Azione sfrenata ai limiti dello splatter e un’avventura introspettiva nel nuovo film con Hugh Jackman
21/08/2026 news di Andrea Palazzolo
Per tutti gli amanti di Hugh Jackman, questo è il film da vedere al cinema. Una storia che dosa azione e avventura introspettiva.

Dimenticate l’allegro fuorilegge in calzamaglia verde. Archiviate le scorribande goliardiche. Al cinema in questi giorni, dallo scorso 12 Agosto, è possibile trovare Robin Hood – Il Prezzo del Sangue di Michael Sarnoski e con un Hugh Jackman come raramente lo si vede sullo schermo. Un film che tradisce la figura che tanto conosciamo per rinnovarla, mettendo in atto quello che è uno smantellamento metodico, spietato, del mito.
Siamo nel 1247, e Robin non è più il difensore dei poveri. È un nomade consunto che vive di ciò che la terra offre dopo anni di guerre e saccheggi. Un Robin brutale, inaspettato, scioccante. Questo non è un film sulla redenzione facile, ma sulla ricerca disperata di una morte giusta da parte di un uomo che si definisce distrutto e dissoluto.
Hugh Jackman interpreta un Robin Hood che non cerca gloria, ma espiazione. La sua performance è trattenuta, intrisa di una tristezza austera che permea ogni scena. Non ci sono sorrisi sornioni, nessun guizzo di eroismo muscolare. Solo un uomo svuotato che cerca di colmare il divario tra ciò che è e ciò che gli altri credono sia.
La trama prende una svolta quando Little John, interpretato da un Bill Skarsgård lontano anni luce dal suo Pennywise, riappare nella vita di Robin. Un tempo ragazzino arruolato nella banda criminale del protagonista, ora Little John è un uomo con famiglia e terra da difendere. Chiede aiuto al vecchio compagno per respingere nemici vendicativi. Quello che succede dopo è una spirale di sangue e violenza che sfocia in una seconda parte più riflessiva e matura sul prezzo del sangue e della vendetta.
È in questo spazio contemplativo che Sarnoski sviluppa il cuore narrativo del film: una serie di incontri quieti, dolorosi, tra individui che cercano guarigione e redenzione. Robin deve fare i conti con la propria anima, con la menzogna che ha vissuto, con il baratro tra realtà e leggenda. Il rapporto con Suor Brigid rimane volutamente platonico, nobile nella sua castità, lontano da ogni seduzione romantica.
I dialoghi hanno una formalità quasi liturgica, a volte lirica, che riflette il peso esistenziale dei temi trattati. La durata di 122 minuti può sembrare eccessiva per un racconto così interiore, ma Sarnoski non affretta nulla. Ogni scena respira, ogni pausa ha peso. Il ritmo è quello della meditazione, non dell’intrattenimento. La colonna sonora è discreta, lasciando spazio ai silenzi, ai rumori della natura, al crepitio del fuoco.
Non è un film per tutti. È troppo cupo per chi cerca evasione, troppo contemplativo per chi vuole azione. Ma per chi apprezza cinema che osa decostruire leggende, che privilegia profondità emotiva a spettacolarità, che crede ancora nel potere delle storie di interrogare la condizione umana, questo è un lavoro prezioso.
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