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Titolo originale: Wild Horse Nine , uscita: 30-10-2026. Regista: Martin McDonagh.

Martin McDonagh contro il politicamente corretto: «Le cose stanno peggiorando». E spiega perché non cambierà i suoi testi

04/11/2026 trailer news di Stella Delmattino

Il regista di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell'isola torna a discutere dei limiti della libertà creativa, raccontando le richieste ricevute negli ultimi anni e le critiche rivolte ai suoi personaggi

Martin McDonagh non ha mai avuto paura di mettere a disagio il pubblico. Dai dialoghi feroci di In Bruges alle provocazioni di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, il regista e drammaturgo britannico di origini irlandesi ha costruito la propria carriera attorno a personaggi moralmente ambigui, violenza, umorismo nerissimo e situazioni capaci di dividere gli spettatori. Ma oggi, secondo lui, raccontare certe storie sta diventando sempre più complicato.

In una recente intervista al podcast The Interview del New York Times, McDonagh è tornato a parlare del politicamente corretto e delle pressioni esercitate su autori e compagnie teatrali affinché modifichino opere considerate offensive. E il suo giudizio sull’evoluzione del dibattito culturale è tutt’altro che rassicurante.

«Penso che le cose siano peggiorate, soprattutto negli ultimi dieci anni», ha dichiarato il regista, spiegando di aver ricevuto richieste che in passato non gli erano mai state rivolte.

Martin McDonagh: «Se un personaggio è razzista, parlerà come un razzista»

Il punto centrale della sua riflessione riguarda il linguaggio utilizzato nelle opere teatrali scritte anche venticinque o trent’anni fa. McDonagh sostiene che soltanto nell’ultimo decennio alcune compagnie abbiano cominciato a chiedergli di modificare parole e battute presenti nei copioni originali.

Secondo il regista, quei termini non erano stati inseriti casualmente: potevano servire a provocare una reazione nel pubblico oppure a rappresentare fedelmente il modo di parlare di determinati personaggi.

«Se stai scrivendo un personaggio razzista, quel personaggio userà un linguaggio razzista», ha osservato McDonagh, mettendo in discussione l’utilità di eliminare quelle espressioni a distanza di decenni.

Il suo ragionamento si fonda su una distinzione precisa: rappresentare un comportamento offensivo non significa necessariamente approvarlo. Un personaggio può utilizzare parole riprovevoli proprio perché l’autore vuole mostrarne la violenza, l’ignoranza o le contraddizioni.

Per questo McDonagh considera problematico intervenire retroattivamente sui testi, adattandoli alle sensibilità contemporanee. La sua posizione è che, se una compagnia non condivide il linguaggio di un’opera, possa scegliere di non rappresentarla, anziché pretenderne la riscrittura.

Tre Manifesti a Ebbing, MissouriLe polemiche su Tre manifesti a Ebbing, Missouri

La conversazione ha inevitabilmente toccato anche Tre manifesti a Ebbing, Missouri, il film del 2017 con Frances McDormand, Woody Harrelson e Sam Rockwell, al centro di un acceso dibattito per il modo in cui affrontava razzismo e brutalità della polizia americana.

In particolare, il critico Wesley Morris aveva contestato la rappresentazione di Jason Dixon, il poliziotto interpretato da Rockwell, ritenendo che il film finisse per concedere una forma di redenzione a un personaggio apertamente razzista.

McDonagh continua a non condividere questa interpretazione. Secondo il regista, il percorso di Dixon non equivale a una vera assoluzione morale, e leggere il film in questi termini significa attribuirgli un’intenzione che non riconosce nella propria sceneggiatura.

Diverso, invece, il suo atteggiamento nei confronti delle critiche rivolte alla pièce teatrale A Behanding in Spokane, del 2010.

In quel caso, McDonagh ha ammesso di aver riflettuto seriamente sulla quantità di espressioni offensive utilizzate e sul modo in cui la propria intenzione antirazzista fosse stata recepita. Se un messaggio non arriva al pubblico nella maniera prevista, ha riconosciuto, è giusto interrogarsi sulle ragioni.

Una precisazione importante, perché il regista non sostiene che qualsiasi scelta artistica debba essere sottratta alla critica. Rivendica piuttosto la differenza tra discutere un’opera e pretendere di modificarne il testo originale.

Non è la prima volta che McDonagh denuncia queste pressioni

Le dichiarazioni non rappresentano una novità assoluta. Già nel 2023, durante un’intervista alla BBC, McDonagh aveva raccontato che alcune compagnie teatrali avevano rinunciato a mettere in scena i suoi lavori perché lui non aveva accettato di modificarne il linguaggio.

All’epoca aveva descritto con preoccupazione un ambiente nel quale gli autori rischiavano di vedere limitata la propria libertà espressiva per il timore di suscitare polemiche.

Il tema torna ora d’attualità in coincidenza con l’uscita del suo nuovo film, Wild Horse Nine, nei cinema italiani dal 5 novembre.

Interpretato da John Malkovich, Sam Rockwell e Steve Buscemi, il thriller è ambientato nel 1973, poco prima del colpo di Stato in Cile, e segue due agenti della CIA inviati sull’Isola di Pasqua per una missione destinata a far riemergere segreti e tensioni del loro passato.

Anche questa volta McDonagh si confronta con personaggi compromessi, responsabilità morali e situazioni nelle quali distinguere nettamente il bene dal male diventa difficile.

Ed è proprio questa complessità che il regista intende difendere: la possibilità di scrivere personaggi sgradevoli, utilizzare un linguaggio provocatorio e affrontare argomenti controversi senza che la rappresentazione venga automaticamente confusa con un’approvazione.

Una posizione destinata a far discutere, soprattutto in un momento in cui cinema, teatro ed editoria continuano a interrogarsi sul rapporto tra sensibilità contemporanea, responsabilità degli autori e integrità delle opere del passato.

Fonte: YouTube

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