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7/10 su 671 voti. Titolo originale: 22 July, uscita: 10-10-2018. Budget: $20,000,000. Regista: Paul Greengrass.

Recensione Venezia 75 | 22 Luglio di Paul Greengrass

10/09/2018 recensione film di William Maga

Il regista ricostruisce per Netflix la strage perpetrata da Anders Breivik nel 2011, provando a raccontarne le conseguenze sulla Norvegia e cercando di evidenziare come sia necessario rispondere a situazioni del genere, ancora attualissime

Si avverte la presenza di una sorta di velo davanti alla lente che ha filmato gli eventi narrati in 22 Luglio (22 July) di Paul Greengrass (Captain Phillips – Attacco in mare apertoUnited 93), una sottile tendina che finisce per creare inevitabile distanza con chi guarda. Il film, distribuito in esclusiva da Netflix, basato sul libro One of Us: The Story of an Attack on Norway – And Its Aftermath di Asne Seierstad (pubblicato in Italia come Uno di noi) e presentato in concorso alla 75a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ripercorre il terribile giorno del 2011 – e le dirette conseguenze, private, nazionali e legali – in cui Anders Behring Breivik fece prima detonare una bomba a Oslo e poi aprì il fuoco contro un gruppo di adolescenti in un campo estivo situato sull’isola di Utøya, in Norvegia, facendo 77 morti e centinaia di feriti. Assistendo naturalmente alla proiezione in lingua originale, il problema (che non si porrà ovviamente col doppiaggio tritatutto a cui lo spettatore medio è abituato) ruota essenzialmente intorno alla domanda sul perchè si sia optato per far parlare tutti gli attori – tutti madrelingua norvegesi – in inglese. Vediamo così protagonisti e comparse scappare per provare a salvarsi la vita o cercare i loro figli negli ospedali mentre dialogano tra loro in quella che suona evidentemente come una lingua straniera non padroneggiata, che finisce per impoverirne l’espressività e minarne la spontaneità, rischiando di giocarsi la fondamentale immedesimazione dello spettatore. La lingua non è tutto però. Quando ad esempio la squadra di legali della difesa ascolta per la prima volta l’attentatore, mentre parla di un’infanzia tranquilla e poi di assistenti sociali pronti a intervenire al momento del divorzio dei suoi genitori, qualcuno esclama: “Non è esattamente l’immagine che lui stesso si era prefigurato”. Una sottolineatura decisamente poco necessaria. O, ancora, vediamo una copia del quotidiano locale Dagbladet in lingua inglese e il libro Norway Today (mai stampato), che sembrano un foglio A3 fresco di stampante a colori. Dettagli certo, ma ugualmente stonati.

Detto questo, il cast è stato ben scelto. Anders Danielsen Lie, che interpreta Anders Behring Breivik, e Jon Øigarden, che è il suo legale Geir Lippestad, riescono a risultare intensi con poche espressioni e parole. Sembra quasi che la soddisfazione del primo e il dispregio del secondo brillino sui due, come se non fossero in grado di trattenere tali emozioni. Le loro conversazioni sulla difesa da tenere al processo sono una delle tre linee narrative di 22 Luglio. Un’altra segue Jens Stoltenberg, interpretato da Ola G. Furuseth. L’ex Primo Ministro del Regno di Norvegia riceve qui un trattamento ambiguo. Paul Greengrass – anche sceneggiatore dell’adattamento – pone grande enfasi sulle carenze organizzative e preventive evidenziate nel famigerato Rapporto Gjørv; una scelta senz’altro giusta, ma che non mette in particolare risalto quanto di buono il politico fece e per cui divenne tanto famoso, ovvero le parole che pronunciò quando il suo paese ne aveva più bisogno e gli incontri con quelli che rimasero feriti negli attacchi. Infine, la terza sottotrama segue Viljar Hanssen (Jonas Strand Gravli) – uno dei ragazzi gravemente colpiti – e i suoi genitori (Maria Bock e Thorbjørn Harr) nel difficile percorso di riabilitazione ed elaborazione del lutto, coi tre adeguatamente devastati in superficie ma senza mai perdere la sensazione che la vera tempesta emotiva avvenga dentro di loro. Le sequenze negli ospedali e con i parenti sono tuttavia stranamente posate e sobrie, mentre padri, madri e fratelli si raccontano chi e cosa hanno perso quel giorno (si veda in tal senso la Lara di Seda Witt). Insieme alla lingua, questa scelta di non dare pieno sfogo al dramma – ed è difficile credere che i norvegesi abbiano un contegno degno dei giapponesi – non può che contribuire ad attenuare la sensazione di disperazione generale che una situazione di quel tipo dovrebbe scatenare.

Allo stesso tempo, ci troviamo davanti a un film in cui la narrazione a livello individuale è meno importante di quella sociale. In questo, 22 Luglio è un film equilibrato e dignitoso. La struttura stessa della pellicola parla adeguatamente senza essere ridondante. Quello che Paul Greengrass sembra volere evidenziare è come le idee di Anders Breivik non si siano stipate nella cella di isolamento insieme con lui, ma si siano diffuse all’esterno – mentre allo stesso tempo le istituzioni norvegesi, e specialmente la magistratura, abbiano continuato ad agire in tranquillità e senza perdere la testa trovandosi a trattare con una figura senza precedenti come la sua. L’eroismo mostrato in 22 Luglio è l’eroismo delle persone comuni che non hanno smesso di fare il loro lavoro. Non è un caso che avvocati, chirurghi, poliziotti, agenti di polizia e politici locali compaiano – proprio come la madre / sindaco di Viljar – mentre lavorano e si assicurano che le ruote della società continuino a girare senza paura.

E non è un mistero che il regista veda questo film come un commento diretto all’emergenza ancora attualissima della radicalizzazione in Europa, con un chiaro riferimento al movimento di estrema destra norvegese. Poi, certo, i più attenti e preparati sulla vicenda noteranno anche alcune semplificazioni operate. Ad esempio, la prima valutazione psichiatrica di Anders Breivik viene ignorata soltanto perché le conclusioni non incontrano il desiderio generale di punirlo e senza una vera discussione sul perchè si sia arrivati a tale verdetto. “La corte cerca di fare ciò che è meglio per la Norvegia“, si afferma rigorosamente quando quel rapporto non viene preso in considerazione. Può questa essere un’argomentazione sufficiente? In ogni caso, l’attacco a Utøya (e Oslo) – cui Paul Greengrass dedica i primi 35′ – è, ovviamente, faticoso da sostenere, più psicologicamente che visivamente. Gli omicidi a sangue freddo sono ritratti più graficamente rispetto al recentissimo Utøya 22. juli di Erik Poppe (grande successo in patria, ma molto diverso nel mettere in scena la strage), anche se la macchina da presa spesso si allontana nel momento in cui i colpi giungono a destinazione. Si tratta di un reportage necessario, lontano dall’essere speculativo. Non ci si rimugina sopra.

Di fronte a un atto mostruoso del genere, dettato dall’odio cieco, come dobbiamo (re)agire? Paul Greengrass prova a rispondere alla spigolosa domanda affermando che la società civile non deve lasciarsi sopraffare dall’emotività, ma continuare ad agire secondo la legge e affidarsi alla saggezza delle istituzioni. Perchè il bene è sempre più forte del male, anche se spesso ce lo si dimentica.

Di seguito il trailer italiano e quello internazionale (per meglio apprezzare le voci originali) di 22 Luglio, che verrà inserito nel catalogo Netflix il 10 ottobre:

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