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Voto: 6.5/10 Titolo originale: ?? , uscita: 17-07-2026. Regista: Choi Jung-kyu. Stagioni: 1.

The East Palace, recensione della serie Netflix: non è il nuovo Kingdom, ed è un bene

24/07/2026 recensione serie tv di Gioia Majuna

La nuova serie coreana mescola horror, fantasy e folklore in un racconto che rinuncia al realismo di Kingdom per costruire un immaginario tutto suo, ricco di demoni, sciamanesimo e intrighi di corte

Nam Joo-hyuk in The East Palace (2026) serie netflix

Il paragone di The East Palace con Kingdom è inevitabile. Entrambe sono serie coreane ambientate durante la dinastia Joseon, entrambe utilizzano il soprannaturale per raccontare un mondo attraversato da crisi politiche e familiari. Fermarsi a questa somiglianza, però, significa fraintendere ciò che The East Palace vuole essere.

La nuova produzione Netflix non cerca la tensione continua e il survival horror che avevano reso memorabile Kingdom. Preferisce abbracciare il fantasy, lo sciamanesimo e una narrazione più vicina all’energia degli anime, dove creature soprannaturali, azione e mitologia convivono senza preoccuparsi troppo di mantenere un tono realistico.

La storia segue Gu-cheon, un giovane capace di attraversare il mondo degli spiriti e combattere le entità che minacciano il regno. Al suo fianco c’è Saeng-gang, una dama di corte in grado di ascoltare i morti, con cui viene convocato dal sovrano per affrontare una maledizione che sembra essersi abbattuta sulla famiglia reale.

Quella che inizialmente appare come una missione relativamente semplice si trasforma presto in un intreccio di possessioni, segreti dinastici, intrighi politici e creature provenienti dal Regno dei Gwi. Dietro la minaccia soprannaturale emerge infatti una catena di colpe e menzogne tramandate da una generazione all’altra, capace di mettere in discussione tanto la monarchia quanto l’identità dei protagonisti.

Più che spaventare, The East Palace vuole immergere lo spettatore in un universo regolato dallo yin e dallo yang, dalle energie che attraversano il corpo e dal confine instabile tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. È questo il vero motore della serie, molto più della paura pura.

Dal punto di vista tecnico, The East Palace è una produzione estremamente curata. La fotografia valorizza gli ambienti di corte e costruisce un netto contrasto con il mondo soprannaturale, spesso immerso in tonalità arancioni e incandescenti che lo distinguono immediatamente dalla realtà.

Il sound design ha un ruolo altrettanto importante. Presenze, combattimenti e passaggi tra i due mondi acquistano consistenza grazie a un lavoro sonoro particolarmente efficace, capace di rendere le apparizioni più fisiche anche quando gli effetti visivi non raggiungono lo stesso livello.

Le creature mostrano infatti idee interessanti, ma la componente digitale è talvolta troppo evidente. Alcuni spiriti ricordano quelli già visti in produzioni come Sweet Home e Hellbound: più spettacolari o grotteschi che realmente spaventosi. È un limite che riduce l’impatto horror, senza però compromettere il piacere complessivo della visione.

the east palace serie netflix 2026La regia di Choi Jung-kyu compensa con sequenze d’azione veloci, violente e spesso costruite con un’energia quasi animata. Nei momenti migliori, il passaggio tra il regno umano e quello degli spiriti produce immagini intense e disturbanti; altrove, qualche scena eccessivamente buia rende più difficile seguire i combattimenti.

Al centro di The East Palace non ci sono però i mostri, ma il rapporto tra i due protagonisti. Gu-cheon e Saeng-gang condividono la stessa condizione di isolamento: entrambi sono segnati da poteri che li hanno separati dagli altri e da traumi che preferiscono nascondere dietro sarcasmo, orgoglio e diffidenza.

Nam Joo-hyuk costruisce un cacciatore di spiriti riluttante, stanco del peso delle proprie responsabilità e molto lontano dall’eroe impeccabile. Il personaggio funziona soprattutto nei momenti più trattenuti, quando l’attore lascia emergere la fragilità dietro l’ironia e la disinvoltura con cui affronta il pericolo.

Roh Yoon-seo gli risponde con una Saeng-gang determinata ma ancora profondamente vulnerabile. Il rapporto tra i due evita a lungo il romanticismo esplicito e si sviluppa attraverso battibecchi, complicità e una dinamica quasi fraterna, che alleggerisce il tono senza indebolire la componente emotiva.

Il loro viaggio diventa così un percorso di uscita dall’isolamento. La missione nel palazzo li costringe a riconoscere nei rispettivi poteri non soltanto una condanna, ma anche la possibilità di stabilire finalmente un legame con qualcuno in grado di comprenderli.

Convince anche Cho Seung-woo nei panni del re, costruito come una figura volutamente ambigua, difficile da giudicare fino in fondo. Ancora più incisiva è Jang Young-nam nel ruolo della Regina Madre, protagonista di alcuni dei passaggi emotivamente più forti della stagione. È soprattutto attraverso le donne di corte che la serie trova la propria dimensione melodrammatica e rende credibili gli intrighi che hanno condotto Gu-cheon nel palazzo.

Se la costruzione dell’universo narrativo convince fin dai primi episodi, è nella seconda metà che emergono le fragilità più evidenti.

La sceneggiatura introduce progressivamente nuove regole sul funzionamento degli spiriti, dell’energia yang e dei passaggi tra i due mondi. Alcune vengono spiegate in modo sommario, altre sembrano modificarsi in funzione delle esigenze narrative. Il risultato è una mitologia affascinante, ma non sempre abbastanza chiara da sostenere la crescente complessità della storia.

Anche i colpi di scena iniziano ad accumularsi. Diverse rivelazioni privilegiano l’effetto sorpresa rispetto alla logica interna dei personaggi, lasciando aperte domande sulle loro motivazioni anche dopo confessioni e chiarimenti. Più la serie cerca di alzare la posta, più rischia di disperdere l’urgenza costruita nella prima parte.

La confusione iniziale possiede almeno una qualità coinvolgente: dà la sensazione di entrare in un mondo sconosciuto, le cui regole devono essere scoperte insieme ai protagonisti. Quando però le eccezioni aumentano e le svolte diventano prevedibili, quel disorientamento smette di essere suggestivo e comincia a pesare sul ritmo.

The East Palace non cerca di replicare Kingdom, né di diventarne un erede spirituale. Al posto dell’assedio, della fame e della lotta politica trasformata in survival horror, sceglie un fantasy folkloristico più leggero, colorato e apertamente spettacolare.

Il suo immaginario si avvicina semmai a Demon Slayer e The Witcher, pur mantenendo una forte identità coreana. I mostri sono più spesso avversari da affrontare che presenze capaci di insinuarsi sotto la pelle; l’azione prende il posto della suspense e il rapporto tra i protagonisti diventa più importante della paura.

Non sempre la serie riesce a governare la quantità di elementi messi in campo. La mitologia si complica, alcuni effetti digitali non convincono e la seconda parte perde parte della freschezza iniziale. Ma i suoi otto episodi conservano un ritmo sufficientemente vivace da rendere la visione scorrevole, sostenuta da un cast affiatato e da un mondo che invita continuamente a essere esplorato.

The East Palace non sarà il nuovo Kingdom. Ed è probabilmente proprio questa la sua fortuna. Invece di inseguire un modello già consolidato, costruisce un fantasy horror che trova nel folklore coreano, nello sciamanesimo e nei legami tra vivi e morti il proprio tratto distintivo. Non sempre centra il bersaglio, ma quando smette di accumulare svolte e lascia respirare il suo universo, dimostra di possedere una personalità ben definita.

Disponibile su Netflix dal 17 luglio.

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