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8/10 su 934 voti. Titolo originale: Twin Peaks, uscita: 08-04-1990. Stagioni: 4.

Recensione story | Twin Peaks: il pilot diretto da David Lynch alla prova dei 30 anni

10/04/2020 recensione serie tv di William Maga

Trasmesso nell'aprile del 1990, Passaggio a Nord-Ovest spalancava le porte sul bizzarro e sconvolgente universo creato da Lynch e Mark Frost, primo assaggio di una serie in grado di cambiare per sempre il corso della televisione

Kyle MacLachlan in Twin Peaks (1990) pilot

Quando l’episodio pilota di 95 minuti di I Segreti di Twin Peaks andò in onda su ABC la sera dell’8 aprile 1990 (in Italia sarebbe arrivato su Canale 5 solo il 9 gennaio 1991), arrivò circondato da un alone di grande attesa, ma senza molti avvertimenti su quello a cui gli spettatori avrebbero effettivamente assistito. La rete americano aveva infatti promosso lo show attraverso una campagna di annunci pubblicitari criptici, suggerendo che il pubblico avrebbe potuto trovarsi davanti a una classica soap opera ‘con omicidio’ e aggiungendo una tagline che si sarebbe rivelata assolutamente veritiera (molto più del tormentone ‘Chi ha ucciso Laura Palmer?’): “Se lo perderete stanotte, non saprete di cosa staranno parlando tutti quanti domani“. Ma, sebbene il nome del co-creatore David Lynch fosse prominente in ogni dove, né il regista né il suo particolarissimo stile erano ancora così noti all’epoca (Velluto Blu e Dune non erano stati nemmeno lontanamente dei successi). Quando l’americano (e poi l’italiano) medio scelse di sintonizzarsi su Twin Peaks quella notte di 30 anni fa, quanto tempo impiegò prima di rendersi conto di star guardando qualcosa di … strano?

Twin Peaks (1990) pilotLa contorta reinterpretazione data da David Lynch al tradizionale melodramma televisivo da prima serata anni ’80, co-creata con Mark Frost, che nel corso del 2017 ha goduto di un sorprendente – nel bene e nel male – terza stagione, durante la sua messa in onda originaria è riuscita a rivoluzionare la storia del piccolo schermo, portando elementi della Hollywood classica e di avanguardia all’interno di un contenitore tradizionalmente mainstream.

Poi, però, ha logorato la benevolenza acquisita in meno di un anno, diventando un prodotto così eccentrico da allontanare molti degli spettatori che l’avevano trasformato in un fenomeno così poco tempo prima. Prima che la carriera cinematografica di Davi Lynch ‘deragliasse’ totalmente verso territori per lo più criptici (con l’eccezione dello splendido Una storia vera del 1999), il regista di Missoula è tornato comunque a far visita a Twin Peaks ancora una volta con il controverso prequel Fuoco cammina con me del 1992, incapace – almeno in apparenza – di soddisfare gli spettatori che erano diventati ossessionati dalla storia a causa dei suoi numerosi enigmi, che si aspettavano incredibili rivelazioni e si ritrovarono di fronte soltanto a ulteriori misteri.

Twin Peaks oggi è sia salutato unanimemente come un precursore della “TV di prestigio”, sia come una esempio lampante di potenziale sprecato. Per chiunque abbia buona familiarità con quell’eredità tanto ambivalente quanto straordinaria, può essere difficile allora riguardare Northwest Passage / Passaggio a Nord-Ovest con qualsiasi tipo di obiettività. Le domande che pone, sono adesso in qualche modo meta-testuali. Che cosa c’era di cosa stupefacente in quella insolita introduzione a Twin Peaks che catturò l’attenzione di milioni di persone nella primavera del 1990? Ne furono attratti per le sue eccentricità o nonostante esse?

Se non vedete il pilot da un po’, sappiate che rimane una delle introduzioni a una serie più efficaci che la TV abbia mai prodotto. Il suo concorrente più vicino potrebbe essere quello di Lost (anche lui di oltre 90 minuti), altrettanto capace di incuriosire gli spettatori con segreti affascinanti, un cast eclettico di personaggi e una nuova interpretazione di un genere ritenuto ormai familiare.

Twin Peaks (1990)Twin Peaks si apre con un forte contributo delle atmosfere uggiose tipiche della zona nord-occidentale degli Stati Uniti, accompagnata dalle note arcane e sognanti della colonna sonora composta da Angelo Badalamenti con immagini compassate di alberi, montagne, laghi e segherie. Nell’arco dei suoi primi dieci minuti, questa pace viene sconvolta dall’entrata a gamba tesa della trama, quando Laura Palmer (Sheryl Lee), la popolarissima reginetta di bellezza del locale liceo, viene trovata “morta … avvolta nella plastica“.

David Lynch cattura un primo piano della faccia del cadavere della ragazza, che è ancora avvenente anche con le labbra blu e senza vita. Fin dall’inizio, Lynch & Frost (che hanno co-scritto la sceneggiatura) stabiliscono nettamente questa disconnessione tra placide superfici e passioni accecanti, dando al loro show la sua prima iconica immagine entrata presto nell’immaginario collettivo: una giovanissima donna, attraente, contusa e in decomposizione.

Una volta che la storia ha gettato l’amo e la pastura intorno, David Lynch e Mark Frost sono liberi di dare una più ‘corretta’ introduzione all’adorabile comunità del luogo – e agli oscuri segreti che presto la distruggeranno dall’interno. Incontriamo così il ‘pezzo grosso’ della cittadina, Ben Horne (Richard Beymer) e la sua annoiata e sfrontata figlia adolescente, Audrey (Sherilyn Fenn); passiamo un po ‘di tempo con la misteriosa proprietaria della segheria, la cinese Jocelyn Packard (Joan Chen); il suo ingenuo braccio destro Pete Martell (la star di Eraserhead – La mente che cancella, Jack Nance) e la moglie di quest’ultimo, la burbera e infida Catherine (Piper Laurie); facciamo quindi visita al violento camionista e spacciatore di droga Leo Johnson (Eric Da Re) e alla sua giovane e sottomessa moglie, la cameriera Shelly Johnson (Mädchen Amick), che se la spassa intanto col presunto fidanzato di Laura, Bobby Briggs (Dana Ashbrook).

Conosciamo anche il proprietario della pompa di benzina, “Big Ed” Hurley (Everett McGill), la sua strana moglie con un occhio solo, Nadine (Wendy Robie) e il suo tormentato nipote, James (James Marshall), segretamente innamorato di Laura. E poi ci sono la timida Donna / Dana Hayward (Lara Flynn Boyle); l’avvocato Leland Palmer (Ray Wise), il padre di Laura, la sua emotivamente fragile moglie Sarah (Grace Zabriskie); l’integerrimo sceriffo Harry S. Truman (Michael Ontkean) e la sua sbadata receptionist Lucy Moran (Kimmy Robertson).

Sheryl Lee in Twin Peaks (1990) pilotCon ogni nuovo personaggio e luogo che compare sullo schermo, sia Twin Peaks (la serie) che Twin Peaks (la città) iniziano a riempirsi, diventano un po’ più ingarbugliati, molto più sinistri e generalmente più avvincenti di quanto si pensasse a un primo superficiale sguardo. L’impalcatura di quella che inizialmente poteva sembrare una sorta di versione ‘tutta legno e cascate’ di La signora in giallo mescolata con California (nata come costola della popolarissima Dallas), iniziava così a incrinarsi in un modo che avrebbe spinto tutti a procedere nella visione, anche solamente per vedere se tutto sarebbe crollato.

Ma poi, l’agente speciale dell’F.B.I. Dale Cooper fa il suo ingresso in scena – parlando con ‘Diane’  – e improvvisamente lo show decolla.

L’oscuro alone di mistero e i personaggi bizzarri di Twin Peaks sono una combinazione abbastanza irresistibile già prima che arrivi sul posto Kyle MacLachlan, ma la visione da ‘esterno / estraneo’ di Dale Cooper (aka lo spettatore) su questo mondo porta con sé una messa a fuoco delle peculiarità della cittadina ancora più nitida. L’uomo di innamora immediatamente di tutta quella regione, dagli imponenti abeti di Douglas al cibo “dannatamente buono” (specie la crostata di ciliege e il caffè nero). La notte in cui arriva, mentre fa un appostamento alla Road House assieme allo sceriffo Truman, passa il tempo intagliando un flauto, spiegando: “Che altro fare in una città in cui il giallo significa ancora ‘rallentare’ invece di ‘accelerare’?”.

Sotto lo strato del comportamento da bravo boy-scout, tuttavia, l’agente Cooper è assai bravo nel suo lavoro e risoluto come deve essere. Arriva a Twin Peaks perché vede somiglianze tra l’omicidio di Laura Palmer e un altro caso altrettanto cupo e irrisolto, quello di Theresa Banks. In meno di un giorno, trova indizi dappertutto: un diario; una videocassetta; una minuscola lettera “R” nascosta sotto un’unghia della vittima; una catenina con la metà di un cuore; una busta di plastica contenente residui di cocaina e una chiave di una cassetta di sicurezza; e una copia sottolineata della rivista pornografica locale per scambisti, Flesh World.

Con una voce calma e il sorriso di chi la sa lunga, abbatte metodicamente le difese degli amici della vittima – oltre alle obiezioni dello sceriffo, che è sicuro siano tutti bravi ragazzi senza macchia. Twin Peaks è il tipo di città in cui l’addetta alla reception della polizia prepara con cura un buffet di ciambelle ogni sera; Cooper è il tipo persona che detta ogni suo pensiero dentro un registratore, anche se sta solo commentando una scatola di coniglietti di cioccolato. Ma il nuovo arrivato non è certo un ingenuo. Percepisce che le giovani generazioni di Twin Peaks hanno molto da nascondere sotto le apparenze. Circa un terzo del pilot è un penetrante poliziesco procedurale, mentre un altro terzo è una rivelazione dei piccoli grandi scandali che viaggiano sotto traccia in ogni piccole città, ma il resto è un tipico racconto di delinquenza giovanile vecchio stampo, con droga, bulli, motociclette e pupe sbarazzine.

Lara Flynn Boyle in Twin Peaks (1990) pilotQuesto è il motivo per cui la performance – e il personaggio – che più riescono a tenere testa all’agente Cooper di MacLachlan è la Audrey di Sherilyn Fenn. Entrambi danno infatti una scossa di energetica vitalità a qualsiasi scena in cui si trovano. Con il suo modo di fare eccitante e l’informale fare ribelle, la ragazza incarna e reinventa l’archetipo della femme fatale delle serie TV. È divertente e complessa e sembra persino un’adolescente normale e irriverente all’inizio quando l’insegnante fa l’appello e lei fa il gesto del “qui” tra virgolette con le mani.

Cooper e Audrey non si incontrano di persona nel corso primo episodio, ma le loro similari dualità definiscono certo ciò di cui il pilot parla davvero. L’agente è un bravo ragazzo che ha visto la cattiveria che c’è nel mondo. La 17enne gioca a fare la cattiva ragazza, ma possiede una dolcezza che non riesce a nascondere del tutto.

Twin Peaks è talvolta chiamato sovversivo perché si presenta languido come un semplice prodotto ‘del mistero’, intriso di affascinante americanità, e poi diventa abrasivo e scioccante. Molto di ciò ha a che fare con l’inesperienza di David Lynch nel fare televisione e con la sua incapacità (o riluttanza) di ridimensionare la sua visione noir cinematografica e gli omaggi a Douglas Sirk alle dimensioni di un semplice mobile da soggiorno. Nel complesso, i quasi 35 milioni di statunitensi che si sedettero a vedere il pilot di Twin Peaks probabilmente non riuscirono immediatamente a capire perché lo trovarono così piacevolmente diverso.

Al di fuori di altri film diretti da David Lynch, non vi era un evidente metro di paragone all’interno della cultura pop dell’epoca per quel mix di eccentrico umorismo e strisciante incubo. Nel primo episodio, al posto delle tradizionali immagini di transizione, David Lynch opta invece per il primissimo piano di un fuoco crepitante, o per il minimalismo di un lampione avvolto nell’oscurità nero pece, dolcemente sferzata dai venti di montagna. Insegna ai suoi attori a contorcere i loro volti e urlare e gemere, esprimendo emozioni con tutta la finezza delle maschere greche tipiche della commedia e tragedia arcaica.

Twin Peaks (1990) episodio pilotIn ogni caso, se i filmati di laboriose seghe circolari e gli atteggiamenti nonsense non fossero bastati a far intuire agli spettatori che erano stati lasciati sprofondare dentro un paesaggio da sogno, ci sarebbero dovuti arrivare con la scena finale di Northwest Passage / Passaggio a Nord-Ovest. Negli ultimi cinque minuti infatti, David Lynch e Mark Frost ripassano in rassegna la maggior parte dei loro personaggi principali, facendo notare come molti di loro agiscano in realtà in modo molto sospetto. Nel frattempo, nella prigione della città, una manciata di ragazzi delle superiori è trattenuta per la notte quando, dal nulla, Bobby Briggs inizia letteralmente ad abbaiare alla Luna rivolto verso James, coi denti digrignati e le labbra tirate in un feroce ringhio.

Sono momenti come questo che hanno portato il produttore di I Segreti di Twin Peaks, Harley Peyton, a porre la domanda a cui l’industria sta ancora cercando di rispondere, 30 anni dopo: “Che cosa è appena accaduto in TV?”

Note a margine per Diane:

Una delle ragioni per cui Twin Peaks è diventata un fenomeno di costume è perché venne trasmessa in piena era del videoregistratore, con gli appassionati che finalmente potevano registrare ogni episodio e riguardarlo più volte, per cercare possibili indizi in ogni fotogramma (quello che sarebbe avvenuto anni dopo per la già citata Lost).

L’infatuazione dell’agente Cooper per l’ambiente circostante vuole ottenere un effetto comico, ma mentre la serie si sviluppa, finisce per  influenzare il modo in cui lui vede il caso. Nel primo episodio, fate caso a come il protagonista sia commosso dall’ultima nota nel diario di Laura Palmer: “Asparagi a cena un’altra volta. Odio gli asparagi. Significa forse che non crescerò mai?”. Cooper vuole proteggere quel tipo di poetica innocenza. È in missione per scacciare i serpenti dal Paradiso.

Ora, non vi resta che leggere la sceneggiatura originale dell’episodio pilota.

Di seguito la storica sigla di apertura di Twin Peaks:

Fonte: NYT

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