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6/10 su 6 voti. Titolo originale: Boar, uscita: 17-06-2018. Budget: $3,400,000. Regista: Chris Sun.

Recensione | Boar di Chris Sun

di William Maga

John Jarrath e Bill Moseley sono alle prese con un feroce e gigantesco cinghiale selvatico nell'entroterra australiano in un creature film che non si prende sul serio e diverte, centrando l'obiettivo nonostante alcuni problemi dovuti al budget

Chi ha una certa familiarità con il cinema di Chris Sun sa che ogni suo film si porta dietro un carico di aspettative fatto da violenza sanguinaria e australianità nel senso più greve e oltraggioso possibile. E adessoanche Boar, presentato in anteprima europea all’ultimo BIFFF di Bruxelles (dove lo abbiamo visto), sebbene spinga un po’ meno sul versante del gore, nel complesso non fa eccezione. Con una ammiccante – e inevitabile – strizzatina d’occhio al cugino famoso Razorback, classico del 1984 diretto da Russell Malcahy, il regista ha preso un’altra strada per realizzare il suo creature movie su un feroce cinghiale selvatico assassino, che non è in fin dei conti né un remake, né una re-immaginazione o un reboot, ma più semplicemente 90 minuti di ozploitation sfrenata infarcita di volti noti locali.

Il bestiame comincia a scomparire in una piccola città rurale e due contadini dediti all’alcol si ritrovano faccia a faccia con un gigantesco cinghiale. Dopo essersi imbattuti nei resti devastati di un camping, i due uomini – con abbondanza di bottiglie di whisky, ma con una scorta di munizioni insufficienti – devono così provare a respingere la bestia da soli, prima che questa torni a uccidere di nuovo. Nel frattempo, la famiglia Monroe arriva in città per far visita ad alcuni parenti e, mentre trascorre un idilliaco pomeriggio a nuotare nel vicino fiume, anche i suoi membri finiscono nel mirino della creatura predatrice selvatica dall’appetito insaziabile.

Come avrete intuito, si tratta di una sinossi  piuttosto semplice e per nulla inventiva, eppure la direzione sicura di Chris Sun aderisce alle convenzioni del (sotto)genere, manipolando i cliché a proprio vantaggio e intingendo la vicenda nel sempre affascinante contesto aussie, costellandola come plus di attori australiani vecchi e giovani tra cui Simone Buchanan, John Jarratt (Wolf Creek), Roger Ward (Interceptor), Melissa Tkautz, Hugh Sheridan e Nathan Jones (Mad Max: Fury Road), nonché del fuoriclasse americano del cinema horror Bill Moseley (La Casa del Diavolo). Un mix di facce adeguatissimo per una pellicola del genere, low budget (circa 2 milioni di euro) e senza grandi pretese di essere qualcosa di più di 90′ di assalti, fughe e battutacce. In particolare, Jarratt e Ward interpretano i due redneck ubriaconi la cui chimica sullo schermo è meravigliosa, e con i due personaggi che guidano la prima metà della storia, la resa sullo schermo finisce per essere un esilarante – e sorprendentemente accattivante – motivo comico/grottesco che dona un tocco inaspettatamente leggero a Boar. Gli scambi tra i due sono rozzamente divertenti, ed entrambi dimostrano una sintonia evidentemente esistente anche al di fuori dal set. La seconda parte della storia è invece incentrata sui personaggi della Buchanan e di Moseley, che interpretano i genitori degli adolescenti Christie-Lee Britten e Griffin Walsh, e anche in questo caso la loro chimica è evidente. Moseley offre una prova più contenuta di quanto i suoi fan potrebbero aspettarsi da chi ha alle spalle le memorabili interpretazioni di Otis Firefly e “Chop-Top” Sawyer. L’attrice 50enne rappresenta l’ancoraggio emotivo del film, offrendo quella profondità e quel quantitativo minimo di emozioni che spesso ci si dimentica in opere di questa natura.

Tra i membri del resto del gruppo spicca la Tkautz come figlia di Jarratt, la proprietaria del pub locale, che, allontanandosi dalla figura celebrata nel reality australiano The Real Housewives of Sydney, sembra proprio divertirsi un sacco vestita in jeans e camicia di flanella abbracciando il suo lato nascosto più rozzo e sboccato. Tra le altre facce familiari per chi ha un po’ di dimestichezza con il cinema locale ci sono quelle di Ernie Dingo, Steve Bisley e Chris Hayward, nei panni di un branco di disadattati che danno a Boar ulteriore credibilità. Tra l’altro, il personaggio di Hayward rappresenta anche una sorta di omaggio palese a Razorback, nel quale ha recitato, e farà sorridere chiunque sia abbastanza preparato da riconoscere il riferimento. Tuttavia, sarebbe piuttosto ingenuo sorvolare o ignorare del tutto alcune vistose carenze del film, che includono una manciata di effetti speciali in CGI malamente elaborati e un montaggio che spesso lascia piuttosto sconcertati. Chris Sun utilizza una misura uguale di effetti pratici e digitali per creare il suo mostro, ma in entrambi i casi il risultato è ugualmente positivo e negativo. È glorioso osservare i protagonisti faccia a faccia con la bavosa e ansimante creatura e vederli interagire con qualcosa di tattile … eppure quando il cinghiale carica a tesa bassa e la telecamera la inquadra in un campo lungo, l’inefficacia dell’effetto pratico rivela tutti i suoi limiti. Lo stesso si può dire per la versione digitale, che appare da una parte eccessivamente finta in alcune sequenze, e del tutto realistica in altre. Un peccato (i limiti imposti dal budget e la volontà di non usare solo la CGI hanno sicuramente influito), che inficia l’apprezzabile tenacia nel volere creare un mostro così grande e feroce che potesse sembrare realistico e quindi ancora più spaventoso.

Ciononostante, Boar resta una visione piacevole, onesta nella consapevolezza di essere un horror che non vuole passare alla storia ma soltanto far trascorrere senza sbadigli un’ora e mezza di serata a chi è in cerca di un prodotto insolito.

Di seguito il trailer originale di Boar, al momento senza una data di uscita per l’Italia:

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