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Voto: 4/10 Titolo originale: Masters of the Universe , uscita: 03-06-2026. Budget: $200,000,000. Regista: Travis Knight.

Masters of the Universe recensione: il film che si vergogna di He-Man

04/06/2026 recensione film di William Maga

Il film di Travis Knight prova ad aggiornare He-Man per il pubblico contemporaneo, ma resta intrappolato tra nostalgia, autoironia e una profonda insicurezza nei confronti del proprio immaginario

Idris Elba e Nicholas Galitzine in Masters of the Universe (2026)

Dopo quasi quarant’anni di tentativi falliti, cambi di studio e produzioni abortite, Masters of the Universe arriva finalmente sul grande schermo con l’ambizione di rilanciare He-Man per una nuova generazione. Il risultato, però, assomiglia meno a una rinascita e più all’ennesima dimostrazione di quanto Hollywood continui a confondere la riconoscibilità di un marchio con l’esistenza di una storia che valga davvero la pena raccontare.

La delusione più grande è che il film individua una possibile chiave di lettura contemporanea per He-Man. Per una volta Adam non viene presentato come una semplice incarnazione della forza fisica, ma come qualcuno che prova a risolvere i conflitti attraverso il dialogo e la comprensione degli altri. In teoria è una rilettura interessante, forse l’unica realmente sensata per riportare He-Man nel 2026 senza limitarsi a un’operazione nostalgica.

In pratica, il film passa oltre due ore a sabotare la propria intuizione migliore.

La sceneggiatura insiste continuamente sull’importanza dell’empatia e della comprensione, salvo poi dimostrare scena dopo scena che l’unica soluzione efficace resta sempre la stessa: impugnare la spada, trasformarsi in He-Man e colpire qualcuno. Non c’è mai una vera riflessione sulla forza, sul potere o sulla mascolinità contemporanea. Ci sono soltanto accenni, idee lasciate a metà e temi evocati senza la volontà di svilupparli. Il film sembra voler dire qualcosa, ma non trova mai il coraggio di andare oltre la superficie.

La stessa indecisione domina ogni altro aspetto dell’opera.

Masters of the Universe non sa mai che film vuole essere. Fantasy epico, commedia autoironica, avventura per famiglie o riflessione nostalgica: prova a essere tutto contemporaneamente e finisce per non eccellere in nulla. Il risultato è un racconto che cambia continuamente registro senza trovare equilibrio, trasformando ogni potenziale momento emotivo in una battuta e ogni possibile slancio epico in un commento sarcastico. Dove Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri riusciva a conciliare ironia, avventura e sincero affetto per il proprio universo, qui ogni elemento sembra remare contro gli altri.

Il problema più evidente è che il film sembra profondamente imbarazzato dal proprio materiale di partenza.

Ogni elemento caratteristico dell’universo di He-Man viene immediatamente sottolineato, spiegato o ridicolizzato. I nomi dei personaggi diventano gag ricorrenti. L’estetica fantasy viene costantemente filtrata attraverso l’autoironia. Perfino i momenti che dovrebbero costruire il senso di meraviglia vengono interrotti dalla necessità di rassicurare il pubblico sul fatto che gli autori siano consapevoli di quanto tutto questo possa apparire assurdo.

È una forma di insicurezza narrativa che finisce per soffocare il film.

Il fantasy richiede convinzione. Richiede la capacità di costruire un mondo e chiedere allo spettatore di crederci. Masters of the Universe, invece, passa gran parte della sua durata a prendere le distanze dal proprio immaginario, come se temesse di essere giudicato per ciò che è. Alla lunga diventa difficile investire emotivamente in una storia che sembra non prendere sul serio sé stessa.

masters of the universe film 2026 skeletorLa regia di Travis Knight non riesce a trovare una soluzione a queste contraddizioni. Dopo aver dimostrato in passato una notevole sensibilità nel dare anima a franchise improbabili, qui si limita a gestire un materiale che appare fuori controllo fin dalle fondamenta. Le sequenze d’azione si susseguono con crescente enfasi, ma raramente generano coinvolgimento. Sono rumorose, sovraccariche e spesso prive di una reale progressione drammatica. Molto movimento, poca tensione.

Anche il comparto visivo lascia una sensazione ambigua. Nonostante il budget enorme, il film alterna scenografie suggestive ad ambientazioni sorprendentemente anonime. Eternia viene ricostruita con una certa fedeltà iconografica, ma fatica quasi sempre a trasformarsi in un luogo vivo e credibile. Più che un mondo fantasy, sembra il fondale di un franchise che dà per scontata la propria espansione prima ancora di aver conquistato il pubblico.

Paradossalmente è la componente musicale a lasciare un’impressione più definita: il contributo di Brian May alla colonna sonora regala a diversi passaggi un respiro fantasy-rock che richiama inevitabilmente le leggendarie sonorità create dai Queen per Flash Gordon, uno dei riferimenti più iconici della fantascienza pop anni Ottanta.

Nicholas Galitzine affronta il ruolo con impegno e prova a rendere Adam qualcosa di più di una semplice figura muscolare, ma la scrittura non gli permette mai di costruire un’identità definita. Il personaggio oscilla continuamente tra eroe riluttante, protagonista comico, leader predestinato e outsider spaesato senza che nessuna di queste dimensioni venga realmente approfondita.

Jared Leto, nei panni di Skeletor, abbraccia invece l’eccesso teatrale del personaggio, ma anche il suo antagonista resta intrappolato in un film incapace di decidere quanto seriamente prendere i propri conflitti. Quanto a Idris Elba, finisce ancora una volta nel ruolo del guerriero autorevole e disilluso chiamato a sostenere il protagonista da bordo campo, una funzione che ricorda molto quella svolta nei film di Thor, dove il suo carisma risultava spesso superiore allo spazio che la sceneggiatura era disposta a concedergli.

La durata superiore alle due ore peggiora ulteriormente la situazione. Il film accumula personaggi, sottotrame e creature senza riuscire a sostenerli. Più elementi introduce, più emerge la fragilità della struttura che dovrebbe sorreggerli.

La sensazione finale è quella di assistere a un progetto che non riesce mai a giustificare la propria esistenza. Non perché He-Man sia un personaggio irrimediabilmente anacronistico, ma perché il film non trova una ragione convincente per riportarlo al centro della scena. Individua una possibile strada, la abbandona quasi subito e si rifugia nelle soluzioni più prevedibili del blockbuster contemporaneo: autoironia preventiva, nostalgia trasformata in scorciatoia narrativa e un’infinita successione di combattimenti che sostituisce qualsiasi reale sviluppo drammatico.

La vera ironia è che il principale nemico di He-Man non è mai Skeletor. È l’incapacità del film di credere davvero nel proprio eroe. E quando un’opera passa più tempo a giustificare la propria esistenza che a dimostrarla, il fallimento diventa quasi inevitabile.

Attenzione alla fine perché ci sono scene mid-credits e post-credits.

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