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6/10 su 603 voti. Titolo originale: Mandy, uscita: 13-09-2018. Budget: $6,000,000. Regista: Panos Cosmatos.

Recensione | Mandy di Panos Cosmatos

03/10/2018 di Sabrina Crivelli

Assai oltre i confini del mero revenge movie, il secondo film del visionario regista italo-canadese ci immerge in uno psichedelico e ineffabile universo di tenebra, in cui Nicolas Cage si muove straziato dal dolore e dalla collera

O si osanna o si detesta … Panos Cosmatos è un regista la cui – limitatissima – filmografia presenta molteplici criticità, soprattutto per uno spettatore non preparato a quanto lo aspetta sullo schermo, ma anche un’anima disarmante. Chi dunque ricerca nel cinema un lieto intrattenimento, o una qualche forma di lineare narrazione, troverà un’estrema difficoltà nell’approcciarsi al rapsodico e visionario sviluppo cosmatiano; ugualmente si tratta di qualcosa decisamente inadatto adatto ai deboli di cuore, di spirito o di stomaco. E’ indubbiamente così per Beyond the Black Rainbow (2010), che segue gli oscuri esperimenti dell’inquietante Dr. Barry Nyle (Michael Rogers), ricercatore dell’Arboria Institute, specializzato nella riconciliazione tra spiritualità e scienza. In uno studio ossessivo e a tratti latamente sadico, lo scienziato si concentra su una sventurata cavia umana, la giovane e indifesa – almeno all’apparenza – Elena (Eva Bourne), dotata di capacità telepatica e tenuta isolata dal resto del mondo in un asettico laboratorio.

La lenta e ansiogena incursione in un oscuro universo mentale è combinata a uno psichedelico impianto visivo, dando vita a un risultato non immediato a livello di comprensione, ma certo conturbante. Le fila degli estimatori dell’estetica unica e personalissima di Panos Cosmatos hanno quindi giubilato, dopo otto anni, alla notizia dell’arrivo di un nuovo film intitolato Mandy e con protagonista niente meno che il manierista della recitazione Nicolas Cage, reduce dal geniale Mom and Dad (2017) di Brian Taylor. E l’attesa non è stata vana.

La trama è in sé piuttosto convenzionale: una coppia che vive isolata in una casa in mezzo ai boschi, il ruvido Red (Cage) e la tenebrosa Mandy (Andrea Riseborough), è assalita dai folli e perversi membri di una setta, il cui capo, Jeremiah Sand (Linus Roache), nota lei mentre cammina tra gli alberi e decide di rapirla. Dopo che le due vittime sono legate e drogate con una potente sostanza psicotropa, la situazione degenera nell’omicidio della donna. Ne segue un cruento e straniante revenge movie in cui il protagonista si vendica della morte dell’amata. La storia, tuttavia, non è poi così rilevante e la costruzione di un plot lineare palesemente non costituisce una priorità.

Al contrario, Mandy è anzitutto un’esperienza iper-estetizzata e altamente simbolica, un percorso ermetico in cui la diegesi risulta ancillare rispetto al comparto figurativo, che invece ne rappresenta l’elemento cardine. Il significato risulta, d’altra parte, in più passaggi imperscrutabile e non c’è alcuna volontà di renderlo chiaro. Molte sono anzi le domande che sorgono sul significato ultimo, sulla natura dei personaggi e sul senso degli eventi descritti. Chi sono invero i Children of the New Dawn? Perché le iridi degli occhi di Mandy sono a tratti innaturalmente nere, quasi demoniache? Perché tanta attenzione al libro che sovente legge lei intitolato Seeker of the Serpent’s Eye? Nelle sue pagine è contenuta una sorta di sibillina premonizione di quanto avverrà? Infine perché proprio lei è stata scelta da Jeremiah?

Numerosi sono gli aspetti lasciati volutamente sospesi, in particolar modo nella prima metà, tanto da generare nello spettatore una forte percezione di inquietudine, quasi fosse di fronte a un’arcana lingua maledetta, di cui non è del tutto comprensibile l’alfabeto, ma che comunica ugualmente una profonda angoscia in maniera irrazionale, per via sensibile. La parola, altresì, non aiuta a dipanare la matassa, al contrario la rende più intricata. L’elemento verbale (i dialoghi), ma anche quello scritto (i passi inquadrati dal volume che la protagonista sta leggendo) hanno una natura misterica, profetica. Le frasi scambiate dai due innamorati, ancor più quelle professate solennemente dal ‘profeta’ dei Figli della Nuova Alba, sono assolute e non esiste la trasmissione di un messaggio intellegibile che il pubblico possa decriptare, ma consistono perlopiù in postulati sapienziali e assoluti.

You’re just meat. Without a soul, without a brain, without anything. Animal. You, you have no spirit- everlasting! No, no radiant light! I possess elucidations you will never know!” afferma Jeremiah in un dialogo con Red rimandando a saperi iniziatici di cui solo la sua setta ha accesso. Tuttavia, il credo degli adepti è solo vagamente abbozzato, una sorta di politeismo infero a cui rimanda il loro capo in diversi momenti, specialmente in un enigmatico discorso in cui cita anche Gesù Cristo e insinua l’esistenza d’altri dei. Non solo, il verbo è strettamente connesso all’emisfero rituale, altrettanto ambiguo, in cui l’uso di allucinogeni è un ingrediente fondamentale per determinare il viaggio mistico – o meglio l’incubo ad occhi aperti – di Mandy, la vittima designata.

La puntura del pungiglione di un insetto simile a una grossa ape, allora, porta alla mente singolari pratiche d’una arcaica religione, o un qualche rito sciamanico che conduce in un Iperuranio sintetico (alla Gli insegnamenti di Don Juan di Carlos Castaneda, ma in declinazione più orrorifica). Perché la donna vi sia stata sottoposta, quali siano le mire da parte di Jeremiah verso di lei (che diviene per lui un’ossessione al primo sguardo), non c’è dato saperlo con chiarezza, possiamo solo fare qualche soggettiva supposizione. Infine, arduo è comprendere il rapporto tra i passi inquadrati di Seeker of the Serpent’s Eye, in particolare quello che rimanda ad un “occhio di serpente che emette un bagliore color smeraldo”, il sacrificio di lei e la vendetta di Red. Ovviamente si tratta di una sorta di anticipazione, ma anche di una metaforica lettura …

L’estrema complessità interpretativa di Mandy non si limita al copione, ma l’immagine è enigmatica almeno quanto la parola. Il secondo film di Panos Cosmatos, d’altronde, non racconta, procede per indizi verbali e, soprattutto, visivi. E’ costruito un mondo alternativo, una cosmologia colorata dei toni innaturali e saturi della fotografia di Benjamin Loeb e accompagnata dalle note sintetiche della colonna sonora di Jóhann Jóhannsson (i titoli dei pezzi riprendono alcuni dettagli centrali come Seeker of the Serpent’s Eye o Children of the New Dawn).

Sin dai primi fotogrammi, in esterni e interni notturni, ci addentriamo in una (ir)realtà che precede la vera e propria allucinazione indotta artificialmente. Così, il bagno notturno in un lago in mezzo alla vegetazione ci mostra Mandy quale una creatura sovrumana, divinità ancestrale, che s’immerge ed emerge da una tenebra liquida (in questo ricorda una scena in Beyond the Black Rainbow in cui Michael Rogers faceva più o meno lo stesso) e i suoi occhi si tingono completamente di nero.

A ciò si somma il ritmo innaturale, in rallenti, a cui è sottoposta l’azione, che ancor più conferisce un’aura di surreale. Poi ci sono le scelte cromatiche, in particolare l’illuminazione espressionista virata al rosso, al giallo, luminescenza in pura estetica anni ’80 e al contempo superamento del modello per sublimazione. Sin dall’ouverture la sensazione è quella di essere sull’orlo  della fine del mondo e i Children of the New Dawn ne sono i portatori, almeno nel piccolo e prima tranquillo cosmo di Mandy e Red. L’impressione è d’altra parte rafforzata dalla comparsa dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse/ motociclisti mostriformi (che ricordano un po’ anche Ghost Rider), che emettono versi gutturali e i quali sono evocati dalla setta tramite un funesto ‘sacrificio umano’.

Figure decisamente ambigue, confusa è la loro reale natura, sospesa tra sovrumano (una macchina si cappotta addirittura a contatto con uno di loro) e mortale (il protagonista riesce a ucciderli senza troppi problemi). Incoerenza? Forse, oppure uno dei tanti misteri disseminati per l’horror visionario di Panos Cosmatos, impossibile da affrontare con il mero approccio logico quale chiave di interpretazione. E’ in ultimo acchito la macro-struttura stessa ad implicare un opaco simbolismo, costruito in primis dai capitoli in cui è diviso il minutaggio e dalla presenza di sezioni animante nella parte dedicata alla vendetta. Visione nella visione, dopo la morte di Mandy, Red la sogna putrefatta, o entità immortale che uccide la ‘bestia’ e ne strappa un cuore lucente di smeraldo (la connessione con il libro è palese). Intuizione assai acuta, l’emisfero onirico di lui è presentato come un cartone animato, distaccandosi del tutto dal mondo sensibile, già di per sé pervaso da un’estetica metafisica e di molteplici effetti distorsivi.

Infine c’è la violenza. Se nella prima ora circa è l’allucinazione ad essere preponderante, nella successiva – fino all’epilogo – è la brutalità a prevalere. Dal momento esatto in cui Red si libera dolorosamente dal filo spinato che lo tiene prigioniero e inizia la sua iraconda vendetta contro gli assassini di Mandi, il sangue inizia a scorrere nei modi più fantasiosi. Teste vengono letteralmente tagliate con tanto di abbondanti zampilli, crani vengono fracassate, si arriva persino a una surreale battaglia con le seghe elettriche – chiara reminiscenza all’Ash /Bruce Campbell di L’armata delle tenebre.

In tale frangente perfetto è Nicolas Cage, che con i suoi eccessi in termini recitativi incarna in maniera superba una mente sconvolta dalla rabbia e da una strana sostanza sconosciuta trovata a casa di uno dei Cavalieri e prontamente ingurgitata. Memorabile è l’inquadratura di lui, del tutto coperto di sangue nell’abitacolo della sua macchina mentre sorride folle e si rivolge alla materializzazione di un’interlocutrice inesistente. Fatto singolare, la medesima scena è presente in Beyond the Black Rainbow, quando il Dr. Barry Nyle parte alla ricerca di Elena.

In conclusione quindi, inadatto ai più per crudezza delle immagini e per oscurità del significato, Mandy ripropone in pieno tutto ciò che i fan amavano del precedente film di Panos Cosmatos, costituendo – si potrebbe arrivare ad asserire – un suo indiretto seguito (non a caso, i due film sono stati scritti nello stesso periodo), un’ulteriore esplorazione di mondi di tenebra, in cui lo spettatore confuso ed estasiato è ancora una volta immerso.

Di seguito trovate il trailer originale:

Nicolas Cage
Andrea Riseborough
Linus Roache
Richard Brake
Bill Duke
Ned Dennehy
Olwen Fouéré
Hayley Saywell
Clément Baronnet
Paul E. Painter
Ivailo Dimitrov
Alexis Julemont
Line Pillet
Sam Louwyck
Stephan Fraser
Kalin Kerin
Tamás Hagyuó
Paul Painter
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