Voto: 5/10 Titolo originale: Moana , uscita: 08-07-2026. Budget: $250,000,000. Regista: Thomas Kail.
Oceania: recensione del live action Disney, un remake fedele fino all’inutilità
18/08/2026 recensione film Oceania di William Maga
A dieci anni dal film animato, Thomas Kail riporta Vaiana e Maui sul grande schermo con Catherine Laga’aia e Dwayne Johnson, seguendo però fin troppo fedelmente una rotta che conosciamo già

Ci sono remake che reinterpretano un film, altri che provano ad aggiornarlo e altri ancora che sembrano nascere dalla convinzione che modificare qualcosa sarebbe un rischio inutile. Oceania (Moana) appartiene senza esitazioni alla terza categoria.
A soli dieci anni dal film animato di John Musker e Ron Clements, Disney torna infatti a Motunui con una versione live action che ripercorre l’originale con una fedeltà quasi programmatica. Thomas Kail, al debutto nella regia di un lungometraggio dopo l’esperienza con Hamilton, non cerca tanto di reinventare Oceania quanto di trasferirlo da un linguaggio all’altro.
Il problema è che il film del 2016 non aveva bisogno di essere corretto o riscoperto. È ancora recentissimo nell’immaginario popolare, Oceania 2 è arrivato appena nel 2024 e la saga animata continua a espandersi. Più che mai, quindi, il remake trasforma la propria stessa esistenza nel principale interrogativo critico.
La storia resta sostanzialmente intatta. Vaiana (Catherine Laga’aia), figlia del capo Tui (John Tui), vive sull’isola polinesiana di Motunui, dove alla comunità è proibito avventurarsi oltre la barriera corallina. Quando l’equilibrio naturale dell’isola comincia a deteriorarsi, la ragazza attraversa l’oceano per trovare Maui (Dwayne Johnson), il semidio responsabile di aver sottratto il cuore di Te Fiti, e convincerlo ad aiutarla a ristabilire l’ordine.
Chi conosce Oceania difficilmente incontrerà sorprese. La sceneggiatura di Jared Bush e Dana Ledoux Miller introduce qualche sfumatura ulteriore, soprattutto nel rapporto tra Vaiana e Maui e nel passato di Tui, ma scene, svolte narrative, gag e numeri musicali vengono riprodotti con una precisione che talvolta sfiora la ricostruzione.
Ed è una scelta curiosamente contraddittoria per una storia costruita proprio intorno al desiderio di oltrepassare i confini conosciuti.
Oceania rende particolarmente evidente un problema che accompagna da anni i remake Disney: l’idea implicita che l’animazione possa essere trasformata in qualcosa di più concreto o spettacolare semplicemente introducendo interpreti reali ed effetti fotorealistici.
Ma l’originale era già visivamente compiuto. L’animazione permetteva all’oceano di essere contemporaneamente paesaggio e personaggio, a Maui di possedere proporzioni volutamente impossibili e alla mitologia di trasformarsi liberamente attraverso forme e colori.
La fotografia di Óscar Faura offre immagini luminose e gli effetti visivi sono generalmente convincenti. I costumi traducono bene l’universo animato e alcune ambientazioni conservano una reale suggestione. Eppure il passaggio al live action raramente aggiunge qualcosa.
Anzi, personaggi volutamente caricaturali come HeiHei e Tamatoa finiscono inevitabilmente per scontrarsi con la presenza fisica degli attori. Non sorprende allora che uno dei momenti visivamente più riusciti sia proprio You’re Welcome, dove elementi grafici bidimensionali restituiscono improvvisamente al film quella libertà che il fotorealismo tende altrove a comprimere.
Catherine Laga’aia affronta un compito particolarmente difficile. Auliʻi Cravalho aveva dato alla protagonista animata una personalità vocale immediatamente riconoscibile e Laga’aia possiede presenza, spontaneità e buone capacità canore, ma raramente le viene concesso lo spazio per costruire una versione realmente personale del personaggio.
Ancora più evidente è il problema di Dwayne Johnson.
Nel 2016 la sua voce funzionava perfettamente insieme all’animazione esasperata di Maui: gigantesco, vanitoso, teatrale e capace di passare dalla spacconeria alla vulnerabilità. Trasportato fisicamente nel personaggio, Johnson appare invece molto più vicino alla propria consueta persona cinematografica. Il carisma rimane, ma Maui perde parte della leggerezza e dell’espressività che lo rendevano irresistibile.
Tra i comprimari emerge invece Rena Owen nei panni di Tala, capace di restituire al rapporto con la nipote quella componente affettiva che costituisce ancora uno dei nuclei emotivi più efficaci della storia.
Naturalmente rimangono le musiche. Le composizioni di Lin-Manuel Miranda, Opetaia Foaʻi e Mark Mancina erano uno dei maggiori punti di forza di Oceania e continuano a esserlo. How Far I’ll Go e You’re Welcome conservano intatta la loro immediatezza.
Ma anche qui emerge il limite centrale dell’operazione: quando il remake funziona, molto spesso funziona perché sta riproducendo qualcosa che funzionava perfettamente già nel 2016.
Kail, nonostante la sua esperienza teatrale, non sfrutta davvero i numeri musicali per ridefinire cinematograficamente il materiale. La messinscena rimane prudente, come se qualsiasi deviazione dall’originale potesse incrinare il meccanismo nostalgico sul quale poggia l’intero progetto.
Sarebbe comunque ingeneroso definire Oceania un brutto film. La struttura narrativa dell’originale rimane robusta, le canzoni funzionano, Laga’aia è una protagonista piacevole e lo spettacolo visivo possiede alcuni momenti riusciti. Rispetto ai risultati peggiori della lunga stagione dei rifacimenti Disney, il film di Thomas Kail è competente e perfettamente godibile.
Ed è precisamente questo a renderlo frustrante.
Non fallisce perché tradisce Oceania. Fallisce quasi per il motivo opposto: ha talmente paura di tradirlo da rinunciare alla possibilità di diventare qualcos’altro. Ogni scena riconoscibile richiama quella precedente, ogni canzone invita al confronto e ogni ricostruzione spettacolare porta a domandarsi cosa il live action abbia realmente aggiunto.
C’è infine un’ironia difficile da ignorare. Oceania racconta di una ragazza che trova il coraggio di navigare oltre la barriera che delimita il proprio mondo. È una storia sull’esplorazione, sul rischio e sulla necessità di dirigersi verso ciò che ancora non conosciamo.
Il remake fa esattamente il contrario.
Rimane dentro una rotta già tracciata, riproducendo con enorme dispiego di mezzi un viaggio del quale conosciamo ogni destinazione. Il nuovo Oceania non è uno dei peggiori remake Disney: è forse qualcosa di ancora più emblematico della strategia dello studio. Un film realizzato con sufficiente competenza da non naufragare mai, ma con troppo poca voglia di esplorare per giustificare davvero un nuovo viaggio.
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