Sembra I Soprano nel selvaggio West: in questa serie Sylvester Stallone costruisce un impero criminale da zero
01/10/2026 news di Andrea Palazzolo
Sylvester Stallone è un boss mafioso esiliato in Oklahoma. Analisi della serie crime di Taylor Sheridan che devi vedere.

C’è qualcosa di profondamente americano, e allo stesso tempo universale, nella storia di un uomo che perde tutto e deve ricominciare da zero. È questo il cuore pulsante di Tulsa King, la serie crime creata da Taylor Sheridan che sta dominando le classifiche di Paramount Plus da settimane, con una presenza costante nella Top 10 della piattaforma.
Protagonista assoluto è Sylvester Stallone, che abbandona i guantoni di Rocky e le armi di Rambo per vestire i panni di Dwight “The General” Manfredi, ex capo della mafia newyorkese appena uscito da 25 anni di prigione. E se pensate di aver già visto questa storia mille volte, aspettate: invece del meritato benvenuto da eroe per non aver collaborato con i federali, Dwight viene scaricato senza troppi complimenti a Tulsa, Oklahoma, con un compito umiliante: “avviare un business” in quella che, per lui, potrebbe benissimo essere la luna.
Il paragone con I Soprano e Breaking Bad non è esagerato. Come Tony Soprano, Dwight è un criminale con un codice d’onore personale, capace di violenza ma anche di momenti di sorprendente umanità. Come Walter White, si trova a costruire un impero del crimine partendo praticamente da zero, in un contesto geografico e culturale che non gli appartiene. La differenza? Dwight non deve inventarsi chimico, ma deve fare ciò che ha sempre fatto meglio: comandare, intimidire, negoziare. Solo che stavolta non ha la famiglia criminale alle spalle, nessun esercito di soldati fidati, solo la sua esperienza e un carisma forgiato in decenni di vita malavitosa.
Ed è proprio qui che Tulsa King mostra il suo lato più interessante: la costruzione di una crew improvvisata che sembra uscita da un casting surreale. C’è Tyson Mitchell, interpretato da Jay Will, un giovane autista entusiasta che diventa il braccio destro di Dwight. C’è Bodhi, il proprietario scheletrico di un dispensario di marijuana che Martin Starr interpreta con la sua consueta ironia sottile. E poi c’è Mitch Keller, il criminale locale dal sangue freddo a cui Garrett Hedlund dà volto e sostanza. Insieme formano una banda improbabile, eppure funzionale, che rispecchia perfettamente lo spirito della serie: mescolare l’establishment mafioso con la frontiera americana contemporanea.
Man mano che Dwight e il suo gruppo espandono le operazioni, scoprendo le opportunità nascoste nel mercato locale della droga, la lista dei nemici si allunga. Ogni successo porta con sé nuove minacce, nuovi rivali che vogliono la loro fetta della torta. È la legge della giungla urbana, solo che la giungla qui ha l’aspetto delle grandi pianure dell’Oklahoma.
La serie funziona anche perché Stallone, a 80 anni, porta sullo schermo una presenza fisica e carismatica che pochi attori della sua generazione possono ancora vantare. Dwight Manfredi non è un vecchio mafioso nostalgico: è un sopravvissuto, un pragmatico che sa quando picchiare duro e quando fare un passo indietro. La sua violenza non è mai gratuita, le sue decisioni sono calcolate, e sotto la corazza del criminale incallito si intravede un uomo che cerca ancora un posto nel mondo, una famiglia, un senso.
Con la quarta stagione alle porte, l’universo di Tulsa King si prepara a un’espansione che potrebbe ridefinire il crime drama televisivo americano. La formula è semplice ma efficace: prendere personaggi marginali del mondo criminale, metterli in contesti geografici insoliti, e osservare come si adattano, combattono e costruiscono i loro piccoli imperi. È la versione contemporanea del sogno americano, solo che invece di imprenditori visionari abbiamo boss della mafia in pensione e killer professionisti. E forse, in fondo, non è poi così diverso.
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