Titolo originale: The Odyssey , uscita: 15-07-2026. Budget: $250,000,000. Regista: Christopher Nolan.
Qual è la prova più difficile che Ulisse affronta nell’Odissea?
16/07/2026 news di William Maga
Ulisse supera giganti, mostri e divinità ostili durante il suo viaggio, ma c'è un episodio dell'Odissea che mette alla prova il suo coraggio più di ogni altro. Ecco quale e perché è così importante

L’uscita nelle sale di Odissea di Christopher Nolan (la recensione) ha riportato al centro dell’attenzione uno dei poemi più importanti della letteratura occidentale. Il film ripercorre molte delle prove affrontate da Ulisse / Odisseo durante il viaggio verso Itaca, spingendo molti spettatori a chiedersi quale sia la più difficile e quale sia quella che cambia davvero l’eroe.
Quando si pensa alle prove affrontate da Ulisse, il primo episodio che viene in mente è spesso quello di Polifemo. Il Ciclope lo imprigiona, divora alcuni dei suoi compagni e sembra avergli tolto ogni possibilità di fuga. Anche Scilla e Cariddi rappresentano un passaggio terribile, così come le Sirene e la vendetta finale contro i Proci.
Eppure nessuna di queste esperienze possiede la stessa profondità della discesa di Ulisse nell’Ade. Nel Libro XI dell’Odissea, l’eroe arriva ai confini del mondo conosciuto ed evoca le anime dei morti. Non cerca una vittoria o un tesoro: cerca una risposta.
Per tornare a Itaca deve sapere che cosa lo attende. Circe gli ha spiegato che soltanto il profeta Tiresia può indicargli la strada, ma Tiresia è morto. Ulisse è quindi costretto ad avvicinarsi al regno dal quale nessun vivo dovrebbe ricevere notizie e dal quale nessuno può sperare di tornare immutato.
La Nekyia può essere considerata la prova più difficile affrontata da Ulisse, perché non mette in discussione soltanto la sua sopravvivenza, ma anche la sua idea di eroismo, famiglia e ritorno.
Che cos’è la Nekyia nell’Odissea?
La parola greca nekyia indica un rito di evocazione dei morti. Per questo l’espressione “discesa nell’Ade”, pur essendo entrata nell’uso comune, non è del tutto precisa. Ulisse non attraversa fisicamente l’oltretomba come farà Enea nell’Eneide. Raggiunge invece una regione remota, presso l’Oceano, dove il confine tra vivi e morti sembra assottigliarsi.
Seguendo le istruzioni di Circe, scava una fossa, versa latte, miele, vino e acqua, cosparge il terreno di farina e sacrifica alcuni animali. Il sangue attira le anime, che si raccolgono intorno a lui. Ulisse le tiene lontane con la spada finché non compare Tiresia.
La scena è inquietante perché non appartiene pienamente a nessuno dei due mondi. Ulisse è vivo, ma si trova circondato da presenze prive di corpo. I morti possono ricordare e parlare, ma hanno bisogno del sangue per recuperare, almeno per qualche istante, coscienza e voce.
La critica distingue la Nekyia dalla katabasis, cioè dalla vera discesa fisica nell’oltretomba. La differenza è filologicamente importante, ma non riduce il peso dell’episodio. Ulisse si ferma sulla soglia e sperimenta una condizione ancora più instabile: non è morto, ma il mondo dei vivi non può più proteggerlo.
Perché la Nekyia è la prova più difficile di Ulisse?
La difficoltà della Nekyia non dipende dal numero dei nemici o dalla violenza di uno scontro. Nasce dal fatto che Ulisse entra in una situazione che non può controllare fino in fondo.
Contro Polifemo può inventare uno stratagemma. Di fronte alle Sirene può prepararsi in anticipo. Quando incontra Circe riceve l’aiuto di Ermes. Nel mondo dei morti, invece, l’astuzia non basta. Ulisse deve eseguire il rito, rispettarne le regole e attendere. Nessuna trovata può cambiare ciò che è già accaduto.
L’eroe più celebre per la capacità di trovare sempre una via d’uscita si confronta qui con una realtà senza soluzione.
Non può sconfiggere ciò che incontra
Ulisse impugna la spada, ma non per combattere. La usa soltanto per impedire alle anime di bere il sangue prima dell’arrivo di Tiresia. È un dettaglio significativo: l’arma che altrove serve a uccidere o difendersi assume qui una funzione esclusivamente rituale.
I morti non possono essere colpiti una seconda volta. Non possono essere minacciati né costretti a restituire ciò che hanno perduto. Davanti a loro, Ulisse scopre il limite della forza e dell’intelligenza umana.
Il viaggio verso casa passa dal regno dei morti
Ulisse non desidera vivere questa esperienza. Deve affrontarla perché il ritorno dipende dalle parole di Tiresia. Il viaggio verso casa passa quindi attraverso il luogo più lontano dalla famiglia, dalla quotidianità e dalla vita stessa.
È uno dei paradossi più potenti del poema: per ritrovare il proprio posto tra i vivi, Ulisse deve prima ascoltare chi quel posto lo ha perduto per sempre.
Anticlea e il dolore che Ulisse non può correggere
Il momento più personale della Nekyia è l’incontro con Anticlea, la madre di Ulisse. Quando l’eroe era partito per Troia, lei era ancora viva. Soltanto nel mondo dei morti scopre che è scomparsa durante la sua assenza.
La notizia rende improvvisamente concreto il prezzo del viaggio. Gli anni trascorsi lontano da Itaca non sono più una misura astratta: hanno prodotto lutti, separazioni e trasformazioni che Ulisse non potrà annullare una volta tornato.
Per tre volte tenta di abbracciare la madre. Per tre volte il suo corpo attraversa l’ombra. È una delle immagini più semplici e dolorose dell’intero poema. Ulisse ha sconfitto guerrieri, superato tempeste e resistito alla fame, ma non può compiere il gesto più elementare: stringere una persona amata.
Omero non ha bisogno di grandi discorsi. Il fallimento dell’abbraccio basta a mostrare che la morte è una separazione irreversibile.
Anticlea parla poi di Penelope, Telemaco e Laerte. Offre al figlio l’immagine della casa che desidera ritrovare, ma lo fa dal luogo in cui quella casa non può più essere raggiunta. Da questo momento, il ritorno non coincide più con la semplice restaurazione del passato. Itaca esiste ancora, ma non è rimasta intatta.
Achille e il crollo dell’ideale eroico
L’incontro con Achille modifica il significato stesso della gloria.
Ulisse prova a consolarlo ricordandogli l’onore di cui gode tra i morti. Achille risponde che preferirebbe essere il servo di un uomo povero sulla terra piuttosto che regnare su tutte le anime dell’oltretomba.
La risposta è sorprendente, soprattutto se letta accanto all’Iliade. In quel poema Achille accetta una vita breve in cambio di una fama immortale. Nell’Odissea, osservata dalla prospettiva di chi è già morto, quella scelta assume un significato diverso. La gloria rimane, ma non può sostituire la vita.
Ulisse riceve così una lezione che riguarda direttamente il suo viaggio. Non è l’eroe che cerca una morte memorabile, ma quello che vuole tornare. La sua grandezza non consiste nel sacrificarsi per la fama, bensì nel resistere abbastanza a lungo da rivedere la propria casa.
Dopo il colloquio con Achille, il nostos acquista un valore più netto: tornare significa scegliere la vita, anche quando la vita è fragile, incompleta e segnata dalle perdite.
Tiresia e la conoscenza che ha un prezzo
Tiresia fornisce a Ulisse le informazioni per cui è venuto. Gli annuncia che il viaggio non è ancora terminato, lo avverte del pericolo rappresentato dalle mandrie del Sole e gli prospetta un ritorno difficile.
La profezia non offre una rassicurazione completa. Conoscere il futuro non significa poterlo evitare. Ulisse riceve indicazioni, ma anche una responsabilità: da quel momento sa che una scelta sbagliata può condannare lui e i suoi uomini.
La Nekyia diventa dunque anche una prova di conoscenza. Ulisse deve decidere se è disposto a sapere. E ciò che apprende non rende il mondo più semplice, ma soltanto più chiaro e doloroso.
I morti mostrano a Ulisse diversi modi di fallire
Il Libro XI non contiene una sola rivelazione. Ogni anima incontrata rappresenta una possibilità differente.
Agamennone è l’eroe che riesce a tornare dalla guerra, ma viene assassinato nella propria casa. Aiace rifiuta di parlare con Ulisse, dimostrando che alcuni conflitti non terminano neppure con la morte. Achille possiede la gloria, ma rimpiange la vita. Anticlea rappresenta tutto ciò che il tempo ha sottratto alla famiglia.
Ulisse vede davanti a sé una serie di ritorni mancati, incompleti o tragici. Comprende che arrivare a Itaca non sarà sufficiente: dovrà riconoscere il pericolo, controllare l’impulso ed evitare di ripetere il destino di chi lo ha preceduto.
Il mondo dei morti diventa quindi una sorta di specchio. Ogni figura mostra a Ulisse ciò che potrebbe ancora accadergli.
Perché la Nekyia è più difficile dell’incontro con Polifemo
L’episodio del Ciclope resta il capolavoro dell’astuzia di Ulisse. Chiuso nella grotta, l’eroe comprende che non può uccidere subito Polifemo, perché nessun altro sarebbe in grado di spostare il masso che blocca l’uscita. Deve aspettare, osservare e costruire un piano.
La situazione è terribile, ma conserva una logica. Esiste una soluzione, per quanto rischiosa: ubriacare il Ciclope, accecarlo e nascondersi sotto gli animali.
Nella Nekyia non esiste uno stratagemma equivalente. Ulisse può ricevere risposte, ma non recuperare sua madre. Può ascoltare Achille, ma non restituirgli la vita. Può conoscere il futuro, ma non cancellare la morte dal proprio destino.
Polifemo minaccia il corpo di Ulisse. L’Ade mette in crisi la sua visione del mondo. Per questo la prova del Libro XI è più profonda: non gli chiede soltanto di essere intelligente, ma di accettare ciò che l’intelligenza non può risolvere.
Il significato della discesa di Ulisse nell’Ade
La Nekyia segna un passaggio decisivo nel poema. Prima dell’incontro con i morti, Ulisse sembra soprattutto impegnato a sopravvivere. Dopo, il suo viaggio assume una consapevolezza diversa.
Sa che il ritorno non cancellerà il tempo trascorso. Sa che la fama non vale quanto la vita. Sa che perfino la casa può trasformarsi in un luogo pericoloso e che la prudenza sarà indispensabile.
La discesa nell’oscurità prepara quindi il ritorno alla luce, ma non come una rinascita trionfale. Ulisse non esce dall’esperienza più forte perché ha sconfitto la morte. Ne esce più lucido perché ha smesso di considerarsi al di sopra del limite umano.
È anche per questa ragione che il Libro XI ha esercitato un’influenza così profonda sulla letteratura successiva. Il viaggio nell’oltretomba diventerà uno dei grandi modelli narrativi occidentali, ripreso da Virgilio, Dante e innumerevoli altri autori.
La prova che cambia davvero Ulisse
La discesa di Ulisse nell’Ade può essere considerata la prova più difficile dell’Odissea perché non prevede una vera vittoria finale.
Ulisse ottiene le informazioni di cui ha bisogno, ma paga quella conoscenza con il dolore. Incontra sua madre e comprende di averla perduta. Parla con Achille e scopre che la gloria non compensa la morte. Ascolta Agamennone e capisce che perfino il ritorno può trasformarsi in una trappola.
Nel mondo dei morti, l’eroe non risolve un problema: cambia prospettiva.
Polifemo può essere ingannato, le Sirene possono essere superate e i Proci possono essere sconfitti. La morte, invece, non può essere battuta.
Ulisse può soltanto guardarla da vicino, ascoltare ciò che ha da dirgli e riprendere il viaggio. Da quel momento, tornare a Itaca non significa più recuperare semplicemente ciò che ha lasciato. Significa scegliere la vita sapendo quanto facilmente può essere perduta.
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