Voto: 4.5/10 Titolo originale: Il fantasma dell'Opera , uscita: 20-11-1998. Budget: $10,000,000. Regista: Dario Argento.
Recensione story: Il fantasma dell’Opera di Dario Argento (1998)
07/06/2026 recensione film Il fantasma dell'Opera di Marco Tedesco
Una rilettura libera, grottesca e fuori controllo del romanzo di Gaston Leroux: tra intuizioni visive, scelte incomprensibili e uno dei capitoli più discussi della filmografia argentiana

Tra tutti i film della fase più discussa di Dario Argento, Il Fantasma dell’Opera resta probabilmente uno dei più difficili da liquidare. Non perché funzioni davvero, ma perché sbaglia in un modo talmente personale, scomposto e riconoscibile da diventare quasi più interessante come oggetto anomalo che come semplice adattamento fallito.
Il punto di partenza è noto: il romanzo di Gaston Leroux, il mito del Fantasma, l’Opera di Parigi, Christine, la musica, il desiderio, la deformità, l’amore impossibile. Un immaginario che il cinema aveva già reso immortale con la versione muta del 1925 interpretata da Lon Chaney, e che altri autori avevano poi reinventato in modi diversissimi, da Arthur Lubin a Brian De Palma con Il fantasma del palcoscenico.
Argento, però, non sembra interessato a una trasposizione rispettosa. Il suo Fantasma non è deforme, non porta maschera, non è un mostro respinto dal mondo a causa del proprio volto. È un uomo bello, selvatico, cresciuto tra i topi nei sotterranei del teatro, dotato di un magnetismo più fisico che tragico. Una scelta audace, forse anche teoricamente stimolante, perché sposta il conflitto dal corpo mostruoso al desiderio, dall’orrore della deformità alla fascinazione per l’osceno.
Il problema è che questa intuizione non trova mai una vera forma cinematografica.
Il film vorrebbe essere melodramma, horror gotico, farsa nera, racconto erotico, delirio grandguignolesco e favola malata. In teoria, proprio questa mescolanza potrebbe appartenere al cinema di Argento. In pratica, però, il risultato appare spesso confuso, involontariamente comico e incapace di generare autentica tensione. La libertà dell’adattamento non diventa visione compatta, ma accumulo di trovate.
La sceneggiatura, firmata da Argento con Gérard Brach, procede per episodi slegati, dialoghi fragili e situazioni che sembrano inseguire lo shock più che costruire un mondo. I topi, la macchina ammazzatopi, le esplosioni di sesso, sangue e grottesco dovrebbero comporre un universo disturbante, ma finiscono spesso per avvicinare il film a una dimensione quasi parodica.
È un film che vuole essere eccessivo, ma non sempre controlla il proprio eccesso.
Il rapporto tra il Fantasma e Christine, che dovrebbe rappresentare il cuore emotivo del racconto, è forse l’aspetto più debole. Mancano il tormento, la vertigine, la tensione tra attrazione e repulsione che hanno reso immortale la storia originale. Asia Argento e Julian Sands non riescono a costruire una vera dinamica tragica: lui appare più bizzarro che inquietante, lei più esposta a una recitazione forzata che sostenuta da un personaggio davvero scritto.
Eppure sarebbe ingiusto negare al film qualsiasi interesse. Dal punto di vista visivo, Il Fantasma dell’Opera conserva momenti in cui l’occhio di Argento continua a cercare immagini potenti: sotterranei umidi, teatri come organismi malati, corpi spinti dentro spazi troppo grandi o troppo claustrofobici. Gli effetti di Sergio Stivaletti regalano alcuni lampi splatter efficaci, mentre le scenografie e i costumi testimoniano un impianto produttivo tutt’altro che trascurabile.
Il problema è che questi elementi sembrano appartenere a film diversi.
La musica di Ennio Morricone, pur preziosa in sé, non sempre trova un equilibrio con le immagini. Le derive grottesche sabotano il melodramma. Le scene più violente arrivano come parentesi isolate. L’erotismo appare freddo, meccanico, più dichiarato che sentito. E quando il film prova a essere tragico, rischia spesso di scivolare nel ridicolo.
La sensazione è quella di un’opera in cui Argento vuole liberarsi del mito del Fantasma più che raccontarlo.
Ed è forse qui che il film diventa, nonostante tutto, interessante. Perché Il Fantasma dell’Opera non è un adattamento impersonale. È anzi un film radicalmente argentiano proprio nel suo rifiuto delle regole, nella volontà di contaminare tutto, nella pulsione a trasformare un classico in un incubo personale fatto di carne, animali, desiderio, mutilazioni e teatro.
Il punto è che questa libertà non basta a salvarlo.
Anzi, finisce per amplificare i suoi limiti. Se nei grandi Argento l’irrazionale diventava architettura, qui l’irrazionale resta spesso disordine. Se nei film migliori la messa in scena trasformava la debolezza narrativa in pura esperienza sensoriale, qui la visione non riesce quasi mai a compensare l’inconsistenza del racconto.
Per questo Il Fantasma dell’Opera rimane un film divisivo. C’è chi può leggerlo come oggetto eversivo, anarchico, persino coerente con l’idea di un cinema che non vuole stare dentro nessuna forma prestabilita. Ma davanti al film finito è difficile ignorare la povertà emotiva, la recitazione problematica, i dialoghi stonati e una costruzione drammatica che raramente persuade.
Il suo fascino, se esiste, è quello dei fallimenti smisurati.
Non un film riuscito, ma un film che continua a far discutere perché espone senza filtri le ossessioni del suo autore. Argento prende Leroux, toglie la maschera al mostro, elimina il mistero più iconico e prova a sostituirlo con un immaginario di pulsioni, topi, sangue e desiderio. L’operazione è coraggiosa. Il risultato, molto meno.
Il Fantasma dell’Opera resta così uno dei punti più bassi e insieme più rivelatori della carriera di Dario Argento: un disastro non anonimo, un film sbagliato fino in fondo, ma impossibile da confondere con quello di chiunque altro.
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