Horror & Thriller

[recensione] Leatherface di Alexandre Bustillo e Julien Maury

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I due registi francesi vanno alle origini di Non Aprite Quella Porta puntando forte sulla violenza grafica, dimenticandosi che in principio però c'era ben altro rispetto agli shock

Il mondo dell’horror – non dissimilmente dagli altri generi – è storicamente avvezzo a sequel, reboot e prequel per sfruttare il più possibile l’appeal del villain di turno. Così, a quattro anni di distanza dall’assolutamente dimenticabile Non aprite quella porta 3D – di cui conserva la sciagurata squadra produttiva – arriva ora con grande sorpresa Leatherface (primo paese del mondo, vai a capire i misteri della distribuzione), ottavo capitolo della longeva saga iniziata nel 1974 con il classico del compianto Tobe Hooper (qui in veste di produttore esecutivo). L’interesse principale, oltre a quello moderato per l’infanzia travagliata del futuro mostro del titolo, dovrebbe quindi principalmente essere quello di rivedere all’opera il duo francese composto da Julien Maury e Alexandre Bustillo, alla prova del nove dopo i deludenti Livide e Among the Living, ben lontani dai fasti del folgorante esordio À l’intérieur. E c’è da dire che, se non altro, la loro mano iper violenta e spietata si vede tutta, aiutando i fan della motosega a superare il fatto che la celeberrima arma svolga solo un piccolo ruolo di supporto e che l’altrettanto attesa faccia di pelle non compaia che verso la fine del film.

leatherface locandinaLeatherface omaggia già in qualche modo nel prologo il capostipite, aprendosi con una tavolata infernale in cui entrano in gioco sia la sega che il martello, sotto lo sguardo attento della matriarca dei Sawyer, Verna (Lili Taylor, esperta di ruoli disturbati, ma deturpata dal doppiaggio italico). L’allegra famigliola decide in seguito di scegliere la vittima sbagliata, scatenando l’ira del Texas Ranger Hal Hartman (Stephen Dorff), che per vendicarsi decide di togliere la custodia del figlio Jed a Verna e di farlo internare nel manicomio per giovani problematici Gorman House, all’interno del quale il suo nome viene cambiato per evitare che venga trovato e riconosciuto. Dieci anni più tardi, quindi nel 1965 circa, incontriamo Lizzy (Vanessa Grasse), giovane e avvenente infermiera al primo giorno di lavoro presso la struttura, alla quale vengono presentati alcuni dei detenuti, tra cui il tranquillo Jackson (Sam Strike) e Bud (Sam Coleman), che ha dei disturbi ma che fondamentalmente appare innocuo, e Ike (James Bloor) e Clarice (Jessica Madsen), che molto chiaramente invece non lo sono. Naturalmente, come giusto che sia in questi casi, l’ospedale psichiatrico/casa di cura è quanto di peggio si potrebbe desiderare, tra elettroshock impartiti secondo insindacabile giudizio del primario e scherzi sadici tra i reclusi (che includono anche topolini per via orale …).

L’atmosfera alla Halloween – The Beginning che si respira fin qui viene ulteriormente confermata dall’evasione dei quattro alla prima occasione utile, situazione che permette alla coppia di registi di cominciare a dare allo spettatore un antipasto delle brutalità che di lì a poco seguiranno, avvalendosi sapientemente delle luci al neon lampeggianti per infondere ansia alla sequenza. Gli schizzati e assetati di sangue – oltre che necrofili, per aggiungerci un carico pesante – Ike e Clarice prendono quindi Lizzy in ostaggio e partono per il confine messicano assieme a Jackson e Bud. Qui – tra gelosie insensate e prime dispute interne al gruppetto – Leatherface sconfina pericolosamente nei territori di Assassini nati – Natural Born Killers mentre girovagano per il Texas (rimpiazzato in maniera sufficientemente convincente dagli esterni della Bulgaria), macellando chiunque incontrino e minacciando di uccidere e / o violentare l’infermierina lungo la strada. Nel frattempo, non dimenticandosi dei topoi della serie, lo sceneggiatore Seth M. Sherwood (uno che in carriera non aveva scritto nulla finora) prende a prestito una pagina del copione di La Casa del Diavolo (si, ancora Rob Zombie …) con Hartman, ancora ossessionato dalla vendetta e coerentemente sadico, che guida una flottiglia di poliziotti (tra cui non spicca Finn Jones) sulle tracce degli psicopatici in fuga.

leatherface filmLa pellicola gioca la carta del depistaggio, non chiarendo fino alla fine chi dei protagonisti sia in realtà Jed e chi assumerà quindi l’identità di faccia di cuoio (Ike ne ha il temperamento, mentre Bud ha la stazza fisica più vicina al Leatherface di Gunnar Hansen), ma oltre a questo non c’è nulla di iconograficamente o tematicamente riconducibile direttamente ai capitoli precedenti di Non Aprite Quella Porta. I membri della disfunzionale famiglia sono a malapena abbozzati e la carica eversiva e politicamente scorretta dell’originale di Hooper resta un sogno non sognato. Se si riesce a guardare oltre, Leatherface funziona tuttavia abbastanza bene come film su giovani criminali on the road graficamente scioccante (le uccisioni sono tutte estremamente ‘cattive’), in cui Maury e Bustillo – e con loro Bloor e la Madsen – riescono a creare la sensazione di pericolo costante che chiunque possa morire in qualsiasi momento, senza eccezioni. E in mezzo a tutti questi tipi violenti, da entrambi i lati della legge, la Grasse rende la sua Lizzy un’eroina a cui il pubblico si può aggrappare per non affogare nel sangue.

Se Leatherface non può avvicinarsi alla profondità della follia cinematografica che il primo NAQP riusciva a portare sul grande schermo, raggiunge almeno l’obiettivo di rendere il Texas rurale un luogo che nessuno avrebbe mai il coraggio di visitare. Qualche raro momento, come Jed che indossa una grande testa di mucca morta, restituisce la sensazione di malessere quasi surreale dell’originale. E anche se le connessioni col resto della saga sono marginali, questo film riesce in qualche modo a riprenderne lo spirito in modo più efficace rispetto a NAQP 3D e NAQP IV (ed è probabilmente per un omaggio inconscio a quest’ultimo che Dimo ​​Alexiev appare qui brevemente nei panni di un Drayton Sawyer molto simile a quello del Matthew McConaughey del 1994). Il merito è quasi interamente riconducibile ai due registi, che se non altro – sarebbe da leggere la sceneggiatura per averne certezza assoluta – spingono forte sul pedale del gore selvaggio da intrattenimento serale per mascherare la pochezza di quanto sta sullo sfondo.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di Leatherface, nei cinema dal 14 settembre:

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