grossi patimenti. Per tutti gli altri, il consiglio è di andare alla prima occasione in teatro.

Di seguito il trailer italiano e quello internazionale (per meglio apprezzare le voci originali) del film, nei nostri cinema dal 31 ottobre:

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