Voto: 6/10 Titolo originale: House of the Dragon , uscita: 21-08-2022. Stagioni: 4.
House of the Dragon 3 recensione: la guerra esplode, ma sono ancora i personaggi a fare la differenza
21/06/2026 recensione serie tv House of the Dragon di Gioia Majuna
La terza stagione rilancia il conflitto con battaglie spettacolari e personaggi finalmente al centro, ma qualche limite strutturale continua a farsi sentire

Dopo una seconda stagione accusata di aver rimandato continuamente i momenti decisivi, House of the Dragon torna con un obiettivo chiaro: dimostrare che l’attesa è finalmente servita a qualcosa. La risposta, almeno nei primi episodi, è positiva, anche se non priva di riserve.
La serie riparte esattamente dove si era fermata e lo fa senza perdere tempo. La Battaglia del Condotto, attesa da tempo dai lettori di Fire & Blood, arriva subito e rappresenta uno dei momenti visivamente più ambiziosi mai realizzati dal franchise. Navi in fiamme, draghi che dominano il cielo e una messa in scena imponente dimostrano ancora una volta quanto HBO continui a investire nella componente spettacolare.
Ma è anche qui che emerge la vera natura di House of the Dragon.
A differenza di Il Trono di SPade, dove molte battaglie regalavano almeno l’illusione di una vittoria, qui ogni conquista lascia soltanto nuove ferite. La guerra non viene mai celebrata come spettacolo eroico, ma raccontata come un meccanismo destinato a divorare chiunque vi partecipi. Ogni successo porta con sé perdite irreparabili, e ogni personaggio sembra sempre più consapevole di combattere una guerra che nessuno può davvero vincere.
Questa è probabilmente la scelta narrativa più coerente dell’intera serie.
Il rischio, però, è che questa continua malinconia finisca talvolta per appiattire il coinvolgimento emotivo. Quasi tutti i protagonisti sembrano vivere in uno stato di rassegnazione permanente, rendendo difficile trovare qualcuno per cui tifare davvero. La tragedia diventa il tono dominante e, a lungo andare, rischia di togliere spazio anche ai momenti che dovrebbero sorprendere.
Fortunatamente la terza stagione corregge uno dei limiti più evidenti del ciclo precedente: i personaggi tornano finalmente a incontrarsi.
Per gran parte della seconda stagione molte storyline procedevano in parallelo senza mai incrociarsi realmente. Qui, invece, i protagonisti tornano a confrontarsi direttamente, e il racconto ne guadagna in tensione e dinamismo.
Il cuore della serie resta il rapporto tra Rhaenyra ed Alicent. Dopo anni di rivalità, rancore e incomprensioni, le loro scene continuano a rappresentare il momento in cui House of the Dragon riesce davvero a distinguersi dal suo predecessore. Emma D’Arcy e Olivia Cooke costruiscono un equilibrio fatto di affetto, rimorso e ostilità che riesce ancora a dare profondità a un conflitto ormai inevitabile.
Anche Daemon trova finalmente una direzione più interessante rispetto alla stagione precedente. Il personaggio smette di girare a vuoto e torna a influenzare realmente gli equilibri della storia, recuperando quella presenza scenica che lo aveva reso uno dei protagonisti più affascinanti della serie.
Non tutto, però, funziona allo stesso modo.
Il cast continua a essere enorme e la quantità di casate, alleanze e personaggi rende ancora difficile seguire alcuni passaggi senza un buon ripasso delle stagioni precedenti. Dopo due anni di pausa, ritrovare l’orientamento tra Targaryen, Hightower, Velaryon e le rispettive genealogie richiede uno sforzo che la serie non sempre facilita.
Anche l’abbondanza di draghi, paradossalmente, finisce per perdere parte del suo impatto. Se nelle prime stagioni ogni apparizione rappresentava un evento, oggi diventano quasi un elemento abituale della narrazione. Lo spettacolo resta impressionante, ma l’effetto meraviglia inevitabilmente si attenua.
L’aspetto più interessante della nuova stagione è allora forse un altro. Dietro il conflitto dinastico iniziano a emergere con maggiore forza le conseguenze della guerra sulla popolazione comune. Per la prima volta la serie dedica più attenzione a chi subisce le decisioni della nobiltà, mostrando come la lotta per il Trono di Spade abbia un costo enorme soprattutto per chi non partecipa al gioco del potere. È un punto di vista che amplia il respiro della narrazione e rende il mondo di Westeros più credibile.
La sensazione, dopo i primi quattro episodi, è quindi quella di una serie che ha finalmente ritrovato una direzione. Rimangono alcuni problemi strutturali – un numero eccessivo di personaggi, una narrazione ancora molto densa e un ritmo che alterna accelerazioni improvvise a momenti più statici – ma il racconto appare decisamente più compatto rispetto alla stagione precedente.
Non è ancora il livello raggiunto nei momenti migliori di Il Trono di Spade, soprattutto perché manca quella capacità di sorprendere continuamente lo spettatore con svolte davvero imprevedibili. Tuttavia, House of the Dragon sembra aver capito che la propria forza non risiede soltanto nei draghi o nelle grandi battaglie, ma soprattutto nelle relazioni tra i suoi protagonisti.
Ed è proprio quando mette da parte lo spettacolo per concentrarsi sui personaggi che riesce a offrire i momenti migliori.
Dal 22 giugno su SKY e Now.
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