Madri mostruose: perché il cinema horror trasforma la maternità in un incubo
15/07/2026 news di William Maga
Da Mary Shelley alle più celebri saghe slasher, il genere ha usato il legame materno per interrogare il corpo, la creazione e la paura di perdere il controllo

Una madre dovrebbe proteggere, nutrire e offrire un rifugio. Il cinema horror conosce bene questa aspettativa e proprio per questo continua a rovesciarla. Quando la figura materna smette di essere rassicurante, la paura non arriva da qualcosa di estraneo: nasce nel luogo che dovrebbe garantire la massima sicurezza.
Da Margaret White in Carrie a Pamela Voorhees in Venerdì 13, dalla “Madre” elettronica di Alien alla creatura di Barbarian, il genere ha trasformato maternità, gravidanza e nascita in immagini ricorrenti dell’orrore. Non perché sostenga semplicemente che le donne o le madri siano mostruose. La questione è più complessa: l’horror prende uno dei legami umani più profondi e ne mette in scena la possibile degenerazione.
Il corpo che genera vita può diventare incontrollabile. La protezione può trasformarsi in possesso. La cura può nascondere una forma di dominio. E il figlio, invece di rappresentare il futuro, può farsi veicolo di un trauma ereditato.
Il “mostruoso femminile” secondo Barbara Creed
Una delle interpretazioni più influenti di questo fenomeno si deve alla studiosa australiana Barbara Creed. Nel saggio The Monstrous-Feminine: Film, Feminism, Psychoanalysis, pubblicato nel 1993, Creed analizza film come Carrie, Psycho, L’esorcista e Alien per mostrare come il cinema horror costruisca diverse figure di femminilità mostruosa: la madre arcaica, il grembo terrificante, la strega, la donna posseduta e la madre castratrice.
Creed non sostiene che il femminile sia naturalmente spaventoso. Il suo ragionamento riguarda piuttosto il modo in cui una cultura prevalentemente patriarcale ha rappresentato tutto ciò che non riesce a controllare: il sangue, la sessualità, la gravidanza, il parto e la capacità del corpo femminile di creare un altro essere umano.
Il concetto centrale è quello di abiezione: la paura provocata da ciò che mette in crisi i confini tra categorie considerate stabili. Il sangue appartiene al corpo, ma quando ne esce diventa perturbante. Una madre dovrebbe distinguersi dal figlio, ma la gravidanza rende temporaneamente incerto quel confine. Il mostro horror abita spesso proprio questa zona ambigua, dove interno ed esterno, umano e non umano, attrazione e repulsione non possono più essere separati con chiarezza.
Carol J. Clover ha affrontato il rapporto tra genere, identificazione e violenza da una prospettiva diversa. In Men, Women, and Chain Saws ha mostrato come lo spettatore horror non si identifichi necessariamente con l’aggressore maschile, ma possa essere condotto a condividere la paura e la resistenza della vittima-eroina, spesso incarnata dalla cosiddetta “Final Girl”.
Le due prospettive aiutano a evitare una lettura troppo semplice. Il cinema horror può trasformare il corpo femminile in una minaccia, ma può anche affidare proprio a una donna la capacità di comprendere, affrontare e sconfiggere il mostro.
Frankenstein: creare la vita senza diventare genitori
Prima ancora del cinema, una delle riflessioni più radicali sulla nascita e sulla responsabilità arrivò da Mary Shelley. Frankenstein, pubblicato per la prima volta nel 1818, racconta di un uomo che desidera generare la vita eliminando completamente il corpo femminile dal processo.
Victor Frankenstein ottiene il potere creativo tradizionalmente associato alla maternità, ma rifiuta immediatamente le responsabilità che ne derivano. Non accompagna la Creatura nel mondo, non la educa e non le offre affetto. Appena la vede animarsi, prova disgusto e fugge.
Una parte importante della critica femminista ha letto il romanzo come una meditazione sulla gravidanza, sul parto, sull’abbandono e sulla paura della creazione. La biografia di Shelley — segnata dalla morte della madre Mary Wollstonecraft pochi giorni dopo averla partorita e dalla perdita di più figli — ha reso questa interpretazione particolarmente significativa, pur non esaurendo naturalmente la ricchezza del libro.
Il punto non è che Victor fallisca perché è un uomo. Fallisce perché pretende il potere di creare senza accettare il dovere di prendersi cura. Vuole il risultato della nascita, non la relazione che dovrebbe seguirla.
Questa idea attraverserà una parte enorme dell’horror successivo: il vero mostro non è sempre la creatura generata, ma chi l’ha portata nel mondo e poi ha rifiutato di riconoscerla.
Carrie: il corpo femminile come peccato
In Carrie, Stephen King e Brian De Palma legano apertamente il risveglio del potere alla pubertà. La prima mestruazione di Carrie White non viene vissuta come un passaggio naturale, ma come una catastrofe. Le compagne la umiliano nelle docce della scuola; sua madre Margaret interpreta il sangue come prova di una colpa sessuale.
Margaret non è soltanto una fanatica religiosa. È una madre che pretende di controllare il corpo della figlia impedendole di comprenderlo. Trasforma ogni cambiamento in peccato, ogni desiderio in vergogna e ogni forma di autonomia in tradimento.
La telecinesi di Carrie nasce così insieme alla scoperta di una forza che nessuno le ha insegnato a gestire. Il corpo represso ritorna come potere distruttivo. La celebre notte del ballo non è soltanto la vendetta di un’adolescente perseguitata, ma l’esplosione di tutto ciò che famiglia, scuola e comunità hanno cercato di soffocare.
Creed individua proprio in Carrie uno degli esempi fondamentali del mostruoso femminile. Eppure il film non invita davvero a temere Carrie: ci costringe soprattutto a osservare come venga fabbricato un mostro. La tragedia nasce dall’incontro tra crudeltà sociale e controllo materno, non da una presunta natura maligna della ragazza.
Da Norman Bates a Pamela Voorhees: la madre che sopravvive nel figlio
In Psycho, la madre è quasi sempre assente dall’inquadratura, ma domina l’intero film. Norman Bates ha interiorizzato Norma al punto da permetterle di occupare il proprio corpo e la propria voce. Non vuole semplicemente ricordarla: ne diventa la continuazione.
La maternità si trasforma così in un’identità che divora il figlio. Il rapporto non produce autonomia, ma annullamento. Norman non riesce a separarsi dalla madre neppure dopo la morte, e la casa sopra il motel diventa la rappresentazione fisica di una mente incapace di elaborare quella separazione.
Venerdì 13 compie un movimento diverso. Nel film del 1980 l’assassino non è Jason, ma Pamela Voorhees, convinta che l’incuria dei responsabili del campeggio abbia causato la morte del figlio. Le sue uccisioni nascono da una forma di lutto diventata vendetta assoluta.
Quando Jason assume il ruolo di killer nei capitoli successivi, appare quasi come l’estensione di quella rabbia. La madre muore, ma il trauma continua ad agire attraverso il figlio. La saga costruisce così una genealogia della violenza: Pamela uccide in nome di Jason, Jason continua a uccidere dentro il mondo emotivo costruito da Pamela.
La maternità non è presentata come malvagia in sé. È la sua deformazione — l’incapacità di accettare la perdita e di lasciare andare il figlio — a generare il ciclo dell’orrore.
Alien: gravidanza e parto diventano paura universale
Alien radicalizza il discorso sottraendo la gravidanza al solo corpo femminile. Il facehugger feconda un uomo, Kane, che porta inconsapevolmente dentro di sé una creatura destinata a nascere attraverso una lacerazione mortale.
La scena del chestburster trasforma il parto in invasione, perdita del controllo corporeo e morte. Il terrore non deriva soltanto dall’alieno, ma dal fatto che un organismo estraneo possa usare il corpo umano come incubatrice. La riproduzione diventa una catena industriale: uovo, ospite, nascita, crescita.
Non è casuale che il computer del Nostromo si chiami “Mother”. Quella madre artificiale, anziché proteggere l’equipaggio, esegue gli ordini della compagnia e considera sacrificabili gli esseri umani pur di preservare il nuovo organismo. Il linguaggio della cura nasconde una logica aziendale fredda e predatoria.
Il film di Ridley Scott è diventato uno dei casi centrali nelle analisi sul corpo materno e sul “mostruoso femminile”, proprio perché dissemina l’intera storia di immagini legate alla nascita, alla penetrazione e alla gestazione, facendole attraversare indifferentemente da corpi maschili e femminili.
Con Aliens, il conflitto diventa ancora più esplicito: Ripley e la Regina rappresentano due modelli opposti di maternità. Entrambe proteggono i propri “figli”, ma una lo fa attraverso la relazione affettiva con Newt, l’altra attraverso la riproduzione incessante della specie.
Barbarian e la maternità ridotta a impulso
In Barbarian, la creatura chiamata Mother porta questa tradizione verso una forma insieme grottesca e tragica. Il suo desiderio di accudire non è falso: è autentico, ma completamente deformato da generazioni di violenza e isolamento.
La Mother non distingue tra protezione e prigionia. Nutre con la forza, trattiene le persone contro la loro volontà e reagisce con brutalità a chi rifiuta il ruolo di figlio. Il film produce orrore non cancellando l’istinto materno, ma riducendolo a una funzione priva di ascolto, reciprocità e coscienza.
È una differenza importante. La creatura non è spaventosa perché vuole essere madre, ma perché conosce soltanto una caricatura biologica della maternità. La cura senza libertà diventa dominio; l’affetto senza riconoscimento dell’altro diventa violenza.
Perché le madri continuano a fare paura nell’horror?
La maternità è così efficace nell’horror perché contiene già, senza bisogno di mostri, esperienze radicali: trasformazione del corpo, dipendenza, responsabilità, paura della perdita e nascita di un individuo che dovrà inevitabilmente separarsi da chi lo ha generato.
Il genere esaspera queste tensioni. Immagina madri incapaci di lasciare andare i figli, figli che non riescono a liberarsi dalle madri, organismi che trattano altri corpi come incubatrici e creatori che rifiutano le proprie creature.
Ridurre tutto a una presunta paura maschile del corpo femminile sarebbe però insufficiente. Quella componente esiste in molte opere e nelle culture che le hanno prodotte, ma l’horror può anche smontarla, renderla visibile e rivolgerla contro chi la esercita.
Carrie non dimostra che una ragazza mestruata sia mostruosa: mostra una società che rende mostruoso ciò che non sa accettare. Frankenstein non condanna la creazione della vita: condanna chi la desidera senza assumersene la responsabilità. Alien non identifica semplicemente la maternità con l’orrore: rende universale la paura di perdere il controllo del proprio corpo.
Le madri dell’horror fanno paura perché occupano il confine tra amore e possesso, origine e distruzione, protezione e prigionia. Non sono soltanto mostri. Sono la forma deformata di un legame che, proprio perché dovrebbe essere indissolubile e sicuro, diventa terrificante quando smette di riconoscere la libertà dell’altro.
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