Lo streaming legale doveva sconfiggere la pirateria. E se invece la stesse facendo tornare?
31/08/2026 news di William Maga
Abbonamenti più cari, pubblicità, password sharing e cataloghi divisi tra decine di servizi: la promessa che aveva reso lo streaming imbattibile si sta progressivamente sgretolando

Lo streaming legale avrebbe dovuto risolvere il problema della pirateria. Per qualche anno è sembrato persino riuscirci: invece di cercare copie illegali di film e serie, bastava aprire Netflix, pagare un abbonamento relativamente economico e premere Play. Nel mondo della musica, Spotify aveva applicato un principio simile. La convenienza dell’offerta legale aveva reso la pirateria non soltanto rischiosa, ma soprattutto scomoda.
Oggi quell’equilibrio appare molto meno stabile. I dati raccolti da MUSO mostrano che nel 2024 i siti dedicati alla pirateria hanno totalizzato 216,3 miliardi di visite nel mondo. Il numero richiede però una precisazione importante: rispetto al 2023 si tratta di una diminuzione del 5,7%, quindi non siamo davanti a una crescita lineare anno dopo anno. Resta comunque un volume gigantesco, con la televisione che da sola rappresenta 96,8 miliardi di visite e il 44,6% del traffico complessivo.
Il punto interessante non è quindi proclamare semplicemente il “ritorno della pirateria”, ma chiedersi perché, dopo oltre un decennio di streaming, il consumo illegale continui ad avere dimensioni simili. E una parte della risposta potrebbe trovarsi proprio nell’evoluzione delle piattaforme che avrebbero dovuto renderlo obsoleto.
Lo streaming non è più quello che ci era stato promesso
Netflix ha costruito buona parte della propria rivoluzione su una proposta semplicissima: un prezzo accessibile, un catalogo ampio e nessuna pubblicità. Ma il successo dello streaming ha inevitabilmente attirato concorrenti e proprietari di contenuti. Film e serie hanno iniziato a distribuirsi tra Netflix, Disney+, Prime Video, Apple TV+, HBO Max e numerosi altri servizi, ciascuno interessato a trattenere le proprie esclusive.
Il risultato è paradossale. La televisione via cavo che lo streaming prometteva di superare attraverso semplicità e libertà di scelta è stata sostituita da un ecosistema nel quale per ricostruire un’offerta davvero completa servono numerosi abbonamenti contemporaneamente.
Ed è significativo che la stessa MUSO individui proprio nella frammentazione del mercato ufficiale una delle condizioni che continuano ad alimentare la pirateria televisiva. Nel suo rapporto sul 2024, la società osserva esplicitamente che il mercato legale rimane frammentato, mentre film e serie rappresentano oltre il 60% della pirateria all’interno della categoria TV.
Più piattaforme, ma anche prezzi sempre più alti
Alla frammentazione si aggiunge il costo. Ed è proprio questo aspetto a rendere il tema particolarmente attuale. Una recente analisi di Ampere Analysis riportata dal Guardian mostra che l’Europa occidentale ha registrato negli ultimi tre anni gli aumenti dei prezzi dello streaming più elevati al mondo. L’incremento medio mensile è stato di 1,86 dollari, superiore persino a quello registrato negli Stati Uniti.
Le piattaforme stanno inoltre cercando nuovi modi per monetizzare utenti che sembrano sempre meno disposti ad accettare ulteriori rincari. Da qui la proliferazione dei piani con pubblicità, mentre l’esperienza premium senza interruzioni viene venduta a un prezzo maggiore. Prime Video, per esempio, ha introdotto gli spot nell’abbonamento standard e un supplemento per eliminarli. Secondo Ampere, gli aumenti medi stanno rallentando proprio perché i consumatori cominciano a mostrare una maggiore resistenza ai prezzi più elevati.
Nel frattempo è cambiato anche un altro elemento che aveva favorito l’espansione iniziale dello streaming: la possibilità di condividere facilmente un account. Netflix ha aperto la strada alla stretta sul password sharing e altri servizi hanno progressivamente adottato strategie analoghe. Dal punto di vista delle aziende significa trasformare utilizzatori non paganti in nuovi abbonati. Da quello del consumatore, significa aumentare ancora il costo necessario per accedere agli stessi contenuti.
E se nemmeno ciò che compriamo fosse davvero nostro?
C’è poi una questione che va oltre gli abbonamenti e tocca il concetto stesso di proprietà nell’era dello streaming. Comprare un film o una serie in formato digitale non significa necessariamente possederli nello stesso modo in cui possediamo un DVD o un Blu-ray. In molti casi ciò che acquistiamo è una licenza di accesso, la cui durata può dipendere dagli accordi tra la piattaforma e i titolari dei diritti.
Il caso PlayStation lo ha reso particolarmente evidente. Sony ha recentemente avvertito alcuni utenti europei che centinaia di film e programmi StudioCanal precedentemente acquistati sarebbero stati rimossi dalle loro librerie dal 1° settembre 2026 a causa della scadenza degli accordi di licenza. Tra i titoli coinvolti figurano anche Terminator 2: Il giorno del giudizio e Rambo. La questione diventa allora molto semplice: che cosa significa davvero “comprare” un film se l’accesso può dipendere da un contratto tra aziende sul quale l’acquirente non ha alcun controllo?
È una differenza sostanziale rispetto al supporto fisico. Un Blu-ray acquistato rimane sullo scaffale; una licenza digitale, in determinate circostanze, può diventare inaccessibile. E questa precarietà aggiunge un ulteriore elemento al progressivo indebolimento di quella convenienza che aveva permesso ai servizi legali di conquistare il pubblico.
Il vero problema è la convenienza
Questo non significa che Netflix, Disney o Amazon siano “responsabili” della pirateria. Stabilire un rapporto causale diretto tra rincari degli abbonamenti e download illegali sarebbe una semplificazione che i dati disponibili non consentono. La pirateria dipende da moltissimi fattori: disponibilità territoriale, ritardi nelle distribuzioni, condizioni economiche, accessibilità e perfino differenze culturali.
Ma esiste una questione più interessante della semplice contrapposizione tra utenti pirata e piattaforme: quanto deve essere conveniente l’alternativa legale perché il pubblico scelga spontaneamente di utilizzarla?
La prima generazione dello streaming sembrava aver trovato una risposta. Un unico servizio poteva offrire abbastanza contenuti, a un prezzo sufficientemente basso, da rendere inutile per milioni di spettatori cercare alternative. Non aveva eliminato la pirateria attraverso una barriera tecnologica impossibile da superare: aveva semplicemente costruito un prodotto migliore.
Oggi la situazione si è quasi capovolta. Lo spettatore deve capire chi possiede i diritti di un film, controllare su quale piattaforma sia disponibile, valutare se sottoscrivere un nuovo abbonamento e decidere se accettare la pubblicità oppure pagare ancora di più per eliminarla. E anche quando decide di “comprare” un contenuto, potrebbe scoprire che quell’acquisto non gli garantisce necessariamente un accesso permanente.
216 miliardi di visite sono soprattutto un messaggio
È forse questo il dato più interessante del rapporto MUSO. I 216,3 miliardi di visite registrati nel 2024 non raccontano soltanto un problema di copyright. Rappresentano anche una quantità enorme di domanda che l’industria legale, per ragioni diverse, non è riuscita a intercettare.
La risposta dell’industria può essere aumentare le barriere, perseguire i servizi illegali e sviluppare sistemi di protezione sempre più sofisticati. Sono strumenti inevitabili. Ma la storia recente dello streaming suggerisce che esiste anche un’altra arma, probabilmente molto più efficace: rendere l’offerta legale talmente semplice e conveniente da togliere alla pirateria buona parte della sua ragione pratica di esistere.
Ed è qui che il settore rischia di dimenticare la lezione che aveva imparato meglio di tutte. Netflix non conquistò milioni di persone spiegando loro perché piratare fosse sbagliato. Le convinse che pagare era più comodo. Se prezzi, pubblicità, frammentazione, restrizioni e perfino l’incertezza sulla proprietà digitale continueranno a erodere quella comodità, la domanda non sarà tanto perché la pirateria non sia mai scomparsa. Sarà perché l’industria abbia deciso di restituirle uno dei suoi argomenti migliori.
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E se nemmeno ciò che compriamo fosse davvero nostro?



