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Voto: 6.5/10 Titolo originale: Eye in the Sky , uscita: 07-09-2015. Budget: $13,000,000. Regista: Gavin Hood.

Il diritto di uccidere: la recensione del war thriller di Gavin Hood

15/02/2026 recensione film di William Maga

Helen Mirren e Alan Rickman sono al centro di thriller politico teso e intelligente che trasforma un dilemma etico contemporaneo in suspense pura

Nel panorama del cinema politico contemporaneo, Il diritto di uccidere (Eye in the sky) si impone come uno dei thriller più tesi e moralmente inquieti degli ultimi anni. Diretto da Gavin Hood e interpretato da Helen Mirren, Alan Rickman e Aaron Paul, il film affronta il tema della guerra condotta a distanza attraverso droni armati, trasformando una decisione militare in un dramma morale serrato. Non è un’opera didascalica né un pamphlet ideologico: è, prima di tutto, un racconto di suspense costruito su una domanda devastante. È lecito sacrificare una vita innocente per salvarne molte altre?

La vicenda si svolge nell’arco di poche ore. A Nairobi, in un quartiere densamente popolato, alcuni membri di Al-Shabaab si riuniscono in una casa sicura. Tra loro figurano due giovani occidentali radicalizzati. L’operazione britannica Egret nasce come missione di cattura, ma quando la sorveglianza rivela che i terroristi stanno preparando cinture esplosive per un attentato imminente, l’obiettivo cambia: da arresto a eliminazione mirata. A guidare l’operazione è il colonnello Katherine Powell, interpretata con glaciale determinazione da Helen Mirren, collegata a una sala di comando in Inghilterra. Il generale Frank Benson, ultimo ruolo cinematografico di Alan Rickman, coordina i vertici militari e politici a Londra. Negli Stati Uniti, in una base nel Nevada, il pilota di drone Steve Watts, volto giovane e tormentato di Aaron Paul, attende l’ordine di lanciare un missile.

L’imprevisto che paralizza la macchina è la presenza di una bambina kenyota che vende pane proprio davanti alla casa bersaglio. Se il missile verrà lanciato, la probabilità di ucciderla è alta; se non verrà lanciato, le cinture esplosive potrebbero provocare decine di vittime. Il film costruisce la tensione attraverso una catena di rinvii burocratici, il continuo “riferire più in alto”: nessuno vuole assumersi la responsabilità finale. Ministri, consulenti legali, segretari di Stato vengono interpellati in un rimpallo che attraversa continenti, tra Londra, Washington e Pechino.

eye-in-the-sky-image-helen-mirrenRispetto ad altri film sul tema della guerra a distanza, come Good Kill, più centrato sulla psicologia del pilota, Il diritto di uccidere adotta una prospettiva corale e globale. Non segue un solo punto di vista, ma intreccia più centri di potere, mostrando come la decisione di premere un bottone sia il risultato di un complesso meccanismo politico, legale e mediatico. Non c’è la satira corrosiva del Dottor Stranamore, anche se alcuni momenti sfiorano il grottesco, soprattutto quando la preoccupazione per l’opinione pubblica sembra pesare quanto, se non più, delle vite umane.

La regia di Gavin Hood è asciutta e funzionale. Gli interni delle sale operative, freddi e chiusi, contrastano con la luce abbagliante delle strade di Nairobi. Il montaggio alterna con precisione le diverse postazioni, mantenendo costante la pressione narrativa. La tecnologia diventa linguaggio cinematografico: schermi, telecamere, droni minuscoli che penetrano nelle finestre, immagini termiche che trasformano corpi in sagome astratte. Eppure, mentre la guerra si fa digitale, il film insiste sull’umanità dei volti. Il tormento del pilota, la frustrazione del colonnello, l’ambivalenza dei politici rivelano quanto la distanza fisica non elimini il peso morale.

Particolarmente toccante è la prova di Alan Rickman, che dona al generale Benson una stanchezza dignitosa e una consapevolezza amara. Il suo monologo finale, in cui ricorda ai civili che la guerra è sporca e che i militari ne conoscono il prezzo reale, restituisce al film una dimensione tragica. Helen Mirren incarna invece la freddezza necessaria a chi deve decidere rapidamente: non è priva di coscienza, ma ritiene che la responsabilità primaria sia evitare una strage imminente. Aaron Paul offre il volto della coscienza individuale, chiedendo nuovi calcoli e rifiutando di ridurre una vita a una percentuale.

Il grande merito di Il diritto di uccidere è non fornire risposte semplici. Non santifica né demonizza nessuno. Mostra come ogni scelta comporti una perdita e come la modernità tecnologica non abbia semplificato la guerra, ma l’abbia resa più opaca e burocratica. La presenza insistita della bambina può apparire emotivamente insistita, ma impedisce allo spettatore di rifugiarsi in un ragionamento puramente statistico.

Nel confronto con opere precedenti sul conflitto al terrorismo, il film di Hood appare allora compatto e meno declamatorio. Non cerca la grande scena spettacolare, ma la suspense che nasce dall’attesa di un sì o di un no. In questo senso, Il diritto di uccidere è un thriller politico di rara efficacia, capace di intrattenere e inquietare, interrogando il rapporto tra tecnologia, responsabilità e coscienza in un’epoca in cui la guerra si combatte a distanza ma le conseguenze restano drammaticamente reali.

Di seguito trovate il trailer di Il diritto di uccidere:

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