Home » Cinema » Horror & Thriller » Recensione | Puppet Master: The Littlest Reich di Sonny Laguna e Tommy Wiklund

5/10 su 39 voti. Titolo originale: Puppet Master: The Littlest Reich, uscita: 17-08-2018. Regista: Sonny Laguna.

Recensione | Puppet Master: The Littlest Reich di Sonny Laguna e Tommy Wiklund

20/08/2018 di William Maga

Udo Kier e Barbara Crampton sono gli ospiti d'eccezione del dodicesimo film della saga horror, che offre marionette killer scatenate e splatter abbacinante, ma nulla più nonostante le discrete premesse

Qualunque sia la vostra opinione in merito alla saga di Puppet Master (peraltro trattata malissimo qui in Italia, coi soli primi tre titoli arrivati in home video ad oggi …), non si può davvero criticarne la tenacia o la longevità. Dal primo del 1989 fino all’undicesimo capitolo arrivato nel 2017 (Puppet Master: Axis Termination) – sono dodici se contiamo ​​Puppet Master vs Demonic Toys del 2004 , che però non appartiene al ‘canone’ -, ciascun film ha mantenuto le caratteristiche ‘tipiche’ del franchise, ovvero un budget radente l’irrisorio e un fascino bislacco, offrendo al contempo storie allegramente sopra le righe e impossibili di burattini animati che uccidono la gente nei modi peggiori. La qualità è – a essere benevoli – quanto meno altalenante da una pellicola con l’altra, ma la serie ha negli anni saputo scavarsi una nicchia a dimensione pupazzo dentro cui adagiarsi comodamente e prosperare. L’ultimo arrivato, Puppet Master: The Littlest Reich, baratta ora la personalità frammentaria dei suoi predecessori con un’esperienza più furbetta, più splatter e imbottita di special guest, che sfortunatamente si fa tuttavia apprezzare in fin dei conti solamente per le uccisioni (ammesso che sia poco).

Un presunto nazista entra in un bar del Texas nel 1989 e, dopo essere rimasto disgustato dagli atteggiamenti di un paio di lesbiche, ordina ai suoi burattini di ucciderle entrambe. La polizia scopre che si tratta dello sfigurato André Toulon (Udo Kier) e si presenta nel suo nascondiglio dove resta ucciso in una sparatoria. Trent’anni più tardi, le sue atrocità sono diventate in qualche modo leggendarie. Edgar (Thomas Lennon), che lavora in un negozio di fumetti di provincia, ha recentemente divorziato e ha bisogno di soldi, e un’imminente convention che celebra proprio le famose marionette di Toulon gli offre l’opportunità di vendere uno dei suoi pupazzi più strani per guadagnare del denaro. Insieme alla sua nuova fidanzata (Jenny Pellicer) e al suo capo (Nelson Franklin), si dirige così verso il vecchio hotel sede della manifestazione, godono di un tour nel museo di memorabilia del vecchio nazista morto, e presto si ritrovano nel bel mezzo di un massacro alimentato dai burattini scatenati.

Senza tirarla troppo per le lunghe, Puppet Master: The Littlest Reich riesce a garantire nei suoi 90′ di durata pupazzi assassini (molto ben costruiti), omicidi sanguinosissimi, una colonna sonora nuova di zecca composta dal grande Fabio Frizzi (Zombi 2, Sette Note in Nero, assente dalle scene dal 2011) e un simpatico cast di comprimari che include Charlyne Yi (Dr. House MD), Michael Paré (Strade di fuoco), Matthias Hues (Arma non convenzionale) e la leggendaria Barbara Crampton (Beyond the Gates), nei panni di una ex poliziotta che sputa insolenza e aneddoti in egual misura. Questo è molto più di quanto la maggior parte degli horror straight-to-video offra mediamente, e ci sono buone probabilità che sia già abbastanza per alcuni fan del genere. Chi cerca qualcosa di più elaborato, o chi non ama i bambolotti killer più in generale (ricordiamo che qui nemmeno parlano), non avrà fortuna, perché il film è straordinariamente e quasi paradossalmente privo di vita o di energia.

Persino i suoi due momenti ‘da novanta in termini di gore e irriverenza – che coinvolgono un povero sempliciotto con la zip abbassata per urinare e una donna incinta sdraiata in un letto – sono girati in modo così semplice e senza la minima preoccupazione per lo stile, la messa in scena o l’esecuzione, che riescono a entusiasmare esclusivamente sulla base della loro audacia. I registi Sonny Laguna e Tommy Wiklund (Wither) falliscono nel creare qualsiasi momento topico, e se i primi trenta minuti sono i più complicati da gestire come azione, la situazione non migliora molto nemmeno dopo l’inizio della mattanza. Gettate nella mischia un’abbondanza di personaggi malamente tratteggiati, un cast principale apparentemente insicuro di quale tono usare in ogni dato momento e un finale assolutamente aperto e avete servita  una sanguinaria delusione. Il tutto ammesso che si avessero aspettative di qualche tipo. La sceneggiatura del film è tra l’altro gentilmente concessa da S. Craig Zahler, i cui Bone Tomahawk (2015) e Cell Block 99 (2017) certo non lesinavano violenza e ferocia, e che anche qui ha immaginato infatti le due scene di cui sopra, assolutamente spiazzanti e clamorose, almeno sulla carta. Gli atti di brutalità pura tuttavia non sono il suo unico biglietto da visita. Se ricordate, in Bone Tomahawk gli eroi erano dei coloni bianchi che combattevano contro i selvaggi nativi. In Cell Block 99 l’eroe bianco era invece possessivo nei confronti della moglie e rappresentato come più intelligente, più forte e più onorevole dei criminali – spesso ispanici – che lo circondavano.

Non sorprende quindi che anche Puppet Master: The Littlest Reich presenti una mentalità simile, resa anche più evidente se relazionata agli altri capitoli della saga. La guerra di André Toulon – e per estensione, dei suoi burattini – è stata spesso portata avanti contro i nazisti, ma qui è lui stesso ad essere un nazista, e così le sue soprannaturali creazioni se la prendono con omosessuali, zingari, ebrei e altre minoranze. Per essere chiari, questo aspetto da solo non è meritevole di critica, ma è il ragionamento alla base ad essere tutt’altro che convincente.

“Un sacco di cose terribili accadono alle persone che non lo meritano”, dice qualcuno in riferimento al percorso di macellazione intrapreso dal film (la cui trama viene replicata sotto forma di fumetto). E l’altro – l’autore delle strisce disegnate – risponde: “Io cerco di rispecchiare la realtà“. Questo scambio potrebbe indurre a pensare che anche qui Zahler abbia tentato di riflettere in qualche modo sull’attualità (ponendo magari l’accento sull’aumento dei casi di omofobia o di razzismo negli Stati Uniti), non fosse che messa in bocca di un tizio peraltro alla fine di un B-movie fin lì assolutamente sconclusionato e disimpegnato non può far altro che uscire stonata e cadere così nel vuoto. Siamo infatti davanti a un prodotto troppo sciocco per dare sani brividi e troppo vuoto per risultare efficacemente satirico. Le morti sono sì brutali, ma in modo chiaramente e volutamente comico, al punto che il pubblico è portato a sorridere e a ‘fare il tifo’ per burattini nazisti che massacrano all’arma bianca o col lanciafiamme delle persone innocenti. Non c’è nessun messaggio più grande celato in bella vista e non ci si deve aspettare di mettere prima o poi in discussione il proprio divertimento, ma solamente goderselo.

Probabilmente, molti degli spettatori che si approcciano a un film del genere saranno solamente alla ricerca di una serata semplice, tutta sgozzamenti e niente impegno. E questo è ciò che garantiscono Sonny Laguna e Tommy Wiklund, che si sforzano in ogni modo di offendere e scioccare in modo talmente trasparente che non gli importa se la situazione finisce per sfuggir loro di mano a scapito dei personaggi e della storia. Prendere o non iniziare la visione.

Ah, alla fine dei titoli di coda c’è una brevissima quanto inutile scena extra.

Di seguito trovate il red band trailer originale di Puppet Master: The Littlest Reich:

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