Voto: 5/10 Titolo originale: Affection , uscita: 08-05-2026. Regista: BT Meza.
Affection, la recensione: Jessica Rothe è bravissima, ma il mistero perde forza quando arriva la verità
05/11/2026 recensione film Affection di Marco Tedesco
L'esordio alla regia di BT Meza parte da una premessa inquietante e trova nella sua protagonista il maggiore punto di forza, senza riuscire a mantenere le promesse iniziali

Svegliarsi in una casa sconosciuta, accanto a un uomo che sostiene di essere tuo marito, senza ricordare nulla della vita che ti circonda. E scoprire che persino i tuoi ricordi più intimi potrebbero essere falsi. Affection parte da un incubo tanto semplice quanto efficace: non potersi più fidare della propria memoria e, di conseguenza, nemmeno della propria identità. L’esordio nel lungometraggio di BT Meza, a metà tra thriller psicologico, fantascienza e body horror, possiede un’idea intrigante e un’interprete capace di sostenerla. Peccato che, proprio quando dovrebbe approfondire le sue implicazioni più disturbanti, finisca per smarrire buona parte della tensione accumulata.
La protagonista è Ellie (Jessica Rothe), una giovane donna che, dopo un enigmatico incidente automobilistico, si risveglia in una fattoria isolata. Accanto a lei c’è Bruce (Joseph Cross), che si presenta come suo marito e le spiega che una misteriosa condizione neurologica le provoca continue perdite di memoria. Ellie, però, non riconosce né lui né la bambina che la chiama mamma. Anzi, ricorda una vita completamente diversa. Qualcuno sta mentendo, oppure è la sua stessa mente ad averla tradita?
La sequenza iniziale, ambientata su una strada deserta e immersa nell’oscurità, è probabilmente il momento più riuscito del film. Meza introduce una situazione inspiegabile, dissemina dettagli inquietanti e costruisce un senso di vulnerabilità che accompagna lo spettatore anche nel successivo risveglio della protagonista.
La casa di campagna diventa allora una prigione senza sbarre, nella quale ogni fotografia, ogni oggetto familiare e ogni gesto apparentemente premuroso di Bruce può essere interpretato in modi opposti. La vera minaccia non è sapere troppo poco, ma non avere alcuno strumento per distinguere una rassicurazione sincera da una manipolazione.
Il dispositivo narrativo funziona soprattutto perché costringe a condividere la prospettiva di Ellie. Le sue certezze vengono continuamente messe in discussione e persino la presenza della piccola Alice (Julianna Layne), apparentemente impossibile da conciliare con l’idea di un inganno, contribuisce ad alimentare il disorientamento.
È una premessa fertile, che richiama tanto i racconti sulla memoria artificiale quanto gli horror domestici fondati sulla perdita di autonomia. E per circa mezz’ora Affection sembra davvero sapere come sfruttarla.
Il merito principale appartiene a Jessica Rothe, già protagonista di Auguri per la tua morte, che torna a confrontarsi con una struttura narrativa circolare, questa volta privata dell’ironia che caratterizzava quel fortunato franchise.
La sua è una prova soprattutto fisica. Ellie attraversa stati di confusione, paura, rabbia e disperazione che si manifestano attraverso tremori, crisi convulsive, sguardi smarriti e improvvisi scatti di lucidità. Rothe riesce a dare continuità emotiva a un personaggio che, per definizione, non può conservarne una.
Ogni risveglio sembra cancellare un pezzo della sua esperienza, ma non il terrore che il corpo continua a portarsi addosso. È proprio in questo scarto tra mente e fisicità che il film trova alcuni dei suoi momenti più interessanti.
Meno convincente Joseph Cross, la cui interpretazione, pur adeguata alle esigenze del racconto, rende Bruce sospetto fin troppo presto. Il personaggio avrebbe richiesto una maggiore ambiguità, una tenerezza plausibile capace di rendere davvero difficile scegliere tra fiducia e diffidenza.
Il problema emerge soprattutto nella seconda metà, quando Meza decide di modificare sensibilmente la natura del racconto. Senza anticipare la rivelazione centrale, possiamo dire che il passaggio dal mistero alla sua spiegazione impoverisce il film anziché arricchirlo.
Le informazioni arrivano attraverso dialoghi espositivi e meccanismi narrativi sempre più macchinosi, mentre l’intreccio continua a riproporre dinamiche già esplorate. Il risultato è una progressiva perdita di ritmo, aggravata da sequenze che cercano di costruire suspense senza possedere sufficiente intensità.
Si intravedono riflessioni interessanti sul lutto, sul possesso affettivo e sulla violenza psicologica nascosta dietro l’idea di proteggere qualcuno. Ma il film preferisce illustrare il funzionamento del proprio congegno fantascientifico piuttosto che approfondire le contraddizioni emotive dei personaggi.
Non mancano comunque immagini disturbanti. Gli effetti prostetici e alcune manifestazioni di body horror introducono una materialità viscerale che interrompe momentaneamente l’andamento troppo uniforme della narrazione. Sono squarci promettenti, nei quali la trasformazione del corpo sembra dare finalmente forma all’angoscia psicologica della protagonista.
Resta però la sensazione che Meza abbia individuato un universo di possibilità senza riuscire a organizzarlo in un racconto pienamente convincente. Anche la regia, al di là di alcune intuizioni visive, mantiene un’impostazione piuttosto anonima, incapace di valorizzare fino in fondo lo spazio domestico e le sue potenzialità oppressive.
Affection è dunque un’occasione parzialmente mancata: un horror fantascientifico che possiede una buona idea, un’interprete notevole e qualche parentesi genuinamente sgradevole, ma che finisce per spiegare troppo e inquietare troppo poco. Il mistero iniziale ci spinge a cercare risposte; quando finalmente arrivano, scopriamo che erano meno interessanti delle domande.
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