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7/10 su 524 voti. Titolo originale: Naked Lunch, uscita: 27-12-1991. Budget: $16,000,000. Regista: David Cronenberg.

Dossier | Il Pasto Nudo: William Burroughs e David Cronenberg, storia di un film ‘impossibile’

18/12/2019 recensione film di William Maga

Nel 1991, il regista canadese tentava il complesso compito di trasporre al cinema il romanzo del 1959, un'opera fiammeggiante e priva di trama che raccontava il rapporto dello scrittore con la droga

“Non è un caso che i pezzi grossi della droga sono sempre grassi e il tossicomane della strada è sempre magro”. Parole interessanti, ci avevate mai pensato? Le ha scritte William S. Burroughs in un’introduzione a Il Pasto Nudo (Naked Lunch) composta dopo il romanzo, e soprattutto dopo la cura disintossicante a cui lo scrittore si sottopose nel 1957 nella clinica londinese del dottor John Yerbury Dent. È proprio di quella cura (il trattamento con l’apomorfina) che lo scrittore vuole parlare, ma di fatto l’introduzione è una delle più lucide analisi sulla tossicodipendenza. Anche chi non ama il film di David Cronenberg del 1991 deve comunque ringraziarlo, per aver fatto tornare alla ribalta l’incredibile romanzo di un incredibile scrittore.

Censurato per anni, protagonista di decine di processi per oscenità, Il Pasto Nudo è un libro aperto, fiammeggiante, privo di trama, scritto in uno stile irripetibile, che era obiettivamente impossibile portare sullo schermo. Ma leggere (prima, o dopo, o durante: non importa) l’introduzione dello stesso William Burroughs è assolutamente illuminante: l’artista riesce ad essere il miglior critico di se stesso, forse proprio perché rivede il proprio libro, scritto durante gli anni di tossicodipendenza totale, dopo essersi disintossicato. E riesce,quindi a parlare della droga in modo lucido, analitico, intelligente, disincantato: come solo uno che è stato all’inferno, ed è tornato, può fare.

Ecco dunque che la droga diventa per William Burroughs ‘l’Algebra del Bisogno‘: la droga è una piramide, in cui “ciascun livello divora quello di sotto”, costruita “su principi basici di monopolio: 1) Non dar mai via qualcosa per niente; 2) Non dare mai più di quello che devi (sempre prendere il compratore affamato e farlo sempre aspettare); 3) Riprendenti sempre tutto se appena si può. Lo Spacciatore si riprende sempre tutto. II drogato ha bisogno di sempre più droga per conservare una forma umana … per comprarsi via la scimmia”.

L’analisi della droga diventa l’analisi del funzionamento del Capitalismo: “La droga è il prodotto ideale … Se volete alterare o annientare una piramide di numeri: in relazione seriale, alterate o togliete il numero di base. Se vogliamo annientare la piramide della droga, dobbiamo cominciare dal fondo della piramide: il Tossicomane della Strada, e smetterla di sfrucugliare donchisciottescamente in cerca dei cosiddetti pezzi grossi. Il tossicomane della strada che ha bisogno della droga per vivere è l’unico attore non rimpiazzabile nell’equazione della droga: Quando non ci sono più drogati a comprare droga non c’è più traffico di droga”.

Alla fine, l’invocazione è rivolta proprio ai ‘tossici’: ribellatevi, unitevi, “non abbiamo niente da perdere altro che i nostri Spacciatori. E LORO NON sono NECESSARI”. I maiuscoli e i corsivi sono di William Burroughs stesso. E se l’ultima frase non vi ha ricordato qualcosa, rifletteteci su un altro po’.

Peter Weller in Il Pasto Nudo (1991)Brutta bestia la droga insomma, anche sul piano squisitamente cinematografico. Come detto, non è facile rendere sullo schermo il viaggio allucinogeno o il flash da eroina, tanto che, rivisto oggi, il trip di Easy Rider fa sorridere, al pari del volo da peyote che mandava in orbita Diego Abatantuono in Puerto Escondido. L’unico che aveva prodotto qualcosa di nuovo sull’argomento all’epoca era forse stato il Gus Van Sant di Drugstore Cowboy, le visioni che illuminavano il volto del junkie Matt Dillon erano suadenti-minacciose; e s’intonavano bene, per contrasto, all’espressione spenta del vecchio prete tossicomane interpretato da William Burroughs, uno che di droghe, anche nella vita, se ne intendeva.

Portando liberamente sullo schermo il romanzo-manifesto di William Burroughs, David Cronenberg opera nel 1991 una scelta radicale, in linea con quel cinema estremo, corporale, che pratica sin dai tempi di Brood – La covata malefica, ma allora il tormentato cineasta canadese era visto come un abile artigiano dell’horror di serie B, mentre allora, dopo Inseparabili, anche la critica più tradizionalista aveva preso a considerarlo un autore ‘Intellettuale’. In effetti, Il Pasto Nudo è un’operazione culturalmente ambiziosa: Il jazz di Ornette Coleman fa da contrappunto alla messa in scena di una fantasia paranoica e ripugnante, scaturita dalla coscienza ‘infetta’ dello scrittore, nella quale tornano i fantasmi cari al cinema di David Cronenberg.

Raccontare II Pasto Nudo (il titolo, simbolico, allude all’attimo congelato quando ognuno vede cosa c’è sulla punta della forchetta) è impossibile e forse inutile. Introdotto da una frase-epigrafe che recita “Nulla è vero, tutto è permesso“, il film parte in chiave realistica nella New York del 1953. William Lee (Peter Weller), ovvero William Burroughs, e un disinfestatore professionista, elegante come un gangster e lambito dall’omosessualità, al quale la moglie promiscua Joan (Judy Davis) ruba l’insetticida della pompa per ‘strafarsi’. Ma dopo neanche cinque minuti, l’uomo dialoga con uno scarafaggio gigante con la bocca a forma di sedere che lo invita a uccidere la donna: atto che compirà alla maniera di Guglielmo Tell, piazzando un bicchiere sulla testa della poveretta e beccandola in fronte (qualcosa del genere accadde, a William Burroughs, nella realtà).

David Cronenberg, Peter Weller, William S. Burroughs pasto nudo setInseguito dalla polizia, William Lee scappa a Tangeri, nell’allarmante Interzona infestata di spie gay e popolata, per gli effetti di una droga chiamata ‘carne nera’, di macchine da scrivere a forma di mostriciattoli repellenti, di creature orribili incatenate dalle quali si succhia la sostanza tossica (i Mugwump), di millepiedi giganti che schizzano liquidi gialli e verdastri. Ma in quella Casablanca ricostruita in studio e volutamente finta, il fuggitivo incontra anche una specie d’amore: è Joan Frost, copia carbone della moglie uccisa, a sua volta ispirata al personaggio della scrittrice Jane Bowles, compagna di Paul Bowles, l’autore de Il Tè nel deserto.

Tutti sballano nell’Interzona“, dice qualcuno. E, infatti, Il Pasto Nudo prova a restituire, con spericolate invenzioni grafiche, esaltate dalla fotografia calda e smaltata curata da Peter Suschitzky, il doloroso viaggio all’Inferno di una coscienza presa in ostaggio dalla droga, vista come un dominio politico, da congiura planetaria, sull’Uomo. Ma la parodia sadica condotta in chiave grottesca non diventa sublime: più che inquietante; il film di David Cronenberg suona irrisolto, talvolta ridicolo, specialmente quando il protagonista duella con le orripilanti e petulanti proiezioni della propria mente.

Peter Weller, l’ex Robocop, è assente e innocente come richiesto dal copione, ma la più brava in campo è Judy Davis, nel doppio ruolo di Joan Lee e Joan Frost: nessuna, meglio di lei, sa rendere il richiamo erotico dell’orrore.

Di seguito il trailer internazionale di Il Pasto Nudo:

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