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Lance Kinsey: “Proctor voleva solo essere accettato” – intervista esclusiva su Scuola di Polizia

27/04/2026 news di Alessandro Gamma

Dal Comic-Con di Praga 2026, l'attore racconta la nascita dello storico personaggio, la chimica sul set e perché la saga continua a far ridere generazioni diverse

Lance Kinsey film scuola di polizia 4

Nato a Calgary, in Alberta, e cresciuto a Chagrin Falls, Ohio, Lance Kinsey ha frequentato la Hawken School e si è laureato alla Vanderbilt University in discipline teatrali. Dopo gli inizi all’Actors Theatre of Louisville, ha lavorato in numerosi teatri regionali e compagnie itineranti.

Trasferitosi a Chicago, è entrato nella celebre compagnia comica Second City, dove ha scritto e interpretato diversi spettacoli. Ha insegnato improvvisazione in scuole e college, tra cui Columbia College e Goodman Theatre, ottenendo anche due nomination ai Joseph Jefferson Awards.

Kinsey ha lavorato in televisione, cinema e teatro, ma è noto soprattutto per il ruolo di Proctor, il goffo e servile assistente dei comandanti Mauser e Harris nella saga di Scuola di Polizia, una serie amatissima anche in Italia.

In questa intervista esclusiva realizzata al Comic-Con di Praga 2026, dove era ospite d’onore, ripercorriamo con lui i momenti più iconici della saga e il segreto del suo successo duraturo.

Scuola di Polizia è stato un enorme successo anche in Italia. Il tuo personaggio, Proctor, già dal secondo film è diventato uno dei più memorabili. Come hai costruito quella combinazione così particolare di arroganza, insicurezza e comicità?

Per me Proctor è, prima di tutto, un tipo molto innocente. Ha questa ingenuità di fondo: vuole solo piacere agli altri, essere accettato. Con Harris o Mauser cercava sempre di fare la cosa giusta, anche se spesso esagerava senza rendersene conto. C’è una grande ingenuità in lui. E proprio questo lo rendeva così divertente da interpretare.

Con Art Metrano e G.W. Bailey c’era una chimica naturale: lavoravamo benissimo insieme e ci divertivamo davvero tanto. Proctor è uno che vuole sembrare importante, ma in realtà non si sente tale. Dentro ha una forte insicurezza, e il suo bisogno è semplicemente: “per favore, accettatemi”.

I film della saga avevano una forte dinamica di gruppo. Che atmosfera si respirava sul set? E quanto spazio c’era per l’improvvisazione?

La complicità è nata anche dal fatto che abbiamo girato molti film insieme. Io sono entrato nel secondo e pensavo finisse lì, invece siamo andati avanti con il terzo, il quarto, il quinto… Era come andare in campeggio ogni anno: ritrovavi gli stessi compagni, magari con qualche cambiamento nella troupe o nel regista, ma il cast diventava sempre più affiatato. Si creava una sorta di linguaggio comune: sapevamo già come lavorava l’altro.

C’era anche molta improvvisazione. Spesso giravamo la scena e poi ci dicevano: “Adesso provate qualcosa di vostro”. Con G.W. Bailey, per esempio, c’era fiducia totale, quindi potevamo sperimentare. Questa spontaneità si vede sullo schermo.

Lance Kinsey praga 2026 intervistaHai qualche ricordo particolare del primo incontro con G.W. Bailey?

Assolutamente. Ci siamo conosciuti e subito dopo ci hanno messi in una scena piuttosto estrema: finiamo in un fiume su una piccola gondola diretta verso una cascata vera, con gli stuntman pronti a recuperarci prima del salto. In una situazione del genere si crea subito un legame. E infatti è successo: siamo diventati molto amici, lo siamo ancora oggi. È stata una conoscenza… memorabile!

Arrivi dalla comicità d’improvvisazione della Second City. Quanto ha influenzato il tuo modo di recitare al cinema?

Tantissimo. Ho imparato molto lì. L’improvvisazione ti insegna soprattutto ad ascoltare e reagire agli altri. Non è solo comicità: è recitazione in generale. Ti porta a fidarti del tuo istinto e a lavorare davvero in squadra. Quando trovi la giusta sintonia con qualcuno, nasce quella spontaneità che poi arriva anche al pubblico.

Perché, secondo te, i film di Scuola di Polizia funzionano ancora oggi, a distanza di decenni?

Credo soprattutto per la comicità fisica. È universale, non ha bisogno di traduzione. Fa ridere in qualsiasi cultura. E poi c’è anche il tema del prendere in giro l’autorità, che funziona ovunque. Oltre a questo, erano semplicemente film molto divertenti, con un cast affiatato. Il pubblico percepiva quel legame.

Oggi il contesto è cambiato: c’è più attenzione alla correttezza politica. Pensi che quel tipo di comicità possa tornare?

È difficile dirlo. Oggi c’è più cautela, anche negli Stati Uniti. Prendersi gioco della polizia di questi tempi è piuttosto difficile … Alcuni temi sono più delicati. Però spero che si possa trovare di nuovo uno spazio per quel tipo di leggerezza.

Quando i fan ti incontrano oggi, cosa ti dicono più spesso?

Molti ricordano il rapporto tra Harris e Proctor. E spesso mi imitano: “Proctor, muoviti!”. Ma la cosa più bella è quando mi dicono che quei film li riportano alla loro giovinezza. Oppure che li guardavano con i genitori. È un ricordo affettivo, molto forte. Questo per me è davvero speciale.

Come andò l’audizione per il ruolo?

In realtà avevo fatto il provino per il primo film, per il ruolo di Fackler, ma non andò. L’anno dopo mi richiamarono per il secondo. All’inizio Proctor era un personaggio piccolo, ma piacque molto il rapporto con Mauser. Così mi richiamarono per i film successivi, e il ruolo crebbe sempre di più. Per me è stato un grande onore.

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