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Dossier | RoboCop saga (Parte 2): i sequel al cinema, i serial in live action e i fumetti

16/07/2019 news di Redazione Il Cineocchio

Continua il nostro viaggio nella saga crossmediale ultradecennale dedicata al super-poliziotto di Detroit, tra successi e passi falsi

robocop 2 3 2014 fumetto

(la prima parte del dossier) Prima che uscisse RoboCop 2, sequel del 1990 diretto da Irvin Kershner (L’Impero colpisce ancora), il franchise era intanto già stato ampiamente diluito e reso assai confuso. Paul Verhoeven si era tirato fuori dal nuovo progetto, optando invece per il memorabile Atto di forza (Total Recall), mentre Edward Neumeier e Michael Miner erano stati sostituiti alla sceneggiatura niente meno che dal fumettista Frank Miller. Mantenendo un tono assai simile al predecessore, con il regista del secondo capitolo di Guerre Stellari dietro la mdp e l’autore del celebrato graphic novel Il ritorno del Cavaliere Oscuro (The Dark Knight Returns), cosa mai avrebbe potuto andare storto?

RoboCop 2 1990Purtroppo, proprio come per la serie TV (ma per fortuna non risentendone allo stesso modo), il seguito cinematografico ereditò alcuni dei punti deboli del capostipite, in particolare lo scarso appeal di RoboCop stesso, nei panni del classico eroe action. Più ancora che nel primo film, si risente dell’incapacità del poliziotto bionico, che in questo caso viene fatto a pezzi e poi addirittura riprogrammato, diventando una sorta di maldestro boy scout in versione sovradimensionata e metallica, che s’aggira per Detroit rimproverando i ragazzini perché dicono parolacce o ripetendo qualche consiglio per gli acquisti in tono giulivo.

Insomma, una rivisitazione amichevole del robo-poliziotto tesa a rastrellare consensi tra i benpensanti e non scatenare polemiche. La soluzione al problema la trova il povero Murphy stesso, che resosi conto del lavaggio del cervello subito da una spietata sexy scienziata della OCP, Juliette Faxx (Belinda Bauer), decide di attaccarsi letteralmente alla centralina della corrente e resettando così la sua memoria.

Certo la fantasia in RoboCop 2 non manca, né sono carenti alcune intuizioni succose, come un giovanissimo e perfido boss del crimine (Gabriel Damon) seguace dell’antagonista principale, Cain (Tom Noonan); oppure la trasformazione di quest’ultimo nel solito paventato ‘ultimo modello sulla piazza’, il possente RoboCain (sempre creato dalla Faxx per la OCP). A ciò si aggiungono sequenze grottesche dai picchi di cinismo memorabili, come l’apertura con aggressioni in serie durante lo sciopero della polizia, oppure la scena in cui un gruppo di scolaretti saccheggia un negozio di armi e ne vessa il proprietario, o la rassegna di prototipi sul nuovo modello, uno più mal funzionante dell’altro e tutti che tentano il pronto suicidio. Anche se la trama, basata sul solito supercattivo che traffica droghe sintetiche, non brilla per fantasia, e qualche momento eccede nel patetico, sono molteplici le cose da salvare nel film.

Guardando il sequel di Irvin Kershner da un ulteriore punto di vista, è possibile anche interpretare il disperato tentativo degli scienziati della OCP di creare dei nuovi modelli di RoboCop quale una metafora di come gli autori abbiano negli anni cercato di trasformare il concept originario in qualcosa di più redditizio. E ciò ci porta a un ulteriore ostacolo nella crescita della promettente saga. Il capostipite di Paul Verhoeven si concentrava sulla crisi interiore e psicologica di Alex Murphy, dovuta alla repentina trasformazione da uomo a macchina, nonché al doloroso riaffiorare della sua umanità (e dei suoi ricordi). Tutti i balordi e gli assassini che eliminava lungo la via erano più un escamotage per introdurre un po’ di azione nella parabola interiore del personaggio e mantenere alta l’attenzione del pubblico.

Prima del finale, il protagonista era riuscito a riconquistare la sua anima e a portare a termine la sua vendetta. Tuttavia, le successive evoluzioni all’interno del franchise ignorano quasi totalmente questo essenziale aspetto della narrazione (a parte forse qualche traccia proprio in RoboCop 2), limitandosi a rappresentare RoboCop come un insensibile e robotico braccio armato della legge. Un po’ come se Luke Skywalker fosse rimasto per l’intera saga di Star Wars il medesimo sprovveduto ragazzetto di Tatooine che era in principio.

RoboCop 3 1993Ma arriviamo alla nota più dolente: RoboCop 3. Diretto nel 1993, questa volta da Fred Dekker (Dimensione terrore), su una sceneggiatura sempre di Frank Miller, sarebbe forse meglio dimenticare del tutto questo secondo seguito. E non si può nemmeno incolpare più di tanto il povero Robert Burke, che prese il posto di Peter Weller (che nel frattempo aveva optato per recitare in Il pasto nudo di David Cronenberg). “Volevo rendere omaggio a Paul Verhoeven e ritornare alle radici di ciò che era il personaggio”, ha dichiarato in seguito Fred Dekker, specificando: “Volevo che RoboCop 3 fosse un’avventura action da fumetto assai di più dei precedenti due film“.

La contraddizione nella sua affermazione è palese e il risultato disastroso ovviamente ne consegue. È difficile rendere onore allo spirito originario impresso da Pail Verhoeven e allo stesso tempo girare un film d’azione dai toni fumetteschi diretto a un pubblico di ragazzini. E ciò riassume tutti i problemi che hanno condizionato non solo RoboCop 3, ma anche l’intero saga una volta arrivati a questo punto. Forse l’aggiunta in dotazione al super-poliziotto di Detroit di un jetpack avrà risolto in parte le sue problematiche di mobilità, ma – come ha dimostrato il terribile remake del 2014 – girare un film di RoboCop non vietato ai minori non è certo auspicabile.

RoboCop fumetti MillerIn ogni caso, nel frattempo gli orizzonti di RoboCop si erano ampliati ancora: l’eroe era approdato infatti sulle pagine di numerosi fumetti delle più svariate case editrici (con storie dall’alterna qualità). Tra i vari editori che si sono avvicendati ricordiamo Marvel, Dark Horse, Avatar Press, BOOM! Studios e Dynamite. Ci sono stati anche esempi positivi, come il numero 23 della serie ancora in pubblicazione di Judge Dredd (settembre 2014), assai più cruento ed eccentrico della media, oppure la run di Joshua Williamson e Carlos Magno ‘Vivo o Morto’ (la nostra recensione dell’edizione Saldapress).

La Avatar, inoltre, ha pubblicato un adattamento a fumetti di una delle prime stesure della sceneggiatura di RoboCop 2 di Frank Miller (in Italia arrivato grazie alla MagicPress). Infine, va ricordato Robocop vs. Terminator, scritto a quattro mani da Frank Miller e da Walt Simonson nel 1992 per la Dark Horse, che non deluse minimamente le aspettative suscitate dal titolo decisamente promettente (e da cui nacque poi un discreto videogioco per il SEGA Genesis). Tuttavia, l’articolatissimo universo a fumetti di RoboCop fa storia a sé e andrebbe approfondito a parte.

Ritornando invece alla vita cinematografica / televisiva di RoboCop, nell’arco di soli sei anni era passata dall’essere un’inaspettata ventata di cambiamento a un’operazione commerciale non proprio esaltante. Potrebbe anche essere che il protagonista non fosse nato per sostenere l’onere della trasposizione su diversi media, come i detentori dei diritti avevano previsto, ma era finito per cavarsela dignitosamente solamente in un paio di live-action destinati al piccolo schermo.

In principio ci fu la serie TV RoboCop, con Richard Eden nei panni di Alex Murphy, andata in onda tra il 1993 e il 1994. I suoi 23 episodi complessivi erano stati pensati anche a un pubblico di giovanissimi, motivo per cui erano stati epurati quasi del tutto dalla primigenia violenza. A controbilanciare la censura però, gli autori Ed Neumier e Michael Miner (ossia gli sceneggiatori originali del primo film) avevano puntato sulla satira spinta, attingendo al copione mai girato di RoboCop: The Corporate Wars. E il mix si rivelò vincente.

Se lo show dimostrò insindacabili qualità, anche visto il format televisivo, gli indici d’ascolto furono tuttavia purtroppo assai bassi, forse perché, fatta eccezione per RoboCop, risentì della mancanza di altri personaggi memorabili, e sovente la narrazione prese bizzarre svolte narrative, come quando il protagonista si scontra con un altro supereroe chiamato Commander Cash, incarnato dal wrestler “Rowdy” Roddy Piper (Essi vivono).

RoboCop- Prime Directives - seriePoi fu il turno di RoboCop: Prime Directives, miniserie canadese in 4 episodi da 90 minuti ciascuno la cui trama era stata meglio strutturata, dimostrandosi anche meno timida nei confronti dei saltuari afflati di ultra-violenza. Trasmessa nel 2001, anche in questo caso si optò per ignorare ogni evento accaduta al di fuori del primo film del 1987. Se certo non ci si poteva aspettare che le serie animate e i fumetti andassero necessariamente a braccetto coi film più brutalmente grafici, il costante rimescolamento della continuity tra le versioni ‘dal vero’ di RoboCop aiuta bene ad illustrare i problemi insormontabili dati dall’eredità del primo lungometraggio.

Tenendo tutto ciò in considerazione, è facile capire come la Warner Bros. nel 2014 abbia scelto di intraprendere una strada differente per approcciare il concept di RoboCop. Si arriva così al remake firmato dal regista brasiliano José Padilha (Tropa de Elite), accolto prevedibilmente dai fan dell’originale con ferocia già ben prima che il film arrivasse nei cinema semplicemente perché dopo quasi 30 anni il capostipite aveva consolidato lo status di cult osannato e intoccabile. Sebbene in effetti questo rifacimento si è dimostrato tutt’altro che entusiasmante, c’è almeno un merito che gli va riconosciuto (sempre che di merito si possa parlare): è assai più funzionale come nuovo inizio di un possibile franchise.

Tralasciando il netto ridimensionamento di trivialità e violenza mostrate sullo schermo, nonché le fin troppo calcate frecciatine a Fox News, il RoboCop interpretato da Joel Kinnaman è assai più franchise-friendly di quanto il predecessore con protagonista Peter Weller abbia mai potuto essere. Il film stesso sembra quasi essere un meta-commento su questo aspetto: il primo RoboCop non è mai stato venduto al pubblico come un “prodotto”, ma come Alex Murphy, l’eroico poliziotto che veniva trasformato suo malgrado in una macchina, così da servire ancora la comunità per cui aveva dato la vita.

Seppure nella fase centrale del film, in cui la personalità e le emozioni di quello che un tempo era un poliziotto in carne ed ossa venissero chimicamente soppresse per renderlo una macchina da battaglia più efficace, non ci sono dubbi che l’umanità del protagonista sarebbe riaffiorata prima o poi. La coscienza di alex Murphy si risveglia puntualmente completamente e in maniera terrificante, con la certezza di ciò che ha perso per sempre e che non potrà più riavere indietro (la sua vita, la sua famiglia, il suo corpo …).

Il nuovo RoboCop è certo meno conflittuale e sfaccettato di quello del 1987, ma viene data via via più importanza alla mimica facciale e all’intonazione vocale dell’attore che lo incarna. In origine, Alex Murphy cercava disperatamente di riconquistare la sua umanità, solo per rassegnarsi sul finale al fatto che non fosse più possibile, oppure nel sequel, quando decideva di fingere di non conoscere la moglie per lasciarla libera di vivere la sua vita. Lungo le varie declinazioni del franchise questo elemento fondamentale si perdeva come già detto sempre di più, fino a sparire del tutto. Ma dove sta il problema? Nel remake di José Padilha tutto veniva riazzerato!

E poi ci sono i problemi legati alla scarsa mobilità del super-poliziotto. Risolta. Il nuovo assai più elegante prototipo di RoboCop è in grado di correre a velocità sorprendenti, saltare da grandi altezze e superare in ogni aspetto il suo cibernetico progenitore. È possibile che le precedenti incarnazioni di RoboCop fossero rallentate nei movimenti a causa del costume disegnato da Rob Bottin e che la situazione sarebbe stata assai diversa se non fosse stato così ingombrante? Forse. Avrebbe aggiunto o migliorato in qualche modo la storia? Probabilmente no.

Tornando invece al lungometraggio del 2014, è possibile con qualche sforzo salvare qualcosa nel messaggio di fondo, ma, come per il capostipite, con ogni probabilità tutto verrà rimaneggiato malamente dai futuri autori e registi, forse proprio a partire dal RoboCop Returns che sta girando in questi giorni Neill Blomkamp da una sceneggiatura scartata di Ed Neumeier e Michael Miner.

In definitiva, non resta che ribadire come l’idea alla base di RoboCop sia stata geniale e avanguardistica e come l’originale di Paul Veroheven abbia superato alla grande la prova del tempo, tanto che nessuno dei possibili reboot, sequel, remake o simili potrà mai diminuirne l’eredità e il peso specifico. Forse, il RoboCop del 1987 deve semplicemente restare l’action virtualmente perfetto e unico di cui difficilmente vedremo una filiazione all’altezza.

Fine?

Di seguito il trailer internazionale di RoboCop 2:

Fonte: DoG