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6/10 su 233 voti. Titolo originale: 回路 , uscita: 03-02-2001. Regista: Kiyoshi Kurosawa.

Dossier | Kairo (Pulse) di Kiyoshi Kurosawa: la tecnologia come specchio della solitudine dell’umanità

10/02/2021 recensione film di Marco Tedesco

Nel 2001 il regista rifletteva in chiave horror su un male diffuso del Giappone, in un'opera profeticamente attualissima nel 2021

kairo - pulse film 2001 kurosawa horror

Al centro di una metropoli un tempo trafficata e vivace, le strade e i viali sono ora plumbei e vuoti. La gente ha smesso di andare al lavoro e i negozi sono deserti, poiché una pandemia globale costringe tutti quanti a stare chiusi in casa per rimanere ‘protetti’ da una minaccia ineffabile. Strane nuove tecnologie promettono di mantenerci connessi, ma i dispositivi stessi sono vulnerabili agli attacchi di forze nefaste e invisibili. E mentre la salute mentale della popolazione si deteriora poco a poco a causa della paranoia e della solitudine cronica, gli individui cominciano letteralmente a scomparire completamente dalla faccia della Terra.

No, non abbiamo appena descritto gli eventi del 2020 (e di questo inizio 2021). Si tratta della trama di Kairo (Pulse), tra i titoli di punta del J-horror di fine anni ’90 / inizi 2000 arrivato nei cinema esattamente venti anni fa, che è appunto incentrato su una spettrale invasione attraverso personal computer domestici connessi a Internet.

kairo - pulse film 2001 kurosawa posterGirato al culmine del boom dell’invasione giapponese avviata da Ringu / The Ring di Hideo Nakata (1998), il film di Kiyoshi Kurosawa rappresentava una interpretazione molto più viscerale della classica storia di fantasmi che, già nel 2001, si era rivelata decisamente più spaventosa dei tipici mezzucci acustico-visivi (aka jumpscare) utilizzati mediamente dai cugini di genere.

Segue un insieme di cittadini comuni che, uno per uno, iniziano a ricevere strane trasmissioni dai loro computer. “Ti piacerebbe incontrare un fantasma?“, è la proposta rivolta a un’anima sfortunata. Viene presto rivelato che l’aldilà è stato invaso, costringendo i morti a tornare nel mondo dei vivi.

Le loro motivazioni non vengono mai rivelate, ma la presenza di queste entità raccapriccianti ispira coloro con cui entrano in contatto a togliersi la vita spontaneamente, lasciando dietro di sé solo una macchia cupa e oscura dove dovrebbero giacere i loro cadaveri. Ritenuto il capolavoro di uno dei più grandi registi horror giapponesi contemporanei, Kairo (Pulse) rimane ancora oggi estremamente angosciante, in parte grazie a uno degli incontri ravvicinati con uno spettro più terrificanti nella storia del cinema. Eppure, prendendolo come un’esplorazione sfumata della tecnofobia, dell’isolamento sociale e del trauma psicologico, Kairo (Pulse) appare ancora più rilevante oggi, a due decenni dal suo debutto nelle sale.

Girato tra cavernosi labirinti di grattacieli e magazzini virati sui toni del grigio e del blu sbiaditi, Kairo (Pulse) sembra quasi monocromatico mentre scruta un mondo di solitudine soccombere a un destino bizzarro e inarrestabile. Con una partitura orchestrata da archi dissonanti ad aggiungere un senso di tensione hitchcockiano, il film crea una profonda sensazione di presagio mentre gli spiriti angosciati degli inferi emergono dalle ombre dei corridoi bui. Pochi dei personaggi principali hanno la possibilità di incontrarsi prima di andare incontro alla rispettiva dipartita.

Kairo (Pulse) prende tutte le misure necessaria ad amplificare l’isolamento di ogni protagonista improvvisato, tenendo tutti ampiamente distanti. Ed è questa premessa cupa e inquietante – che rispecchia le ansie della vita reale nel Giappone Y2K – a garantire il vero orrore che permane tutt’ora quando lo si rivede.

Ringu / The Ring aveva terrorizzato gli spettatori convincendoli che la loro stessa innocua televisione (e una VHS qualunque) avrebbe potuto ucciderli, ma Kairo (Pulse) ha fatto un ulteriore passo avanti, sfruttando le paure della vasta e inconoscibile tecnologia di Internet, proprio mentre si accingeva a diventare prominente nella nostra vita quotidiana. Nel 2021, l’idea che Internet venga utilizzato come canale primario per un’invasione ultraterrena potrebbe sembrare sciocca. Ma i temi dell’ansia tecnologica messi sul piatto da Kairo (Pulse) rispecchiano le paure contemporanee di oggi molto più efficacemente di quanto si possa pensare.

Haruhiko Katô in Kairo (2001) filmViviamo in un’epoca in cui gli inserzionisti ci prendono di mira in base alla cronologia dei nostri browser web, in cui il governo russo ha – pare – interferito nelle penultime elezioni statunitensi e in cui uno ‘spyware cinese’ sembra registrarci tramite i nostri smartphone. Il concetto di essere contattati da un altro regno contro la nostra volontà attraverso lo schermo del pc casalingo, quindi, non sembra così impossibile dopo tutto. Quindi, quando gli utenti sui computer di Kairo (Pulse) trovano i loro schermi invasi da flussi di trasmissioni webcam non richiesti che mostrano gli abitanti solitari di appartamenti ignoti che si tolgono la vita, l’idea che non sia pura fantascienza ma una chiamata su Zoom finita male durante il lockdown inizia a sfiorarci.

Nel 2001, tuttavia, a questo concept si assommava un ulteriore strato. Nel Giappone di inizio secolo era infatti palpabile la crescente preoccupazione che ampie fasce della popolazione si stessero isolando a causa della dipendenza da Internet. Il fenomeno, noto come degli “hikikomori“, si riferisce all’auto ritiro sociale acuto e, solamente per il 2019, la BBC ha riferito che circa 541.000 giapponesi (circa l’1,57% della popolazione totale) vivevano volontariamente in tale stato di completo isolamento dal mondo esterno. E se è vero che rivedendolo oggi, sembra che Kairo (Pulse) sia stato in qualche modo profetico, poiché ora i paesi di tutto il mondo costringono gli abitanti a rifugiarsi all’interno delle loro abitazioni per ripararsi da un virus invisibile trasportato dall’aria, l’idea al centro della sceneggiatura di Kiyoshi Kurosawa (mutuata dal suo omonimo romanzo) diventa ancora più snervante quando il concetto di hikikomori viene calato nel contesto di un altro fenomeno tutto giapponese.

Kodokushi“, o “morte solitaria”, si riferisce a una tendenza secondo cui le persone muoiono da sole e l’evento rimane sconosciuto per un lungo periodo di tempo. In un incidente ampiamente pubblicizzato nel 2000, il cadavere di un uomo anziano era stato scoperto nel suo appartamento addirittura tre anni dopo la sua dipartita, in parte consumato da mosche e vermi. Per far capire quanto sia serie il problema, in Giappone esistono aziende specializzate nella pulizia di ‘scene di kodukushi‘, con alcuni dipendenti che arrivano a nettare fino a 300 stanze all’anno.

Con in mente questo tremendamente realistico immaginario come sfondo di un film horror imperniato su inspiegabili sparizioni di massa all’interno di una società sull’orlo del baratro, Kairo (Pulse) non può che diventare una visione ancora più scomoda. Le macchie scure lasciate negli appartamenti dalle numerose “persone scomparse” diventano improvvisamente molto più terribili. Non viene mai veramente rivelato cosa succede a questa gente, ma viene ampiamente chiarito dalle grida di aiuto degli spiriti ‘invasori’ che non c’è la salvezza ad attenderci dall’altra parte.

kairo - pulse film 2001 kurosawaIn questo anno di isolamento forzato e di socialità molto ridotta, gli eventi raccontati in Kairo (Pulse) e i concetti di hikikomori e kodokushi risuonano allora assolutamente palpabili. Come analogia per i pericoli rappresentati dalla depressione e dalla rinuncia, il film rimane incredibilmente potente.

Con lo spettro della disoccupazione e dell’incertezza economica come paura tangibile per gran parte della popolazione mondiale sulla scia della pandemia di coronavirus, la depressione è una minaccia più grande che mai per la società. Nel maggio del 2020, il Washington Post dedicava spazio alla “crisi della salute mentale” in corso negli Stati Uniti, che ha portato alla creazione di una linea telefonica di emergenza federale per le persone in difficoltà emotiva che ha segnalato un aumento di oltre il 1.000% di chiamate ad aprile rispetto ai dati dell’anno precedente. Ma la vera paura, come esplorato in Kairo (Pulse), è che questa malattia – o maledizione – potrebbe essere inarrestabile. Come un personaggio del film afferma chiaramente dopo che un amico si è impiccato inaspettatamente: “Non ha mai detto niente, quindi come avremmo potuto fare qualcosa?”.

Fortunatamente per quelli di noi che vivono nel mondo reale, i fantasmi non esistono (dita incrociate!) e i traumi psicologici e le malattie sono curabili. Ma il vero orrore di Kairo (Pulse) è l’idea che la solitudine eterna sia il nostro destino ultimo, una sorte ben peggiore della morte in sé. “Le persone non si connettono davvero, sai. Siamo tutti, completamente, separati“, recita una delle frasi centrali del film. E in un’epoca in cui temiamo che i nostri dati personali vengano estorti dalle app di videochiamata e in cui i troll di Internet sono in agguato sui social media, il distaccamento reale da amici e familiari è una possibilità spaventosa.

Di seguito trovate una delle scene più memorabili di Kairo (Pulse):