Hanno imparato a pilotare veri aerei: Tom Cruise nel folle film che ha cambiato per sempre il cinema
20/07/2026 news di Andrea Palazzolo
Tom Cruise, all'apice della sua carriera, ha realizzato uno dei più grandi film action di sempre (e le coreografie sono reali)

Trentasei anni. Un’eternità per il cinema, un battito di ciglia per chi ha vissuto l’estate del 1986 con gli occhi incollati allo schermo mentre Tom Cruise sfrecciava nei cieli a bordo di un F-14 Tomcat. Top Gun era un’esplosione di adrenalina e Ray-Ban che ha definito l’estetica di un’intera decade. Ha trasformato Cruise in una superstar planetaria e ha fatto vendere più giubbotti di pelle con toppe di quanti ne potessero produrre. Trecentocinquantasei milioni di dollari d’incassi globali contro un budget di appena 15: numeri che oggi farebbero impallidire qualsiasi amministratore delegato di uno studio hollywoodiano.
Eppure, per decenni, l’idea di un sequel è rimasta relegata al limbo dei progetti impossibili. Fino a quando Tom Cruise, ormai sessantenne ma ancora ossessionato dal volo e dal cinema che fa battere il cuore, ha deciso che era arrivato il momento di chiudere i conti con Pete “Maverick” Mitchell. E di farlo in grande stile.
Top Gun Maverick, diretto da Joseph Kosinski e uscito nel 2022, è un sequel che vede nella nostalgia il modo migliore per riuscire nell’impresa quasi miracolosa di parlare a chi ha amato l’originale senza escludere chi non c’era nel 1986. Maverick è ancora lì, cristallizzato nel suo ruolo di pilota scapestrato che rifiuta le promozioni e continua a spingersi oltre ogni limite. Dopo oltre trent’anni di servizio nella Marina degli Stati Uniti, Pete Mitchell fa quello che sa fare meglio: collaudare nuovi aerei, sfidare i superiori, vivere ai margini del regolamento. Ma quando viene chiamato a formare una squadra d’élite di giovani piloti per una missione impossibile, il passato bussa alla porta con violenza.
Tra i nuovi allievi dell’accademia Top Gun c’è Bradley Bradshaw, nome in codice Rooster, interpretato da Miles Teller. Bradley è il figlio di Nick “Goose” Bradshaw, il migliore amico di Maverick, morto in un tragico incidente durante una missione nel film originale. Il peso di quella perdita, mai davvero elaborato, torna a galla con una forza devastante. Maverick deve fare i conti non solo con il dolore mai superato, ma anche con il risentimento di un ragazzo che lo considera responsabile della morte del padre. È un nodo emotivo che il film stringe con delicatezza e potenza, senza mai scadere nel sentimentalismo facile.
Il cast di Top Gun Maverick è un equilibrio perfetto tra vecchie glorie e nuove leve. Accanto a Cruise ritroviamo Val Kilmer nei panni di Tom “Iceman” Kazansky, ora ammiraglio e unico vero alleato di Maverick ai vertici della Marina. La scena tra i due, breve ma intensa, è uno dei momenti più toccanti del film, reso ancora più potente dalla consapevolezza che Kilmer ha affrontato una lunga battaglia contro un cancro alla gola che gli ha compromesso la voce. La sua presenza è un atto d’amore verso il film originale e verso il pubblico che non ha mai smesso di credere in quella rivalità diventata amicizia.
Ma ciò che rende Top Gun Maverick un’esperienza cinematografica unica non è solo la trama o il cast. È la tecnica. Joseph Kosinski, regista già collaudato in film visivamente ambiziosi come Tron Legacy e Oblivion, ha accettato la sfida più difficile: girare scene aeree reali, con gli attori dentro i caccia, senza affidarsi esclusivamente agli effetti digitali. Tom Cruise, che ha ottenuto la licenza di pilota di jet da combattimento proprio per questo film, ha preteso che tutti gli attori volassero davvero, sottoponendosi a mesi di addestramento estenuante per sopportare le accelerazioni G e le manovre acrobatiche.
Il risultato è un cinema che si sente nelle viscere. Le sequenze di volo non sono mai state così immersive, realistiche, visivamente sconvolgenti. Ogni virata, ogni picchiata, ogni missile lanciato ha un peso fisico che lo spettatore percepisce. Non c’è filtro digitale che possa replicare l’espressione di un attore sottoposto a 7G, con il viso deformato dalla forza, il respiro strozzato, gli occhi che lottano per restare aperti. Kosinski ha piazzato telecamere IMAX dentro gli abitacoli, ha sincronizzato le riprese con la Marina statunitense, ha orchestrato un balletto aereo che non ha precedenti nella storia del cinema d’azione.
Anche la sceneggiatura, a cui hanno lavorato Christopher McQuarrie, Peter Craig, Justin Marks e Eric Warren Singer, riesce a bilanciare azione e introspezione. McQuarrie, collaboratore di fiducia di Cruise e mente dietro gli ultimi capitoli di Mission: Impossible, aveva inizialmente pensato a un film in cui Maverick non fosse il protagonista assoluto. Ma Cruise e il produttore Jerry Bruckheimer hanno capito che il cuore pulsante della storia doveva restare Pete Mitchell: il suo rifiuto di crescere, la sua incapacità di lasciar andare il passato, la sua fame di adrenalina come unica risposta alla paura della morte.
La missione del film, quella vera, Kosinski e Cruise l’hanno compiuta. Hanno dimostrato che si può tornare a casa dopo 36 anni e trovarla ancora in piedi, ancora capace di accoglierti. Hanno dimostrato che il grande cinema d’azione non è morto, che può ancora far battere il cuore, far trattenere il respiro, far credere che forse, alla fine, vale ancora la pena credere negli eroi.
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