Voto: 6.5/10 Titolo originale: The Well , uscita: 01-08-2024. Regista: Federico Zampaglione.
The Nameless Ballad, la recensione: Federico Zampaglione cambia registro e trova nell’ossessione il suo nuovo orrore
04/11/2026 recensione film The Well di Francesco Chello
Dopo The Well, il regista romano sceglie una ghost story più intima e psicologica, trasformando la musica e il peso del successo in una fonte di inquietudine

Se si parla di cinema di genere italiano, mi piace partire da un incipit più o meno simile. Ricordare come da queste parti si cerchi di avere sempre un radar acceso e puntato su questo comparto nostrano che ci coinvolge e appassiona da vicino. E per il quale rispondo sempre volentieri alla chiamata alle armi. Quella di oggi riguarda The Nameless Ballad, l’ultima fatica di Federico Zampaglione, che arriva in sala il 5 novembre dopo aver fatto il suo esordio in anteprima mondiale lo scorso 29 agosto al FrightFest di Londra e aver fatto tappa, qualche giorno fa, all’ultima edizione del Lucca Comics & Games dove è stato accolto dagli applausi di un pubblico soddisfatto.
Che poi in gergo si usa dire “l’ultima fatica”, ma qualcosa mi dice che per Zampaglione non sia propriamente una fatica confrontarsi con un genere verso il quale ha già dimostrato passione e competenza. E questo mi offre il gancio per dire che se il cinema di genere italiano è un argomento che affronto sempre con piacere, a maggior ragione lo è se si tratta di un nuovo film del filmmaker romano.
A Federico Zampaglione riconosco in primis il coraggio. Doppio, oserei dire. Quello di aver provato più volte a fare un certo tipo di cinema in un periodo in cui la nostra industria sembrava non volesse saperne. E di averlo fatto affrontando un rischioso salto di carriera, passando da quella che in quel momento poteva essere una comfort zone conquistata nel campo della musica al potenziale salto nel vuoto della regia cinematografica. Shadow (2009) e Tulpa (2013) arrivavano nel suddetto periodo ostile per l’horror nostrano. Sbam, subito due centri.
Il terzo arriva dieci anni dopo, in un momento in cui il nostro cinema di genere sembra essere tornato a dare segnali incoraggianti, opportunità che il regista coglie nel 2023 con The Well, che forse è addirittura il mio preferito della sua filmografia. Un curriculum orrorifico che annoverava solo film riusciti, ma la forma verbale non vi tragga in inganno, anzi, per sicurezza cambiamola al presente visto che anche l’ultimo arrivato si mostra all’altezza di una lista che non ha visto passi falsi.
In sostanza, anche The Nameless Ballad per me è decisamente sì. E lo fa in modo piuttosto differente rispetto ai suoi predecessori, proseguendo in un certo senso quel discorso sul coraggio. Shadow, Tulpa e The Well passavano per un orrore più fisico, viscerale, exploitativo, mi verrebbe da dire più tattile. Una direzione diversa dal film di quest’anno che invece esplora tutt’altri territori.
The Nameless Ballad ha un’impostazione più psicologica, atmosferica, metaforica. Più intima. E per questo anche più personale.
Se il sottogenere di appartenenza è quello della ghost story legata, a sua volta, al filone della haunted house, il fulcro del racconto è sicuramente più terreno. È come una costruzione a doppio strato che prevede un nucleo profondamente umano e psicologico all’interno di un guscio soprannaturale. L’anima della storia è l’ossessione. Attorno alla quale finisce inevitabilmente per ruotare la vita di un artista. Il prezzo della creatività, del successo.
La musica diventa molto più di un semplice elemento narrativo: è il filo conduttore dell’ossessione, ma anche il punto di contatto tra due tormenti che appartengono a dimensioni diverse. La pressione delle aspettative altrui, che siano del pubblico o della critica. La paura di fallire, la difficoltà di comunicare agli altri il logorio di questo stato d’animo. È un malessere che finisce per assumere un peso quasi letterale, qualcosa che schiaccia il protagonista e che il film traduce in immagini e situazioni capaci di dare una consistenza fisica a un tormento prima di tutto interiore.
Il lato spaventoso di una carriera che, soprattutto nelle sue fasi iniziali, può mettere in gioco la vita di chi la intraprende, alimentando tensione e angoscia di un incubo che la realtà può obbligare a vivere. Insomma, un bel po’ di carne sul fuoco per un discorso contenutistico che viene ancora prima della controparte visiva. E che, proprio per questo motivo, prima definivo impostazione intima e personale, nell’ottica di un tratteggio che evidentemente prende spunto dal vissuto autobiografico di Zampaglione, chiudendo per l’ennesima volta il cerchio del coraggio. Quello di scegliere una storia che esponga anche sé stessi, che apra uno spaccato sull’uomo dietro l’artista in funzione di un rapporto sempre più stretto col proprio pubblico.
È un discorso che il film non ha paura di ribadire, tornando più volte sui propri significati e sulla dimensione metaforica del racconto. Un’insistenza che in alcuni momenti si avverte, ma che non ho trovato fuori luogo: è coerente e propedeutica alla natura stessa di un’opera che sceglie di mettere a nudo il proprio protagonista, senza nascondersi dietro il solo apparato soprannaturale pur facendone veicolo determinante di un film che non cade nell’errore di privilegiare una componente rispetto a un’altra ma trova il giusto equilibrio tra contenuto e intrattenimento.
Una storia a combustione volutamente lenta, pensata per costruire e poi valorizzare la deflagrazione di un finale che non può che essere senza speranza. Il linguaggio visivo si affida a flashback che spezzano la linearità della narrazione alternando i piani temporali, oltre che a svariati frammenti onirici e allucinatori tipici di un linguaggio che serve a sottolineare il crollo emotivo e psicologico del protagonista. Una serie di momenti carichi di suggestione, un mood di inquietudine che trova la sua efficacia nella costruzione di un’atmosfera sufficientemente sinistra senza dover ricorrere a facili jumpscare. Il film non rinuncia ad un paio di momenti di sangue, un leggero tocco emoglobinico che in un certo senso resta la firma del suo autore.
The Nameless Ballad è una produzione Somic Film in associazione con Minerva Pictures, lo script è firmato dallo stesso Zampaglione insieme a Barbara Baraldi, scrittrice ed attuale curatrice editoriale di Dylan Dog, qui al suo esordio come sceneggiatrice di un lungometraggio. Anche la scelta della location contribuisce a definire l’identità visiva del progetto, si gira a Sabina in particolare all’interno di Villa Pacieri, dimora storica seicentesca che si rivela ambiente ideale per ricreare un isolamento fisico che riflette quello emotivo.
Girato in inglese con quella lungimiranza distributiva che ricorda gli anni d’oro del nostro cinema di genere, il film può contare su un cast internazionale che vede l’australiano Jamie Ward restituire adeguatamente il declino psicologico del protagonista, ben calato in una parte che lo porta ad eseguire personalmente tre brani tra cui due composti dallo stesso Zampaglione (Like I Did Last Night e I’ll Be Waiting), mentre Andrea Pesce e Cristiano de Fabritiis firmano lo score musicale che include la melodia ossessiva della ballata senza nome il cui spartito arriva ad ospitare le ultime strofe scritte col sangue.
Alana Boden interpreta la fidanzata, un personaggio che inizialmente sembra accentuare la pressione con schermaglie di coppia ed una gelosia della musica apparentemente frivola, salvo poi scoperchiare un dolore legittimo legato all’insicurezze e le dipendenze del compagno. Ruolo chiave per Giglia Marra, che che recita in italiano anche nella versione internazionale del film e camuffa la propria estetica in un volto austero e straniante privo di sopracciglia, la sua Imma è la svolta che accompagna il film dalla curiosità iniziale all’orrore vero e proprio.
Sul piano registico, Zampaglione conferma una buona sensibilità visiva che emerge tanto nella ricerca di alcuni movimenti di macchina quanto nella composizione delle inquadrature, e che trova spesso nelle soluzioni di dettaglio la propria espressione più interessante. Basta pensare al riflesso di Imma nel sangue riversato sul pavimento, un’immagine semplice che esplicita la capacità del regista di giocare con gli elementi a sua disposizione. Interessante anche il lavoro sulla fotografia, che riserva ai flashback un trattamento capace di richiamare la pellicola di un tempo, mentre alcuni passaggi onirici assumono tonalità grigiastre, contribuendo a rendere visivamente il progressivo smarrimento del protagonista.
C’è infine un dettaglio che mi ha colpito e merita di essere menzionato, la dedica a Federico Frusciante: «Un pensiero per Federico Frusciante. La sala ti aspettava. Il tuo fruscio resta qui». Un omaggio tanto sentito quanto sincero che va oltre il canonico «in memoria di» nei confronti di una figura che abbinava genuinità e competenza come pochi e che aveva saputo ritagliarsi con merito un posto di rilievo nel campo della divulgazione cinematografica, lasciando un contributo concreto e riconoscibile. Un richiamo che aggiunge un’ulteriore nota personale a un’opera nella quale Zampaglione sembra aver messo molto di sé, un’altra testimonianza di una passione per il cinema che va ben oltre la semplice realizzazione di un film.
The Nameless Ballad conferma quanto Federico Zampaglione abbia ancora voglia di esplorare il cinema di genere senza restare prigioniero di quanto fatto in precedenza. Un film che cambia registro, rinuncia in parte alla fisicità e all’impatto più immediato dei suoi predecessori per addentrarsi in un territorio più intimo, psicologico e doloroso, senza per questo mettere in secondo piano l’anima horror che resta centrale e senz’altro efficace. Una strada diversa, dunque, ma non meno interessante, che conferma la capacità del suo autore di rimettersi in gioco, coltivare la passione per un genere al quale continua a dare un contributo personale. Un’altra prova convincente per un regista che non ha esaurito la voglia di sperimentare e che, soprattutto, ha ancora qualcosa da raccontare.
Nei cinema dal 5 novembre.
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