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3/10 su 9 voti. Titolo originale: Slender, uscita: 01-01-2016. Regista: Joel Petrie.

[recensione] Slender di Joel Petrie

di Sabrina Crivelli

Come un ottimo e inquietante personaggio e una buona idea vengano vanificati dal solito e fastidioso stile mockumentary

Personaggio immaginario e terrificante, lo Slender Man è un individuo esile, dall’altezza spropositata e senza volto, protagonista ormai di numerosi racconti dell’orrore e addirittura videogiochi, creato come creepypasta nel 2009 da Eric Knudsen in un concorso fotografico. L’oscura creatura sin dalla sua genesi compariva in un parco dove giocavano dei bambini, una sorta di uomo nero dalle fattezze oscure che insidiava i fanciulli. Dopo una prolifica incursione nel mondo dei videogame con il nome semplicemente di Slender (tra i vari si ricordano Slender: The Eight Pages o Slender: The Arrival), il malvagio e oblungo figuro approda anche davanti alla telecamera in diversi corti, infine nel 2016 nel mockumentary Slender di Joel Petrie.

Slender joel Petrie posterImmediata è anzitutto la scelta stilistica: l’horror low budget ricorre per l’ennesima volta al falso documentario portato al successo nel lontano 1999 da The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair, e che negli anni ha avuto un infinito stuolo di filiazioni con diverse declinazioni ed entità orrorifiche al suo interno; si pensi solo negli ultimi anni ai vari V/H/S e Paranormal Activity. Più affine di questi ultimi al capostipite degli anni novanta, il film palesa sin dalle prime sequenze la sua natura: il protagonista Joel (ossia il regista Joel Petrie) è deciso a girare il docufilm definitivo, una capace di rivelare una storia sconvolgente e d’impatto. Inizialmente, in un prologo piuttosto prolisso a dirla tutta, il filmmaker cerca senza successo il proprio soggetto in un bar, dove lavora l’amico e futuro compagno di riprese Dan (Dan Schovaers); dopo qualche tafferuglio, lunghe discussioni tra i due sul da farsi e diversi ripensamenti, è il secondo ad imbattersi in qualcosa di davvero interessante, o così crede: mentre viaggiava all’interno di un treno, incrocia una donna che vaneggia su una mostruosa creatura antropomorfa e di dimensioni anomale che ha rapito i suoi figli. Che sia una psicotica la poveretta, sembra manifesto, eppure i due registi in erba decidono che sia il caso di indagare e procedono su quella che ritengono una strada proficua.

Dopo il lungo preambolo sulla genesi del progetto, dunque, seguito da un black screen con scritte varie, il titolo Outrunning Shadows e parecchi fischi assai fastidiosi che dovrebbero comunicare la brutista idea di montaggio in fieri, è mostrato finalmente il materiale video che dovrebbe essere parte del documentario stesso. I primi a essere ripresi sono un detective che ha lavorato sul caso di rapimento, Tiffany (Tiffany Pipkin) che era incaricata di sorvegliare i due bambini di 9 e 6 anni, mentre stavano giocando al parco, infine una psicologa che tratteggia le possibili implicazioni per i congiunti. Il triplice e soggettivo punto di vista, subito delinea una realtà nebulosa: il poliziotto narra del caso del suo collega che è stato misteriosamente ucciso in un incidente (il suo cadavere è ritrovato trafitto da un ramo di un albero a metri da terra), la donna narra della scomparsa nel nulla dei due ragazzini, dopo aver intravisto un sinistro figuro, infine la dottoressa minimizza la componente paranormale, parlando delle psicosi a cui si assiste nei genitori. Sentiti dunque alcuni testimoni esterni si giunge finalmente alla madre, Mili (Mili Parks), che tuttavia pare molto differente da come si era presentata la prima volta, lungi dall’allora psicotica farneticante, letteralmente terrorizzata da una sovrumana presenze, ora è decisamente più pacata e spiega che non era in sé e le sue percezioni allucinate erano dovute a un cambio di medicine problematico. Seria battuta d’arresto per Joel e Dan, che desiderano girare un film sulla paura e sull’impatto delle credenze sull’individuo, i due decidono di mettere in scena la ricomparsa del sovrumano rapitore per terrorizzare la loro sfortuna protagonista della loro storia, avendo così una reazione di genuino terrore…

Slender Joel Petrie 2Silloge eterogenea di più materiali, perlopiù piuttosto grezzi, Slender si propone come molti altri di basarsi su quel realismo scabro di fotogrammi imperfetti per coinvolgere maggiormente lo spettatore, per comunicargli una maggiore idea di verisimiglianza. In tal senso sono alternate interviste ai testimoni, alternati a riprese estratte da una sorta di un found footage della morte del poliziotto, con le immagini di una conversazione su Skype tra l’equipe all’opera sul documentario, molto vicina al modus narrandi di Unfriended. Sperimentalismo visivamente fastidioso, si tratta di un ennesimo esempio di volontà di attrarre il pubblico mostrando qualcosa di nuovo a livello tecnico e dimenticando, come sempre più accade di questi tempi che, se la trama e la sua messa in scena sono buone non serve molto altro, anzi il manierismo distoglie e disturba. Se dunque lo scheletro narrativo, come l’idea dell’Uomo Nero stesso possono essere avvincenti, purtroppo il continuo reiterarsi di riprese mosse, ma soprattutto la seccante trovata dello schermo tripartito, con al centro l’oggetto dell’inquadratura tagliato e a fuoco, di lato lo stesso in campo più lungo ma fuori fuoco, con una camera peraltro in movimento, rende davvero faticoso il seguire gli sviluppi. In ultimo, apoteosi di tale propensione al verismo che tinge la pellicola di dilettantesco (il girato così realizzato sembra più opera di qualcuno che non sa bene cosa stia facendo), abbiamo finalmente il tanto atteso e mai veramente consumato incontro con lo Slender Man stesso, quando Mili è attirata nottetempo nella scuola dei figli e, come c’era d’aspettarsi, assistiamo al solito correre aventi e indietro da mal di testa alla The Blair Witch Project, che per il capostipite quasi un ventennio addietro poteva anche funzionare, ma oggigiorno…

Se quindi certo i nuovi linguaggi sono interessanti, innovativi forse, allo stesso tempo invece di guadagnare fanno perdere qualcosa al naturale crearsi della suspense, relegando Slender nell’universo delle buone idee portate ad uopo a compimento.

Di seguito il trailer di Slender:

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