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5/10 su 12 voti. Titolo originale: Rabbia furiosa: Er Canaro , uscita: 07-06-2018. Regista: Sergio Stivaletti.

Rabbia furiosa | La recensione del film di Sergio Stivaletti su ‘er Canaro’

03/03/2020 recensione film di Raffaele Picchio

Non bastano i buoni propositi e l'impegno: la canaro-exploitation del regista mantiene a sanguinacci quello che promette, ma il percorso per arrivarci è un harakiri di quasi due ore tra il comico involontario e il delirante che purtroppo non riesce a trovare una sua identità

Che belli i tempi dove ad un’uscita “alta” se ne affiancavano tante “basse” di pura exploitation. Fa strano e anche simpatia vedere appena un mese dopo l’uscita del bellissimo Dogman di Matteo Garrone (la recensione) la sua versione “gore” a firma Sergio Stivaletti . Inutile e assolutamente ridicolo iniziare a fare il conteggio degli anni su chi prima ha iniziato a lavorarci sopra perché tanto, come prevedibilmente si poteva immaginare, sono due prodotti giustamente diversissimi tanto stilisticamente quanto sopratutto concettualmente.

Il grosso problema di Rabbia furiosa – Er Canaro però è proprio nelle intenzioni di cui si arma: indeciso sempre su quale tono assumere, si trascina stanchissimo per quasi due interminabili ore senza sapere come riempire quello spazio che va dai titoli di testa alla mattanza finale. Perché il film promette di andare “oltre Garrone” e di sporcarsi le mani per bene nel sangue e nel delirio. Però, appunto, bisogna arrivarci, altrimenti non ha senso niente ed è qui che la terza regia cinematografica di Stivaletti scivola malissimo.

Pur rimanendo di base fedelissimo alla storia originale e quindi al rapporto amore/odio tra il ‘povero cristo’ Fabio / Canaro della Magliana (Riccardo De Filippis) e Claudio, un ex pugile criminale e violento (Virgilio Olivari), Rabbia furiosa – Er Canaro si tuffa clamorosamente in un contesto incredibile tra combattimenti clandestini di cani (con Ottaviano Dell’Acqua nei panni dello zingaro cattivo Spartaco) e mafiosi da avanspettacolo (il personaggio incarnato da Giovanni Lombardo Radice) che spacciano attraverso il Canaro una droga sintetica verde come il celebre liquido visto in Re-Animator di Stuart Gordon, capace di dare una forza sovrumana ma anche di uccidere (e ‘sti cazzi).

Come se non bastasse tutto questo, la metamorfosi caratteriale del Canaro avviene parallelamente a tutto il corollario possibile di allegorie: dalla super-droga che lo rende matto e violento in pochi secondi (tratta demmerda la moglie rispondendogli ‘a cazzo’, picchia a morte un pedofilo amico del suo “aguzzino”) ad una ferita che si provoca da un rasoio per cani e che inizia a pulsare facendogli venire gli occhi rossi e appunto la “rabbia” (ribadendo questo concetto anche con una didascalia iniziale che identifica la “rabbia furiosa” come il terzo stadio della malattia).

In un contesto così delirante, c’è poi tutta la parte “seria” di Rabbia furiosa – Er Canaro che grida vendetta, con lo spaccato delle borgate romane e delle periferie, con le famiglie poveracce delle case popolari che sognano e tirano a campare che sono unite anche se si mandano affanculo ad ogni frase pronunciata. E c’è lui, Fabio, che non funziona mai: non trasmette pietà, mai un minimo di empatia in nessuno dei suoi gesti, mai che si parteggi davvero per lui creando una involontaria caratterizzazione “non vittimistica” del Canaro (almeno fino agli ultimi immondi minuti di chiusura), che sarebbe pure interessante se non vanificasse tutto quello che lo circonda. Riccardo De Filippis è pure un bravo attore, ma qui sembra troppo di rivedere lo Scrocchiazeppi di Romanzo Criminale e non sembra mai veramente “diretto”. In opposto a lui c’è Virigilio Olivari (già visto in Bloodline di Edo Tagliavini, di cui era pure produttore), che non se la cava male anche se, nonostante gli evidenti sforzi, vedere il suo personaggio cattivissimo in contesti da barzelletta non lo aiuta a trasmettere quella minaccia necessaria per l’apice finale.

E quando finalmente questa straziante prima parte arriva alla chiave di svolta, quel momento in cui la goccia fa traboccare il vaso crolla miseramente in una blandissima e castissima sequenza di stupro che nulla ha da spartire con le feroci e bestiali sequenze analoghe a cui ci ha abituato il nostro caro, vecchio, cinema di genere dei bei tempi andati. Non potevano mancare poi come mazzata finale le sequenze oniriche, tra Tim Burton e Marco Antonio Andolfi, che dire di troppo è poco. Impossibile poi rimanere seri davanti al rapporto tra il Canaro e l’amico meccanico, in cui il tono serissimo con cui Sergio Stivaletti cerca di riprendere il dramma cozza con l’incredibile e ridicolissimo slang romano-slavo parlato dal povero Romuald Klos.

Proprio quando ormai hai gettato le speranze ecco però che Rabbia furiosa – Er Canaro finalmente arriva al nocciolo del discorso e lì il regista – e sceneggiatore, con Antonio Lusci e Antonio Tentori – si scatena, mantenendo la sua promessa e in 7 minuti scarsi si scatena in ogni tipo di atrocità che nel suo apice delirante sfoggia anche una bella idea “chirurgico-punitiva” (che, se non ricordo male, in parte venne utilizzata – almeno concettualmente – in un cortometraggio proprio di Stivaletti). Momento rovinato subito con una coda inutilissima che manco Charlie – Anche i cani vanno in paradiso. Tuttavia, quando c’è da picchiare, non si tira certo indietro, anzi.

Ma si può giudicare positivamente un film solo per un pugno di minuti finali? Rabbia furiosa – Er Canaro inizia e finisce in questi 420 secondi tanto feroci quanto, purtroppo, privi di anima. Nonostante l’indubbio volontà di confezionare con impegno qualcosa di ambizioso e più curato rispetto ai lavori precedenti, alla fine della giostra rimane una pellicola che come si muove fa disastri: quando vuole essere seria diventa ridicola, quando vuole essere cattiva totalmente innocua. Anche per il cinema vale parafrasare l’orrendo proverbio: Canaro che abbaia, non morde.

Di seguito il trailer ufficiale di Rabbia furiosa – Er Canaro:

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