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Voto: 5/10 Titolo originale: Quarantine 2: Terminal , uscita: 16-06-2011. Budget: $4,000,000. Regista: John Pogue.

Quarantena 2 recensione: un sequel che rinuncia al found footage, ma anche alla paura

22/07/2026 recensione film di Marco Tedesco

Il seguito del remake americano di [REC] cambia completamente approccio, spostando il contagio tra un aereo e un terminal aeroportuale. Un'idea promettente che, però, perde progressivamente forza proprio quando dovrebbe decollare

Mercedes Mason in Quarantena 2 (2011)

Esistono sequel che cercano disperatamente di replicare il successo del primo film e altri che, consapevoli dell’impossibilità di eguagliarlo, scelgono una strada completamente diversa. Quarantena 2 appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Invece di limitarsi a rifare [REC] 2, come il primo Quarantena aveva fatto con [REC], John Pogue nel 2011 spostava il contagio da un condominio a un aereo di linea, trasformando il seguito in una sorta di disaster movie contaminato dall’horror epidemico.

È una scelta più coraggiosa di quanto gli venga generalmente riconosciuto. Il problema è che il film possiede un’idea migliore della sua effettiva realizzazione.

La prima mezz’ora funziona sorprendentemente bene. L’aereo è uno spazio perfetto per un horror d’infezione: stretto, soffocante, impossibile da abbandonare. Quando il primo passeggero perde il controllo, il panico si diffonde con una rapidità credibile e il film riesce finalmente a sfruttare quella paura del viaggio aereo che, dopo l’11 settembre, è entrata stabilmente nell’immaginario collettivo. Non è un caso che proprio questa parte venga ricordata come la migliore anche da molti appassionati del genere.

Il problema arriva con l’atterraggio. Paradossalmente, quando gli spazi si allargano, il film si restringe. Il terminal aeroportuale avrebbe potuto diventare un enorme labirinto fatto di gate deserti, corridoi infiniti e aree di servizio trasformate in trappole. Invece finisce rapidamente per assumere la funzione di qualunque altro edificio isolato dal mondo. L’ambientazione perde specificità e, con essa, anche gran parte della tensione costruita fino a quel momento.

La rinuncia al found footage rappresenta probabilmente la scelta più discussa del film. Da un lato è impossibile negare che la regia tradizionale renda tutto molto più leggibile. Finalmente gli attacchi si seguono senza il continuo movimento isterico della telecamera e lo spettatore sa sempre dove si trovano personaggi e minacce. Dall’altro, però, scompare completamente quella sensazione di partecipazione diretta che aveva trasformato Quarantena in un’esperienza fisica prima ancora che narrativa. L’orrore non viene più vissuto, ma semplicemente osservato.

È forse questo il principale limite del film. John Pogue dirige con ordine e professionalità, ma senza trovare una cifra personale. Ogni scena sembra costruita per accompagnare lo spettatore verso l’aggressione successiva, senza che esista un vero crescendo emotivo. Gli infetti rimangono aggressivi, veloci e fisicamente convincenti, ma raramente fanno paura. Inseguono, urlano, mordono, eppure il film non riesce quasi mai a creare quell’attesa che rende memorabile un horror.

Anche la sceneggiatura si muove continuamente tra intuizioni interessanti e sviluppi poco convincenti. L’idea di spiegare il contagio attraverso animali infetti funziona meglio della deriva pseudoscientifica che segue poco dopo. Alcune motivazioni finiscono per apparire artificiose e sembrano introdotte soprattutto per collegare il nuovo racconto agli eventi del primo capitolo. I personaggi, inoltre, restano poco più che funzioni narrative: la hostess coraggiosa, il passeggero sospetto, il ragazzo ribelle, la coppia anziana. Nessuno possiede davvero lo spessore necessario perché lo spettatore si preoccupi della loro sorte.

Mercedes Mason è probabilmente la sorpresa più piacevole del cast. Riesce a dare credibilità a Jenny senza trasformarla nella classica eroina invincibile, mantenendo una naturalezza che il resto del film spesso fatica a trovare. È un peccato che la sceneggiatura non le conceda molto di più di un tradizionale percorso di sopravvivenza.

Il confronto con [REC] 2 resta inevitabile, ma forse è anche ingiusto. Il sequel spagnolo sceglieva di ampliare radicalmente la mitologia del primo film, spingendosi verso territori religiosi e soprannaturali che dividevano il pubblico ma dimostravano una precisa ambizione. Quarantena 2, invece, preferisce rimanere ancorato a un horror d’infezione molto più convenzionale. Non è una scelta sbagliata in sé; semplicemente manca un’idea altrettanto forte capace di sostituire ciò che viene abbandonato.

Alla fine resta la sensazione di trovarsi davanti a un film onesto, probabilmente migliore della reputazione che si è costruito negli anni, ma incapace di sfruttare davvero le proprie intuizioni. La parte ambientata sull’aereo lascia intravedere ciò che Quarantena 2 avrebbe potuto essere: un horror claustrofobico costruito attorno alla paura del contagio e dell’isolamento. Purtroppo, una volta aperte le porte dell’aereo, anche il film sembra perdere la pressione che lo teneva in quota.

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