Voto: 6/10 Titolo originale: Ferine , uscita: 05-11-2026. Regista: Andrea Corsini.
Ferine, la recensione: Andrea Corsini trasforma il dolore materno in una ferocia difficile da addomesticare
04/11/2026 recensione film Ferine di William Maga
Il regista esordisce nel lungometraggio con un'opera visivamente ambiziosa, sostenuta dalle interpretazioni di Carolyn Bracken e Caroline Goodall, ma non sempre altrettanto convincente nella scrittura

Quanto basta per cancellare la distanza tra un essere umano e un animale? Una tragedia, forse. Oppure la scoperta che sotto le convenzioni della civiltà continuano a sopravvivere istinti che preferiremmo non riconoscere. Ferine, esordio nel lungometraggio di Andrea Corsini, parte da questa inquietudine per costruire un horror italiano che intreccia maternità, lutto e trasformazione. Un’opera ambiziosa, talvolta persino troppo, che trova nella forza delle immagini e delle interpretazioni i suoi risultati migliori.
Presentato inizialmente al Fantasia International Film Festival, dove ha ottenuto i premi per la fotografia e la colonna sonora, e poi a Sitges, il film nasce dall’ampliamento dell’omonimo cortometraggio realizzato da Corsini nel 2019. Ma soprattutto appartiene a quella corrente del cinema di genere che utilizza il corpo e le sue pulsioni per raccontare conflitti profondamente psicologici.
Al centro troviamo Irene (Carolyn Bracken), una ricca collezionista d’arte che, dopo diverse gravidanze interrotte, cerca di diventare madre attraverso un percorso alternativo. Un evento devastante manda però in frantumi il suo equilibrio, risvegliando comportamenti sempre più incontrollabili. Mentre la donna si allontana progressivamente dalle persone che la circondano, il suo destino incrocia quello di Dama (Caroline Goodall), un’enigmatica trafficante di animali esotici.
Il film racconta questa trasformazione come una progressiva perdita dei confini tra dolore e istinto. Irene non viene semplicemente travolta dalla follia: sembra piuttosto abbandonare tutte quelle regole che, fino a quel momento, avevano definito la sua identità sociale.
Il riferimento più immediato è Il bacio della pantera, soprattutto nella rilettura di Paul Schrader del 1982, ma Corsini guarda anche a un cinema corporeo più contemporaneo, vicino per sensibilità a Raw – Una cruda verità di Julia Ducournau.
La sua prospettiva, tuttavia, presenta una differenza interessante. La metamorfosi non viene raccontata come una liberazione, quanto come la risposta disperata a una perdita impossibile da elaborare. Irene reagisce al mondo attraverso il possesso, la fame e un bisogno di protezione che finisce per assumere caratteristiche profondamente inquietanti.
È proprio il rapporto tra maternità e possesso a costituire uno degli aspetti più stimolanti della sceneggiatura firmata da Corsini insieme a Massimo Vavassori. Dove termina il desiderio di proteggere qualcuno e comincia quello di considerarlo una proprietà? E quanto può diventare pericoloso un amore che non riconosce più alcun limite?
Domande che trovano un contrappunto efficace nella figura di Dama, donna abituata a esercitare il proprio dominio sugli animali attraverso la cattività. Le due protagoniste incarnano forme differenti della stessa pulsione: controllare ciò che, per sua natura, non dovrebbe essere controllato.
Il problema è che queste intuizioni non sempre ricevono uno sviluppo altrettanto convincente. La sceneggiatura procede spesso per allusioni, lasciando volutamente indefiniti alcuni rapporti e passaggi psicologici. Una scelta che alimenta il mistero, ma finisce anche per rendere Irene più un simbolo che una persona pienamente comprensibile.
A compensare queste debolezze interviene soprattutto Carolyn Bracken, già apprezzata in Oddity, capace di comunicare il tormento della protagonista attraverso il corpo prima ancora che con le parole. Gli sguardi, la postura, i movimenti sempre meno convenzionali raccontano una regressione emotiva che l’attrice rende credibile anche nei momenti più estremi.
Altrettanto convincente Caroline Goodall, che costruisce una Dama glaciale, autoritaria e disturbante. La sua presenza introduce una diversa forma di minaccia, meno istintiva e proprio per questo forse ancora più crudele.
Sul piano visivo, Corsini dimostra una sensibilità notevole. La fotografia di Fabrizio La Palombara valorizza composizioni rigorose, contrasti cromatici e immagini di una bellezza volutamente perturbante. Gli ambienti brutalisti progettati sullo schermo attraverso la scenografia di Carlotta Desmann diventano parte integrante del racconto: spazi monumentali, eleganti e apparentemente perfetti, ma incapaci di offrire autentico conforto.
La violenza, quando arriva, assume un carattere quasi rituale. Corsini preferisce spesso suggerire piuttosto che mostrare, sottraendo allo spettatore il momento più esplicito dell’orrore. È una strategia che inizialmente funziona, soprattutto grazie a un accurato lavoro sul sonoro, ma che alla lunga rischia di ridurre la forza delle sequenze più attese.
Fondamentale anche la colonna sonora di Pino Donaggio, capace di accompagnare la trasformazione di Irene con temi orchestrali che richiamano la grande tradizione del thriller italiano, senza trasformarsi in un semplice esercizio nostalgico.
La parte meno riuscita arriva nell’ultimo segmento, quando il confronto tra le protagoniste dovrebbe portare alle estreme conseguenze i temi della maternità, della violenza e della cattività. Il racconto tende invece a ripetersi, rallentando proprio quando avrebbe bisogno di una maggiore progressione drammatica.
Non è tanto una questione di sangue o di spettacolarità mancata. È soprattutto l’impressione che alcune idee, presentate con grande forza, rimangano sospese senza trovare una conclusione altrettanto incisiva. Anche il simbolismo, occasionalmente troppo dichiarato, finisce per appesantire una narrazione che avrebbe potuto affidarsi maggiormente alle proprie immagini.
Eppure, sarebbe ingeneroso ridurre Ferine ai suoi limiti. Corsini mostra una personalità registica riconoscibile e una volontà di confrontarsi con un horror italiano sofisticato, fisico e psicologicamente inquieto, senza inseguire formule commerciali rassicuranti.
Ferine è quindi un esordio imperfetto ma interessante, più convincente nella messa in scena che nella costruzione narrativa. Un film nel quale l’eleganza formale e la ferocia degli istinti convivono in un equilibrio instabile, proprio come la sua protagonista. Non tutte le intuizioni arrivano a compimento, ma il talento visivo di Andrea Corsini è evidente. E rappresenta una ragione più che sufficiente per seguire i suoi prossimi lavori.
Nei cinema dal 5 novembre, distribuito da Adler Entertainment.
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