Voto: 6/10 Titolo originale: Redux Redux , uscita: 28-12-2025. Regista: Matthew McManus.
Redux Redux, la recensione: un multiverso di vendetta e dolore per una sci-fi che sorprende
03/11/2026 recensione film Redux Redux di Gioia Majuna
I fratelli McManus trasformano gli universi paralleli in un incubo senza fine, mescolando violenza, lutto e un'imprevista possibilità di redenzione

Di multiversi, negli ultimi anni, il cinema ha fatto un uso talmente intensivo da aver trasformato un’idea potenzialmente inesauribile in un meccanismo spesso prevedibile. Realtà alternative, paradossi temporali e spiegazioni sempre più elaborate. Redux Redux, terzo lungometraggio dei fratelli Kevin e Matthew McManus, sceglie fortunatamente una strada diversa. Riduce la fantascienza all’essenziale per raccontare qualcosa di molto più concreto: l’impossibilità di elaborare un lutto e la dipendenza da una vendetta che non concede alcun sollievo.
La protagonista è Irene Kelly (Michaela McManus), una donna che ha perso la figlia Anna, assassinata da un serial killer di nome Neville (Jeremy Holm). Grazie a una rudimentale macchina capace di attraversare dimensioni parallele, Irene raggiunge continuamente nuove versioni della realtà. Ma invece di cercare una nuova esistenza, ripete ossessivamente lo stesso rituale: rintracciare Neville e ucciderlo, ancora e ancora. Ogni esecuzione dovrebbe avvicinarla alla pace. Ogni volta, invece, si ritrova esattamente al punto di partenza.
La situazione cambia quando, in uno degli universi visitati, Irene incontra Mia (Stella Marcus), un’adolescente finita nel mirino dello stesso assassino. Il loro rapporto introduce una variabile imprevista in un’esistenza che sembrava destinata a ripetersi all’infinito.
La scelta più intelligente dei McManus consiste nel non trasformare la tecnologia al centro del racconto in un rompicapo da risolvere. Non sappiamo esattamente come funzioni il dispositivo di Irene, quali siano i limiti dei viaggi dimensionali o quante persone possano accedervi. E, soprattutto, non abbiamo bisogno di saperlo.
La macchina è poco più di una bara metallica, lontanissima dalle meraviglie tecnologiche della fantascienza spettacolare. Ogni universo assomiglia quasi perfettamente al precedente. Cambiano piccoli particolari, ma il mondo conserva la stessa desolante normalità.
La vendetta non libera Irene dal trauma: lo conserva intatto, costringendola a riviverlo continuamente. Uccidere Neville diventa un gesto meccanico, svuotato persino della soddisfazione che dovrebbe accompagnarlo. Non è più una questione di giustizia, ma l’incapacità di immaginare un futuro.
Il meccanismo richiama certi racconti sui loop temporali, ma qui non esiste una giornata da correggere. Ogni nuova possibilità viene sacrificata sull’altare dello stesso dolore.
A rendere credibile questa premessa contribuisce soprattutto Michaela McManus, protagonista di una prova intensa e controllata. La sua Irene sembra aver consumato ogni emozione disponibile. Si muove con la precisione di chi ha ripetuto troppe volte gli stessi gesti, ma uno sguardo o un’esitazione bastano a suggerire quanto fragile sia l’equilibrio costruito intorno alla violenza.
L’incontro con Mia cambia progressivamente le dinamiche del racconto. Stella Marcus restituisce all’adolescente un carattere impulsivo e provocatorio, capace di mettere in discussione le certezze della protagonista. Il rapporto tra le due costituisce il vero centro emotivo del film, anche quando la sceneggiatura ricorre a contrasti piuttosto prevedibili.
Viene inevitabilmente in mente Terminator 2 – Il giorno del giudizio, soprattutto per la combinazione tra una figura adulta temprata dalla violenza e un personaggio più giovane da proteggere. Ma i McManus utilizzano quella dinamica per raccontare una maternità interrotta, non semplicemente una missione di sopravvivenza.
Sul piano registico, Redux Redux dimostra che un budget contenuto non impedisce di costruire un universo cinematografico convincente. I McManus lavorano su motel, diner e strade deserte, trasformandoli in luoghi sospesi, apparentemente identici eppure sempre leggermente differenti.
La fotografia di Alan Gwizdowski conferisce alle immagini una consistenza ruvida, mentre il montaggio rende fluidi i passaggi tra le realtà senza ricorrere a virtuosismi superflui. Efficace anche la colonna sonora elettronica di Paul Koch, che accompagna l’ossessione di Irene con pulsazioni sintetiche e atmosfere malinconiche.
Quando il film accelera, le sequenze d’azione mostrano una sorprendente energia. Gli scontri sono fisici, spesso brutali, e mantengono quella concretezza che distingue l’operazione da tanta fantascienza contemporanea.
Qualche cedimento emerge invece nella seconda metà, quando l’esigenza di ampliare il racconto introduce situazioni che non possiedono la stessa immediatezza della premessa iniziale. Anche il rapporto tra Irene e Mia attraversa alcuni passaggi prevedibili, mentre la ripetizione di certe dinamiche rischia occasionalmente di attenuare la tensione.
Il merito principale di Redux Redux rimane quello di utilizzare la fantascienza per interrogarsi sul significato stesso della vendetta. I McManus non cercano risposte consolatorie e resistono alla tentazione di spiegare ogni dettaglio del loro universo narrativo.
Irene può attraversare un numero potenzialmente infinito di realtà, eppure non riesce ad allontanarsi da un singolo evento. È qui che il film trova la propria dimensione più dolorosa e convincente.
Redux Redux è un thriller fantascientifico solido, violento e sorprendentemente umano, capace di trovare un’identità riconoscibile all’interno di un filone ormai sovraffollato. Non tutte le svolte narrative funzionano allo stesso modo, ma l’interpretazione di Michaela McManus e la lucidità del nucleo tematico compensano le incertezze.
Perché, alla fine, il vero orrore non è scoprire che esistono infiniti universi. È avere infinite possibilità di ricominciare e continuare a scegliere sempre la stessa sofferenza.
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