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6/10 su 4 voti. Titolo originale: Painkillers, uscita: 31-01-2019. Regista: Roxy Shih.

Recensione dal BIFFF 36 | Painkillers di Roxy Shih

15/04/2018 recensione film di Sabrina Crivelli

La regista taiwanese-americana approccia il vampirismo con uno sguardo inedito e denso di drammaticità nel suo secondo film con protagonista un ottimo Adam Huss

Prospettiva inedita e viscerale sull’altrove abusato sottogenere vampiristico, Roxy Shih (The Tribe) declina in Painkillers – presentato in anteprima mondiale al BIFFF di Bruxelles – l’iconica suzione di sangue a matrici ben più umane ed emotive, presentandone le implicazioni psicologiche e drammatiche.

John Clarke (Adam Huss) è un medico e un amorevole padre, che conduce una felice esistenza con la moglie Chloe (Madeline Zima). Tuttavia, la sua vita viene del tutto sconvolta quando è coinvolto in un terribile incidente, in cui il figlio tragicamente muore. L’uomo si risveglia invece in ospedale con dei terrificanti dolori e un misterioso tremore che pervade ogni suo arto e muscolo; a poco servono gli antidolorifici che gli vengono somministrati, e i suoi colleghi, nonostante i plurimi esami a cui viene sottoposto, non riescono a capirne la causa, né a trovare una cura. Il protagonista torna quindi a casa con la moglie, ma il suo inspiegabile morbo non accenna a diminuire, almeno finché una sera, per caso, si taglia e succhia il proprio sangue dalla ferita … L’istante dopo smette immediatamente di tremare. Nel frattempo, un sinistro individuo (Grant Bowler) lo approccia, affermando di conoscere il suo male e di sapere come guarirlo. Da costui scopre difatti una terribile verità: l’unica cura per la sua inspiegabile sindrome è il sangue umano e, dopo quel primo assaggio, non basta più il proprio fluido corporeo, ma serve quello altrui, costantemente e sempre ‘fresco’. John precipiterà quindi in un turbinio di disperazione, sangue e sensi di colpa, trovandosi ad attraversare un difficile processo di riscatto e di lutto per l’amato compianto.

Raramente motivi e personaggi ormai ampiamente radicati nell’immaginario horror riescono ad assumere una forma così lontana dall’originario archetipo, eppure con Painkillers Roxy Shih ci svela un punto di vista del tutto originale su qualcosa di già cui è già stato detto quasi tutto. Premessa oltremodo interessante, la regista individua quindi in un concept tradizionalmente sovrannaturale, l’idea di Nosferatu che si nutre dell’altrui fluido vitale, una sfumatura profondamente antropologica, evidenziandone una possibile natura psicofisica e involontaria, come d’altra parte spesso accade nelle incontrollabili degenerazioni psicotiche. Così la sete diviene espressione di altro, di un insaziabile dolore, che allegoricamente e concretamente divora dall’interno e che viene soddisfatto attraverso un truce banchetto. Poco importa, in fondo, quale sia poi la vera essenza del malessere che affligge John, ciò che realmente conta è seguirne il percorso interiore, le ripercussioni di ciò che sta affrontando sul suo rapporto con la moglie e con coloro con chi viene in contatto. A ciò si aggiunge poi una componente più smaccatamente etica, ovvero l’interrogativo stringente e reiterato se sia lecito sacrificare gli altri, per quanto turpi (a un certo punto viene catturato un pedofilo recidivo), per salvare sé stessi. Essenziale allora è l’apporto di Adam Huss, epicentro drammatico dell’intera narrazione e capace di portare in scena un ampio spettro di sentimenti in maniera credibile. Un po’ eccessivamente caricata è invece la performance di Madeline Zima, che comunque risulta una accettabile controparte (la fugace presenza di Mischa Barton è invece giustificata solamente per il marketing).

D’altra parte il vampirismo, il mostruoso quanto fisiologico bisogno di sangue umano e la disumana dipendenza da esso, sono solo spunto per indagare tutt’altro, per approfondire l’idea stessa di insanabile sofferenza. Tuttavia, per lo spettatore che è alla ricerca di un intrattenimento disimpegnato, in cui si susseguano una profusione di violenza e scene dall’alto contenuto gore, certo Painkillers non è la giusta scelta. Il film, difatti, è tutt’altro che immediato e in alcuni passaggi anzi dilatato, sebbene comunque nel complesso mantenga un discreto ritmo. Inoltre non è l’azione, ma la riflessione a essere il suo fulcro e il suo punto forte, mentre buona parte della violenza e delle immagini truculente sono lasciate fuori campo, non mirando con ogni probabilità Roxy Shih a scioccare visivamente il pubblico, bensì a portare chi guarda a interrogarsi su dilemmi tutt’altro che semplici.

Horror concettuale, dunque, in cui la sfera sentimentale è esplorata più delle componenti terrificanti o disturbanti, Painkillers conferma ancora una volta che alcune voci del cinema indie americano possono – e sanno – ancora dire molto, se gliene viene data la possibilità.

Al momento non è disponibile il trailer ufficiale.

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