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Voto: 5/10 Titolo originale: Voyagers , uscita: 08-04-2021. Budget: $20,000,000. Regista: Neil Burger.

Voyagers, recensione: uno spento Signore delle Mosche nello spazio con Colin Farrell e Lily-Rose Depp

28/08/2026 recensione film di Marco Tedesco

Neil Burger parte da un’idea affascinante sulla natura umana e la trasforma in un elegante thriller fantascientifico che, però, non osa mai quanto dovrebbe

Colin Farrell in Voyagers (2021) film

Trenta ragazzi cresciuti in laboratorio, un viaggio interstellare destinato a durare 86 anni e una sostanza che tiene sotto controllo desiderio, aggressività e paura. Bastano questi elementi per intuire quanto Voyagers avrebbe potuto spingersi lontano. Neil Burger prende una premessa da fantascienza distopica e la trasforma in una variazione di Il signore delle mosche ambientata nello spazio: elegante, scorrevole, a tratti inquietante, ma molto meno audace di quanto prometta.

Diretto e scritto dal regista di Limitless e Divergent, il film immagina una Terra ormai compromessa da cambiamenti climatici, siccità e malattie. Nel 2063 viene individuato un pianeta potenzialmente abitabile, ma raggiungerlo richiederà quasi un secolo. La soluzione è creare geneticamente una generazione di bambini destinati esclusivamente alla missione: saranno i loro nipoti, non loro, a mettere piede sul nuovo mondo.

A guidare inizialmente l’equipaggio della Humanitas c’è Richard (Colin Farrell), scienziato e figura paterna che decide di accompagnare i ragazzi nello spazio. Dieci anni dopo la partenza, Christopher (Tye Sheridan) e Zac (Fionn Whitehead) scoprono però che il liquido blu assunto quotidianamente dall’equipaggio non è un semplice integratore: contiene sostanze progettate per reprimere impulsi, piacere, paura, aggressività e desiderio sessuale.

Quando smettono di berlo, qualcosa cambia. Per la prima volta i ragazzi sperimentano emozioni che non sanno riconoscere né controllare. La curiosità diventa desiderio, l’euforia aggressività, la libertà ribellione. Ed è qui che Voyagers trova la sua idea migliore: cosa rimane della civiltà quando individui cresciuti senza famiglia, cultura o esperienza sociale vengono improvvisamente liberati da qualsiasi freno?

La risposta di Burger, purtroppo, è quella più prevedibile. La comunità si divide rapidamente in fazioni, mentre Christopher cerca di conservare un ordine razionale e Zac trasforma la paura in uno strumento di potere. La possibile presenza di qualcosa di sconosciuto sulla nave alimenta paranoia e superstizione, permettendo al ragazzo di conquistare sempre più seguaci.

Il riferimento a Il signore delle mosche diventa presto impossibile da ignorare. La nave sostituisce l’isola di William Golding, ma la dinamica resta sostanzialmente la stessa: ordine contro istinto, razionalità contro tribalismo, responsabilità collettiva contro desiderio individuale.

Il problema è che Voyagers solleva questioni molto più interessanti di quelle che decide realmente di affrontare. Il controllo farmacologico delle emozioni, la sessualità di giovani che non hanno mai conosciuto il concetto di relazione, il consenso, il libero arbitrio e persino l’etica di creare esseri umani con l’unico scopo di sacrificare la propria esistenza alle generazioni future avrebbero potuto sostenere una fantascienza decisamente più provocatoria.

Burger preferisce invece la strada del thriller YA, trasformando progressivamente il racconto in uno scontro tra buoni e cattivi. Anche il risveglio sessuale, inizialmente centrale, rimane sorprendentemente casto. Il film parla continuamente di impulsi senza avere davvero il coraggio di mostrarne le conseguenze più scomode.

Visivamente, però, Voyagers funziona. La scenografia di Scott Chambliss costruisce una Humanitas fatta di corridoi bianchi, superfici asettiche e ambienti impersonali. La fotografia di Enrique Chediak sfrutta efficacemente questi spazi, inseguendo i personaggi attraverso una nave che, con il precipitare della situazione, passa dall’essere rifugio dell’umanità a gigantesca gabbia.

Anche il cast sostiene bene materiale piuttosto schematico. Tye Sheridan offre a Christopher la necessaria solidità, mentre Fionn Whitehead è più efficace nel trasformare Zac in un leader manipolatore. Lily-Rose Depp, nei panni della pragmatica Sela, possiede una presenza interessante ma resta intrappolata in una caratterizzazione troppo sottile. Colin Farrell, invece, porta a Richard una vulnerabilità paterna che rende il personaggio più umano di quanto la sceneggiatura gli conceda.

È proprio questa distanza tra potenziale e risultato a definire Voyagers. Il film parte verso territori che potrebbero condurre a Solaris, Il signore delle mosche o a una provocatoria riflessione sul controllo sociale, ma finisce per approdare a coordinate molto più familiari.

Non è cattiva fantascienza: è fantascienza troppo prudente. Ben confezionato, sufficientemente teso e sostenuto da una premessa notevole, Voyagers intrattiene senza annoiare davvero, ma resta paradossalmente trattenuto proprio mentre racconta personaggi che hanno smesso di esserlo. Un viaggio di 86 anni che, almeno cinematograficamente, non porta poi così lontano.

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