Voto: 5/10 Titolo originale: The Cat in the Hat , uscita: 04-11-2026. Regista: Alessandro Carloni.
Il Gatto col Cappello, la recensione: tanta fantasia, ma il caos di Dr. Seuss diventa un’avventura troppo convenzionale
05/11/2026 recensione film Il gatto col cappello di Marco Tedesco
Alessandro Carloni ed Erica Rivinoja riportano al cinema il celebre personaggio con un'animazione vivace e alcune trovate irresistibili, ma finiscono per soffocarne lo spirito più irriverente

Esiste qualcosa di meravigliosamente sovversivo nel Gatto col Cappello immaginato da Dr. Seuss nel 1957. Un felino antropomorfo che irrompe nella casa di due bambini annoiati, mette tutto sottosopra e trasforma la trasgressione in un irresistibile gioco creativo. Il fascino del personaggio risiede proprio nella sua imprevedibilità, nell’assenza di regole e nella libertà di combinare disastri senza dover necessariamente imparare qualcosa. Eppure, nel nuovo Il Gatto col Cappello, diretto da Alessandro Carloni ed Erica Rivinoja, quella vitalità anarchica viene progressivamente addomesticata per adattarsi alle esigenze di un moderno blockbuster d’animazione.
La storia introduce il Gatto (doppiato in originale da Bill Hader e in italiano da Stefano Fresi) come dipendente dell’Istituto per l’Istituzione dell’Immaginazione e dell’Ispirazione, un’organizzazione incaricata di riportare gioia nelle vite dei bambini. Dopo una serie di incarichi disastrosi, il nostro protagonista riceve un’ultima possibilità: aiutare Gabby e Sebastian, due fratelli trasferitisi controvoglia in una nuova città insieme alla madre Carmen. Un compito apparentemente semplice che, naturalmente, degenera in un’avventura attraverso mondi fantastici, oggetti magici e creature tutt’altro che rassicuranti.
Il primo paradosso del film è che il più indisciplinato dei personaggi di Dr. Seuss sia diventato un impiegato sottoposto a superiori, regolamenti e valutazioni professionali. L’idea possiede un potenziale comico evidente, soprattutto quando il Gatto deve rispondere delle proprie catastrofi burocraticamente, ma introduce anche una contraddizione difficile da ignorare. L’incarnazione stessa della libertà infantile finisce per diventare un professionista dell’immaginazione, incaricato di distribuire felicità secondo precise direttive aziendali.
Non mancano trovate divertenti. L’umorismo surreale, gli equivoci linguistici e alcuni momenti di slapstick restituiscono almeno in parte l’energia del materiale originale. Bill Hader conferisce al protagonista una vivacità contagiosa, alternando esplosioni di entusiasmo a battute pronunciate con un’ironia quasi distratta. Ancora più riuscito, nella versione originale, è Matt Berry nei panni del pesce Waffles, la cui esasperata compostezza britannica costituisce un efficace contrappunto alle follie del felino. Anche i Cosi, con le loro gag fisiche e il bizzarro linguaggio percussivo, strappano qualche risata, pur sembrando talvolta progettati per diventare i nuovi Minions.
Sul piano visivo, invece, Il Gatto col Cappello offre alcuni degli spunti più interessanti. L’animazione alterna la tridimensionalità morbida e convenzionale del mondo quotidiano a universi fantastici più stilizzati, caratterizzati da colori vibranti e soluzioni grafiche vicine all’illustrazione. Quando la vicenda abbandona la realtà domestica, lo studio DNEG può finalmente liberare la propria inventiva, costruendo paesaggi impossibili e sequenze nelle quali le forme sembrano sottrarsi alle leggi della fisica. Sono i momenti in cui il film riesce davvero ad avvicinarsi alla fantasia sfrenata di Seuss.
Il problema è che questa abbondanza di invenzioni finisce per trasformarsi in un accumulo incontrollato di situazioni, sottotrame e svolte narrative. Per espandere un racconto brevissimo fino ai 107 minuti del lungometraggio, Carloni e Rivinoja ricorrono a una struttura avventurosa ormai familiare: un oggetto magico da recuperare, dimensioni da attraversare, un antagonista minaccioso e una catastrofe da scongiurare. Il risultato assomiglia spesso più a un generico film d’animazione contemporaneo che a una storia nata dall’immaginazione di Dr. Seuss.
Alla confusione narrativa si aggiunge una componente sentimentale particolarmente insistita. Il disagio di Gabby per il trasferimento, il rapporto con il fratello minore e le difficoltà della madre diventano il pretesto per una serie di lezioni sulla crescita, sulla famiglia e sull’importanza di accettare i cambiamenti. Temi legittimi, ma affrontati attraverso un sentimentalismo prevedibile che finisce per smorzare proprio quella carica irriverente che dovrebbe rappresentare il cuore del film. Il Gatto non è più soltanto una creatura imprevedibile che sovverte l’ordine: deve diventare anche una guida emotiva, capace di risolvere conflitti familiari e dispensare insegnamenti.
È qui che emerge il limite più evidente dell’operazione. Il Gatto col Cappello vuole essere contemporaneamente una commedia anarchica, un’avventura multiversale, una favola sulla crescita e il punto di partenza di un possibile franchise. Ma nel tentativo di accontentare tutti, perde parte della personalità che rendeva il personaggio originale così irresistibile. Persino la sua follia sembra dover giustificare continuamente la propria utilità.
Rimane un film d’animazione tecnicamente curato, vivace e capace di divertire soprattutto i più piccoli, con qualche sequenza davvero fantasiosa e un protagonista sufficientemente carismatico da sostenere l’avventura. Tuttavia, dietro l’esuberanza dei colori e il susseguirsi di gag, resta la sensazione di un’occasione soltanto parzialmente sfruttata. Il Gatto col Cappello avrebbe dovuto celebrare il piacere di infrangere le regole. Finisce invece per ricordarci quanto il cinema d’animazione contemporaneo abbia paura di farlo davvero.
Nei cinema dal 5 novembre 2026.
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