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Voto: 7/10 Titolo originale: Wild Horse Nine , uscita: 30-10-2026. Regista: Martin McDonagh.

Wild Horse Nine, recensione: Malkovich e Rockwell trasformano la CIA in una tragicommedia nerissima

06/09/2026 recensione film di William Maga

Due agenti della CIA, l'Isola di Pasqua e il Cile alla vigilia del golpe: Martin McDonagh ritrova Sam Rockwell e affida a John Malkovich uno dei suoi ruoli migliori degli ultimi anni

John Malkovich e Sam Rockwell in Wild Horse Nine (2026)

Due agenti della CIA partono per l’Isola di Pasqua mentre il Cile si prepara a precipitare nella dittatura. Basterebbe questa premessa per riconoscere Martin McDonagh. Con Wild Horse Nine, presentato in concorso alla Mostra di Venezia, il regista torna infatti nel territorio che conosce meglio: uomini violenti costretti a trascorrere troppo tempo insieme, dialoghi feroci, colpa, amicizia e una malinconia che lentamente divora la commedia. Il risultato ricorda inevitabilmente In Bruges e Gli spiriti dell’isola, senza raggiungerne sempre l’equilibrio, ma trovando in John Malkovich e Sam Rockwell due interpreti praticamente perfetti.

Siamo nel 1973. Chris Carlisle (Malkovich) e Lee Chesterfield (Rockwell) sono veterani della CIA di stanza a Santiago, mentre gli Stati Uniti lavorano nell’ombra alla destabilizzazione del governo di Salvador Allende. Chris, 72 anni, ha partecipato a decenni di operazioni sporche americane, dal Congo alla Baia dei Porci. Ora però ha un cancro terminale e la sua memoria comincia a cedere.

Prima che sia troppo tardi vuole vedere l’Isola di Pasqua. Lee lo accompagna, apparentemente per amicizia, ma in un film di McDonagh le intenzioni raramente coincidono con ciò che i personaggi dichiarano. A complicare tutto c’è MJ (Steve Buscemi), superiore della CIA preoccupato soprattutto da un dettaglio: Chris sta registrando i propri ricordi per scrivere un libro e potrebbe portarsi nella tomba molti segreti, ma potrebbe anche decidere di raccontarli.

L’Isola di Pasqua diventa così una sorta di purgatorio. Davanti ai Moai, sopravvissuti per secoli a uomini, governi e imperi, Chris comincia a fare i conti con una vita trascorsa a interferire nella storia degli altri. Il contrasto è semplice ma incisivo: mentre la CIA cerca di cancellare le proprie tracce, la mente dell’uomo incaricato di custodirle sta facendo esattamente la stessa cosa.

È qui che Wild Horse Nine trova la sua forza maggiore. Malkovich costruisce Chris senza cercare di renderlo improvvisamente innocente. È cinico, irritante, spesso offensivo e responsabile di azioni terribili. Eppure la fragilità che emerge mentre il suo corpo e la sua memoria lo abbandonano introduce progressivamente una tristezza inattesa.

Particolarmente efficaci sono i piccoli foglietti che Chris nasconde nelle tasche per orientarsi nei momenti di confusione: «Ricordati che stai morendo», oppure «Non fidarti di Lee». In poche parole McDonagh trasforma una gag quasi da Memento nell’immagine più dolorosa del film.

Rockwell conosce perfettamente i ritmi della scrittura del regista e gli lascia spazio, funzionando da contrappeso. Lee è insieme amico, custode e possibile minaccia. Ne nasce una bromance acida nella quale gli insulti e le conversazioni apparentemente inutili diventano il modo attraverso cui due uomini incapaci di parlare dei propri sentimenti finiscono comunque per rivelarli.

Ed è anche il limite del film. Wild Horse Nine contiene quasi tutto ciò che ci aspettiamo dal suo autore: killer loquaci, mascolinità in crisi, violenza improvvisa, battute politicamente scorrette, amicizie compromesse e personaggi che cercano una redenzione probabilmente impossibile. A tratti sembra che McDonagh stia componendo variazioni di situazioni già affrontate meglio altrove.

Più delicato è il rapporto con la Storia. Usare il golpe cileno e l’interventismo americano come sfondo di una tragicommedia grottesca produce una tensione interessante, ma non sempre risolta. Quando il film pretende di trasformare uomini coinvolti in crimini politici reali in figure malinconiche da western crepuscolare, il sentimentalismo rischia di diventare troppo accomodante.

Eppure è proprio questa contraddizione a impedire al film di diventare una semplice copia di In Bruges. I magnifici paesaggi di Rapa Nui fotografati da Ben Davis e i Moai immobili davanti alle piccole tragedie umane danno alla storia una dimensione quasi elegiaca. Gli imperi passano, gli uomini muoiono e persino chi credeva di controllare la Storia finisce per esserne cancellato.

Wild Horse Nine non è il miglior Martin McDonagh, ma contiene uno dei migliori John Malkovich degli ultimi anni. Il film è meno sorprendente di In Bruges e meno emotivamente preciso de Gli spiriti dell’isola; alcune provocazioni sembrano ormai parte di una formula e il passaggio dalla commedia alla violenza non sempre è fluido. Ma quando smette di cercare la battuta e osserva semplicemente due uomini arrivati alla fine della propria strada, trova una malinconia autentica.

McDonagh parte ancora una volta da quella che sembra l’inizio di una barzelletta – due agenti della CIA vanno in vacanza sull’Isola di Pasqua – e arriva da tutt’altra parte. Questa volta, però, più che la battuta finale resta impressa l’immagine di Malkovich davanti a qualcosa destinato a sopravvivergli, mentre cerca disperatamente di ricordare chi è stato prima che sia la sua stessa mente a cancellarlo.

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