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Voto: 5.5/10 Titolo originale: Apex , uscita: 24-04-2026. Regista: Baltasar Kormákur.

Apex: la recensione nel survival thriller con Charlize Theron e Taron Egerton, su Netflix

24/04/2026 recensione film di William Maga

Baltasar Kormakur dirige un prodotto solido ma prevedibile, che funziona nell’immediato e si esaurisce rapidamente

Charlize Theron e Taron Egerton in Apex (2026)

C’è un momento preciso in Apex in cui diventa chiaro cosa il film vuole essere: non un racconto di trasformazione, ma un’esperienza fisica. Baltasar Kormákur costruisce il suo thriller attorno a un’idea elementare – la sopravvivenza come istinto – e la spinge fino a esaurirne ogni possibilità.

La trama è ridotta all’essenziale: Sasha (Charlize Theron), segnata da una tragedia avvenuta durante una scalata con il marito (Eric Bana), si ritira nella natura australiana per un viaggio solitario. Lì incontra Ben (Taron Egerton), apparentemente amichevole, che si rivela presto un predatore deciso a cacciarla per sport. Da quel momento, il film diventa una lunga fuga tra fiumi, rocce e foreste.

Questa semplicità narrativa è allo stesso tempo la forza e il limite di Apex. Da un lato, permette una chiarezza immediata: non ci sono sottotrame, deviazioni o ambiguità. Dall’altro, espone il film al rischio più evidente, quello della ripetizione. Ogni sequenza tende a riprodurre la stessa dinamica – fuga, inseguimento, scontro – senza una vera escalation.

Kormákur, regista abituato a lavorare con ambienti estremi (Everest, Resta con me), dimostra ancora una volta una notevole capacità nel gestire lo spazio naturale. La foresta australiana non è solo uno sfondo, ma un elemento attivo, fatto di ostacoli, trappole e percorsi imprevedibili. I fiumi in piena, le cascate e le grotte diventano strumenti narrativi, contribuendo a costruire una tensione concreta, quasi tangibile.

apex film 2026 charlizeTuttavia, questa attenzione al contesto non si traduce sempre in un linguaggio cinematografico altrettanto incisivo. Il pericolo è spesso affidato alla situazione stessa più che alla messa in scena. Non c’è una vera ricerca visiva che trasformi il paesaggio in qualcosa di memorabile: tutto è funzionale, raramente sorprendente.

Il cuore del film resta quindi lo scontro tra i due protagonisti. Charlize Theron lavora per sottrazione, costruendo un personaggio silenzioso, resistente, che reagisce più che agire. La sua Sasha non evolve in modo evidente, ma incarna una forma di determinazione costante, quasi automatica. È un corpo che resiste, prima ancora che una psicologia che cambia.

Taron Egerton, al contrario, spinge nella direzione opposta. Il suo Ben è instabile, imprevedibile, costruito su una gamma di registri che oscillano tra il carisma e la follia. Questa scelta crea momenti di forte impatto, ma anche una certa incoerenza: il personaggio sembra cambiare forma a seconda delle esigenze della scena, senza un vero centro.

Il confronto tra i due funziona soprattutto nella prima metà, quando la dinamica predatore-preda è ancora in equilibrio. Col passare del tempo, però, il film fatica a rinnovare questa tensione. Le variazioni diventano minime, e la struttura si fa sempre più evidente.

Uno degli aspetti più interessanti di Apex è il modo in cui sposta il pericolo dall’ambiente all’uomo. La natura, per quanto ostile, non è il vero nemico. Il film suggerisce che la minaccia più grande è sempre interna, incarnata da chi decide di trasformare la sopravvivenza in gioco. È un tema classico, che richiama modelli ben noti, ma che qui resta in superficie, senza essere davvero approfondito.

Anche il tentativo di inserire un arco emotivo legato al trauma iniziale rimane marginale. Il passato di Sasha serve più come giustificazione che come motore narrativo. Non c’è un vero dialogo tra ciò che è stato e ciò che accade: il film preferisce concentrarsi sull’immediatezza dell’azione.

Ad ogni modo, visivamente Apex mantiene una coerenza formale, ma raramente supera il livello della competenza. La fotografia valorizza i paesaggi, ma non li reinventa. Le sequenze d’azione sono solide, ma non particolarmente inventive. Tutto funziona, ma poco resta.

Alla fine, è un prodotto che si colloca in una zona intermedia: troppo costruito per essere davvero brutale, troppo controllato per risultare caotico. È un titolo che punta a un intrattenimento diretto, senza ambizioni.

Eppure, proprio in questa linearità, Apex trova una sua identità. Non cerca di essere più di ciò che è: un thriller di sopravvivenza che si affida alla fisicità, alla resistenza e alla tensione immediata. Il problema è che, una volta esaurito l’effetto iniziale, resta poco altro da (ri)esplorare.

Di seguito trovate il full trailer italiano di Apex, su Netflix dal 24 aprile: