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7/10 su 235 voti. Titolo originale: Daybreak , uscita: 24-10-2019. Stagioni: 1.

Daybreak | Recensione della terribile serie postatomica con Matthew Broderick (su Netflix)

28/10/2019 recensione serie tv di Francesco Chello

Brad Peyton e soci adattano nel peggior modo immaginabile l'omonimo fumetto indipendente di Brian Ralph, tra citazioni infilate senza cognizione, situazioni già viste altrove e volontà di essere cool a tutti costi

daybreak serie netflix 2019

Da giovedì 24 ottobre, Netflix ha aggiunto una nuova produzione originale al suo catalogo, la serie Daybreak, tratta dall’omonimo fumetto indipendente di Brian Ralph, pubblicato in tre capitoli (tra il 2006 ed il 2008) dalla piccola Bodega Comics e poi ristampato in volume unico (nel 2011) dalla canadese Drawn and Quarterly. Opera cartacea che non ho avuto il piacere di leggere, ma su cui ho potuto raccogliere le informazioni sufficienti per capire che lo show Netflix si differenzia non poco nell’impostazione di partenza; Brian Ralph raccontava una storia di sopravvivenza condita di sottile humor nero, mentre la controparte televisiva è costruita intorno a una storia d’amore adolescenziale (ovviamente assente nel fumetto) e un tono tragicomico, perdendo già in partenza lo spirito della sua fonte di ispirazione.

daybreak serie netflix posterIl plot della serie è semplice, bombe biologiche si abbattono sulla Terra, per qualche motivo sopravvivono solo gli adolescenti (che si radunano in tribù), mentre gran parte degli adulti muore e i superstiti si trasformano in ghoulie – facsimile degli zombie, si nutrono di ragazzini, non hanno coscienza ma ripetono ossessivamente l’ultimo pensiero vissuto prima di morire (spesso concetti vacui), metafora utile a sottolineare l’alienazione dell’essere umano contemporaneo. Si viene così a creare un contesto post apocalittico con contaminazioni horror potenzialmente interessante.

Potenzialità che restano teoriche, visto che l’ambientazione non è altro che il mezzo (o la scusa) per portare in scena una teen dramedy che se già di suo poteva essere discutibile, ci aggiunge l’aggravante di un tono che vorrebbe essere eccentrico, sopra le righe, una sorta di parodistico che stanca quasi subito, sbagliato proprio nella concezione e nell’esecuzione. E dire che avrei dovuto diffidare leggendo il nome di Brad Peyton tra i creatori della serie (insieme ad Aron Eli Colette).

Per capirci, Peyton è quello di Viaggio sull’Isola Misteriosa, in cui Sir Michael Caine volava in groppa ad un’ape gigante, oppure San Andreas, in cui il gommone di Dwayne Johnson era più veloce di uno tsunami. Ha fatto anche Rampage – Furia Animale (la recensione), ma quello l’ho digerito un po’ meglio – i bestioni assassini mi stanno simpatici, oltre che anni e anni di film di genere a basso costo potrebbero aver alterato la mia percezione in materia. Ad ogni modo, Brad Peyton non mi ispirava fiducia e i fatti hanno suffragato questa ipotesi. Ma andiamo per gradi.

Il contesto da high school con quasi totalità del cast giovanile indirizza già in partenza la destinazione di Daybreak, anche se poi non è solo una questione anagrafica (esistono decine di storie incentrate sui ragazzi capaci di conquistare un pubblico adulto), ma di vera e propria impostazione della trama e dei protagonisti; a naso, quindi, parlerei di target di riferimento incentrato su spettatori che non superano i vent’anni – la mia versione ventenne non avrebbe gradito nemmeno a suo tempo, ma trattandosi di un parallelo decontestualizzato devo supporre (o quanto meno non posso escludere) che quella stessa fascia oggi potrebbe essere portata per un prodotto di questo tipo. Di sicuro, non è un prodotto nelle corde di generazioni più mature.

Nel dubbio che protagonisti e relativi vicende non bastino a mettere a suo agio l’ipotetico pubblico giovanile, ecco che ambito e linguaggio di Daybreak vengono infarciti di termini, marchi, aziende, oggetti, social network e simboli in generale totalmente riconoscibili dal grosso dei probabili fruitori. Per cui, decisamente alla buona, vengono inseriti nei discorsi i vari Amazon, LinkedIn, Staples, Fortnite, Haters, Hashtag, Instagram, la sigaretta elettronica e un po’ di altra roba a caso, utile a portare il teenager in un’area di comfort ampiamente riconoscibile. Ma dopo aver marcato così forte il territorio, negli autori deve essere subentrata l’ansia di giocarsi il pubblico adulto, e quale modo migliore per provare ad agganciarlo se non attraverso una serie di omaggi e citazioni infilate a casaccio e, quasi sempre, estranee al contesto.

Daybreak (2019) serie netflixQuella strana concezione secondo cui, ormai, basta un po’ di vintage per conquistare i figli degli anni ’80 (ma anche ’70 o ’90, visto che si spara alla cieca), in sostanza credere di strizzare l’occhio con complicità quando invece è solo congiuntivite. E dire che io sono uno di quelli che cede facilmente a omaggi e citazioni, un gioco che mi piace e che apprezzo il più delle volte, ma che in Daybreak risulta impacciato, un insieme di elementi che non seguono un filo concettuale, non trovano aderenza col contesto. Brani musicali di epoche o generi più disparati inseriti senza coerenza (da Tupac agli Who – questi ultimi presenti in una scena coi cadaveri che non sai se stanno citando loro o C.S.I.), videogames (da Galaga del 1981 a Street Fighter) e film menzionati gratuitamente, tanto per nominarli e far vedere che si conoscono.

In vari momenti, la cosa viene aggravata da un imbarazzante atteggiamento difensivo di chi tenta di ironizzare o giustificarsi sulle sue stesse citazioni o addirittura tentare di spiegarle nel dubbio qualcuno non le avesse colte – come quando ti mostrano la tribù che richiama palesemente Mad Max (il nostro dossier) e qualche minuto dopo la cosa viene sottolineata da un personaggio che ironizza sulla cosa. Per non parlare dei riferimenti inseriti in maniera pacchianamente errata, tipo il teenager moderno che gioca e colleziona Masters of the Universe o G.I. Joe quando è probabile che non sappia nemmeno cosa siano – e, nel caso non bastasse, possiede anche un Perfection, giochino risalente alla fine degli anni 70, per non farsi mancare nessuna fascia generazionale.

Difetti sparsi che passano persino in secondo piano di fronte ai problemi seri di Daybreak. Innanzitutto il tono di cui parlavo in apertura, un’ironia compiaciuta di chi si crede anche cool, mentre alla lunga si rivela solo fastidioso. La ricerca di un’impostazione eccentrica e dissacrante quando la scrittura e la costruzione di tale atmosfera si rivela chiaramente fallace. E ancora, riciclare espedienti già visti come la rottura della quarta parete col protagonista che guarda in camera e si rivolge direttamente allo spettatore, oppure l’utilizzo ripetuto di didascalie sul simpatico (presunto) andante, tecniche utilizzate in maniera così insistita da risultare quasi moleste. In alcuni episodi, si opta poi per alcune scelte narrative / visive che vorrebbero evidenziare particolarità e ricercatezza, ma che restano intenzioni intriganti non seguite dai fatti.

Come ad esempio, l’episodio orientaleggiante (il quinto), con l’inserimento di immagini anime, la divisione in capitoli e la guest star di RZA che fa da voce narrante e si diverte a citare una serie di titoli asiatici marziali d’annata, salvo poi risolversi tutto in maniera strappalacrime con annessa citazione su Johnny di Karate Kid e chiusura sulle note di una cover giapponese di un brano dei Backstreet Boys. Oppure quando, nel settimo episodio, i flashback vengono rappresentati sotto forma di un’irritante sitcom – e stavolta, l’accompagnamento musicale viene affidato ad alcuni brani di Morrissey.

La serie si becca il V.M. 14 ma non è certo a causa di chissà quale messaggio o contenuto audace, ma solo per una timidissima spruzzata di sangue qua e là (le premesse facevano presagire un livello di violenza sicuramente maggiore) e qualche parolaccia di troppo – oltre che un’inutile overdose da dito medio. Non mancano momenti di dubbio gusto, tipo un carlino gigante che stupra uno degli studenti, oppure la scena di sesso tra i protagonisti con ironia insistita su preservativo e penetrazione, o ancora una gradevole diatriba sull’odore dei testicoli e della vagina.

Matthew Broderick e Sophie Simnett in Daybreak (2019) netflixIl punto è che apocalisse, horror, ironia non sono altro che una variazione su quello che è il tema centrale della serie. Stringi, stringi, alla fine tutto gira intorno alla teen dramedy di cui accennavo, una storia d’amore (anzi due, c’è anche una sottotrama omosessuale, che a tratti sembra quasi ostentata quasi volesse essere una dimostrazione di apertura mentale da parte di qualcuno che invece ha più limiti di quanto pensi), qualche tradimento, amicizie complicate, un abbozzo di riscatto sociale, lacrimucce e buoni sentimenti. In sostanza, Daybreak crea dei presupposti apparentemente interessanti e li demolisce senza darti il tempo di farteli apprezzare.

La componente horror si rivela fumo negli occhi, in dieci episodi i ghoulie vengono mostrati all’opera due o tre volte, una manciata di morsetti e niente di più; per il resto qualche breve frangente sanguinolento (colpi di spada, bombe, un paio di momenti di disgusto), ma nulla di eclatante, mancano violenza o momenti impattanti. Verso la fine vengono mostrati segni di ulteriori mutazioni a cui non viene dato alcun seguito o spiegazione. L’azione è presente ancora meno, spesso e volentieri lascia il posto a una verbosità eccessiva.

La cosa più grave è che, assodato il suo genere di appartenenza e relative caratteristiche, Daybreak fallisce a prescindere in quella che dovrebbe essere la regola base di una serie televisiva: la presa sullo spettatore. Ogni prodotto seriale che si rispetti, dovrebbe farti scattare il colpo di fulmine nei primi episodi, rimpolpare (con gusto) nel mezzo e darti soddisfazione col gran finale. Tutte cose in cui Daybreak, ovviamente, viene meno. Dopo i primi due episodi un po’ interlocutori, sei portato a pensare che possano aver conservato la sostanza per quelli a seguire. Col senno di poi, non solo puoi appurare che non è così, ma ti rendi addirittura conto che quei primi episodi erano probabilmente i migliori (gli unici diretti da Brad Peyton, tra l’altro). In quelli successivi, la serie si prende tutto il tempo (troppo) per presentare e approfondire i personaggi secondari, arrivando a dedicare singoli episodi ad alcuni di loro, lasciando sullo sfondo il protagonista e la sua missione.

Mancano svolte significative, la trama non ha un vero intreccio, nulla che possa realmente catturarti. Per dire, c’è un personaggio dall’identità misteriosa (da subito facilmente intuibile) che viene svelata già al quarto episodio. Una storia che probabilmente si poteva raccontare utilizzando la metà del tempo, 10 episodi (per circa 8 ore complessive di durata) sono troppi, una miniserie sarebbe stata più che sufficiente, diverse puntate girano a vuoto e non aggiungono nulla alla linea narrativa. L’unica nota di merito si può assegnare all’epilogo della love story (e della serie), a quel punto inaspettato, un piccolo sussulto che arriva praticamente sul fischio finale, un attimo prima dei titoli di coda – e che comunque non cambia il giudizio complessivo.

daybreak serie netflix 2019Il cast non sfigura, quanto meno nei ruoli principali. I protagonisti sono Josh e la sua ragazza, Sam Dean (omaggio ai personaggi di Supernatural), interpretati in maniera diligente da Colin Ford e Sophie Simnet. Josh è il nuovo arrivato, canadese trapiantato in California, emarginato ed un po’ sfigato, con background di ordinanza che include l’abbandono del padre (non manca il flashback) ed una madre sempre assente per lavoro; dopo l’apocalisse trova la sua dimensione, mette in atto una scalata sociale un tempo per lui impensabile, ritrovandosi leader di un gruppo di ribelli. Sam è una ragazza popolare, profonda ed emancipata, dopo la bomba se ne perdono le tracce, da qui la missione di ricerca di Josh.

Intorno a loro orbitano molteplici personaggi pittoreschi, alcuni riusciti meglio di altri, da Angelica (Alyvia Alyn Lind) bambina di dieci anni, piromane, sociopatica e dal vocabolario colorito, a Wesley Fists (Austin Crute), samurai gay e di colore, con un passato (da espiare) da bullo, passando per la (spesso insopportabile) signorina Crumble (Krysta Rodriguez), ghoulie non completamente trasformata che resiste alle proprie pulsioni e si unisce ai ribelli, per arrivare allo strambo preside Burr affidato ad un redivivo Matthew Broderick, uno dei personaggi chiave della vicenda. Cameo per Joe Manganiello oltre che per il già citato RZA. Simpatica l’idea della divisione in tribù con relativo vestiario e location, buona la ricostruzione scenografica degli ambienti desolati, meno gli effetti in CGI in cui si evidenziano in negativo alcuni animali mutanti che, peraltro, non hanno il minimo peso all’interno del racconto.

In definitiva, Daybreak è un prodotto che abbozza qualche elemento accattivante, finge di avere un potenziale e si vende per quello che non è. L’apocalisse e i simil zombie sono solo il contorno di una racconto adolescenziale condito da storie d’amore, d’amicizia, di riscatto. Una trama priva di mordente, carente di presa sullo spettatore, allungata oltre misura e peggiorata da un tono generale che si crede brillante e innovativo ma si fa prendere presto la mano diventando ripetitivo, smodato e irritante.

Di seguito trovate il full trailer internazionale di Daybreak, nel catalogo Netflix dal 24 ottobre: