Voto: 5/10 Titolo originale: Kraken , uscita: 06-02-2026. Budget: $1,000,000. Regista: Pål Øie.
Kraken, recensione: un mostro gigantesco, uno scenario spettacolare e troppo poco caos
30/08/2026 recensione film Kraken di Marco Tedesco
Pål Øie porta la leggendaria creatura marina nel Sognefjord per un eco-horror visivamente notevole, ma l'attesa del mostro pesa su personaggi e storia troppo convenzionali

C’è un momento all’inizio di Kraken in cui sembra che il nuovo monster movie norvegese abbia trovato perfettamente la propria strada. Qualcosa si muove sotto le acque del Sognefjord, due turisti diventano inconsapevoli prede e il regista Pål Øie costruisce la minaccia senza mostrarla davvero. Ombre, cambi di prospettiva e una superficie apparentemente tranquilla fanno inevitabilmente pensare a Lo squalo. È un’apertura efficace, che promette molto. Forse troppo.
Perché una volta terminato il prologo, Kraken rallenta e si sistema dentro coordinate decisamente più familiari. La creatura rimane quasi sempre nascosta, mentre il film sposta l’attenzione su un’indagine ecologica che possiede buone intenzioni, splendidi paesaggi e una protagonista convincente, ma non abbastanza profondità da compensare la lunga attesa.
Johanne (Sara Khorami, già vista in Troll 2) è una biologa marina inviata nel Sognefjord dopo una serie di fenomeni anomali, tra salmoni spiaggiati e morti misteriose. Le sue ricerche conducono a un allevamento ittico che utilizza una tecnologia sonora per eliminare i parassiti dai pesci.
Il proprietario Jostein Avaldsnes (Øyvind Brandtzæg), deciso a conquistare potenziali investitori giapponesi, ha però spinto il sistema oltre i limiti. Le conseguenze sull’ecosistema diventano sempre più evidenti e qualcosa di enorme, nelle profondità del fiordo, sembra essersi risvegliato.
Il modello spielberghiano è dichiarato: al posto della spiaggia da tenere aperta c’è un’attività economica da proteggere, mentre Johanne assume il ruolo dello scienziato che comprende il pericolo prima degli altri. La differenza è che qui il mostro diventa quasi una reazione immunitaria della natura contro l’avidità umana.
Visivamente, Øie ha a disposizione un’arma che molti creature feature possono soltanto sognare. Il Sognefjord, il più lungo e profondo della Norvegia, offre al direttore della fotografia Sjur Aarthun pareti rocciose, distese d’acqua e profondità che suggeriscono continuamente la possibilità che qualcosa possa nascondersi sotto la superficie.
È quando il film torna sulla terraferma che emergono i limiti della sceneggiatura di Vilde Eide, Kjersti Helen Rasmussen e Natasha Arthur. Johanne è competente e Khorami possiede la presenza necessaria per sostenerla, ma il personaggio rimane schematico. Ancora più debole è il rapporto con Erik (Mikkel Bratt Silset), ex collega e vecchia fiamma la cui storia sentimentale viene quasi interamente affidata alla capacità degli attori di suggerirla.
Anche Maria (Jenny Evensen), figlia ambientalista di Avaldsnes, serve soprattutto a incarnare la coscienza ecologica della storia, mentre Georg (Jon Erik Myre) offre qualche momento più leggero. Il problema non è che siano personaggi semplici: è che Kraken dedica loro gran parte dei suoi 90 minuti senza renderli abbastanza interessanti da giustificare l’assenza della creatura.
Øie applica la vecchia regola secondo cui un mostro fa più paura quando non lo si vede. Tentacoli, movimenti sott’acqua, giganteschi parassiti e qualche vittima tengono viva la promessa, mentre la creatura completa viene conservata praticamente per il climax.
La scelta potrebbe funzionare se ogni apparizione suggerita aumentasse progressivamente la tensione. Invece alcune sequenze finiscono proprio quando sembrano sul punto di decollare e l’attesa diventa meno suspense che frustrazione. I riferimenti ad altri horror acquatici, da Lo squalo a Underwater e The Meg, finiscono così per mettere ulteriormente in evidenza quanto il film segua percorsi già battuti.
Quando finalmente il Kraken emerge, però, il risultato ripaga almeno in parte la pazienza. Gli effetti visivi sono convincenti e l’ultimo quarto d’ora sfrutta finalmente dimensioni e tentacoli della creatura per creare un’autentica sensazione di impotenza. È il film energico e spettacolare che si intravedeva nel prologo, arrivato semplicemente troppo tardi.
L’altro problema è l’insistenza del messaggio ambientalista. La tecnologia umana altera l’equilibrio naturale, i pesci fuggono, i parassiti emergono e l’avidità economica prepara inevitabilmente la punizione. Non c’è nulla di sbagliato nell’utilizzare un kaiju come incarnazione di una natura violata – il genere lo fa da decenni – ma Kraken ribadisce il concetto così spesso da lasciare poco spazio all’ambiguità.
Resta un creature feature ben confezionato, magnificamente ambientato e sostenuto dalla presenza controllata di Sara Khorami. Non è un brutto film, e quando Øie libera finalmente il suo mostro dimostra di sapere perfettamente come utilizzarlo.
È proprio questo a rendere Kraken leggermente frustrante: il prologo e il climax mostrano il monster movie che avrebbe potuto essere. Nel mezzo rimane un eco-horror dignitoso ma troppo prudente, che passa così tanto tempo a ricordarci cosa si nasconde nelle profondità da dimenticarsi, per buona parte del viaggio, di farci avere davvero paura di ciò che potrebbe emergere.
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