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6/10 su 312 voti. Titolo originale: In Darkness , uscita: 25-05-2018. Regista: Anthony Byrne.

Recensione | In Darkness di Anthony Byrne

28/05/2018 recensione film di Sabrina Crivelli

Una fascinosa Natalie Dormer è la pianista non vedente al centro di un thriller dilatato e senza ritmo, il cui copione - che lei stessa ha scritto - si preoccupa solo di mettere in luce le sue doti, tralasciando tutto il resto

Thriller dal ritmo piuttosto lento, In Darkness di Anthony Byrne (Peaky Blinders e Ripper Street) sviluppa in un tempo dilatatissimo la contorta parabola di una protagonista non vedente incarnata discretamente da Natalie Dormer (Jukai – La foresta dei suicidi) che ne ha steso anche con il regista (e suo attuale compagno) la sceneggiatura, non proprio innovativa o densa di momenti da batticuore.

Sofia (Dormer) è una pianista cieca che conduce una vita all’apparenza tranquilla e ripetitiva. Nel suo palazzo vive anche la bella e travagliata Veronique (Emily Ratajkowski), i cui continui litigi con il padre, un magnate serbo accusato di crimini di guerra, Milos Radic (Jan Bijvoet), tengono sveglia la notte la protagonista. Una sera, dopo aver incrociato per caso Veronique in ascensore, mentre fugge sconvolta, Sofia ‘assiste’ alla sua morte, all’apparenza per suicidio. Tuttavia, nulla è come appare e la donna verrà da lì coinvolta in una serie di intrighi e delitti, fortemente radicati nel suo passato e connessi a delle terribili perdite subite durante la sua infanzia.

In Darkness si basa su un impianto piuttosto prevedibile, una sorta di detective story che si apre con quello che appare un personaggio del tutto innocuo, Sofia, che viene coinvolta in losche macchinazioni da una serie di foschi e pericolosi individui legati alla mafia russa. Ovviamente, la donna non è innocente come sembra inizialmente, anzi, ma tutte le svolte narrative da spy movie sono alquanto scontate, dando vita a un percorso il cui finale è, per i più smaliziati, manifesto già dai primi fotogrammi. Così si alternano gli usuali tradimenti, i ‘colpi di scena’, i doppi giochi e pure un paio di “intimi contatti”, buttati lì tra le sequenze giusto per dare un tocco più hot allo svolgimento, altrimenti decisamente piatto.

Il brivido manca quasi del tutto, forse per come è gestita la storia o forse per il succedersi di eventi di impatto se presi singolarmente, ma che insieme non riescono a suscitare in chi guarda la giusta tensione. Certo, alcuni passaggi sono riusciti e girati con maestria, come la movimentata scena di un sequestro in corsa con torture su un camioncino e repentino salvataggio, in cui ad un certo punto un rapitore viene scaraventato fuori in velocità e investito da un camion. Tale ipercinetica sequenza si fa indubbiamente notare e lascia il segno. Purtroppo, però, in generale l’azione latita, mentre la macchina da presa preferisce soffermarsi diffusamente sulle lente e reiterate azioni di Sofia.

Sicuramente l’epicentro della diegesi stessa è proprio il personaggio interpretato da Natalie Dormer, che si è cucita addosso il copione non a caso, creandosi una parte ad hoc con il giusto ammontare di criticità, dotandola di un fascinoso handicap fisico, un tragico passato e un oscuro disegno in testa. La cecità, d’altronde, ha sovente fornito in passato ottimi spunti per i film thriller. Lo dimostrano le variegate declinazioni offerta da titoli come Gli occhi della notte (Wait Until Dark, 1967) di Terence Young, Terrore cieco (See no evil, 1971) di Richard Fleischer, Gli occhi del delitto (Jennifer 8, 1992) di Bruce Robinson e Con gli occhi dell’assassino (Los ojos de Julia, 2010) di Guillem Morales.

Quale attrice quindi non vorrebbe incarnare un ruolo simile per mettersi alla prova e manifestare le proprie doti? Sventuratamente, l’interprete / sceneggiatrice si scorda qui di rendere tutto il resto in qualche modo interessante, forse per timore che dare spazio ad altro le avrebbe sottratto le luci dei riflettori per qualche minuto. Il risultato è così che una protagonista di per sé anche accattivante, resa bene nelle sue sfumature psicologiche, nelle sfaccettature del carattere, è circondata da personaggi del tutto privi di alcuno spessore, maschere monolitiche che esistono solo per farla risplendere.

Se un film è una sinfonia corale e non un performance solipsistica, tutto il contorno in In Darkness stona, quale chiassosa combinazione di arie cacofoniche che bistrattano il pubblico ala conclusione, ennesima occasione creata ad uopo per  fornire una prova di bravura alla prima donna … A ciò si somma infine che non si tratta di un fine thriller psicologico hichcockiano quello messo in scena – in cui tutta questa “centralità dello sguardo” avrebbe potuto sussistere -, ma un’intricata spy story (almeno nelle intenzioni) che quindi dovrebbe per sua stessa natura fondarsi su una pletora di intriganti soggetti, buoni o cattivi che siano. Ciò infatti non accade, al contrario, perfino l’antagonista principale, lo spietato criminale pluriomicida Milos Radic è talmente abbozzato e ha un minutaggio talmente risicato da risultare quasi una mera comparsa. Tale mancanza di incisività non discende tuttavia dalla recitazione del povero Jan Bijvoet, ma dal fatto che non abbia proprio sufficiente materiale su cui lavorare. E lo stesso vale per buona parte del cast (dove scompaiono anche Ed Skrein e Joely Richardson).

In conclusione, se invece di girare l’ennesima prolissa sequenza che segue una Natalie Dormer mentre vagola evocativamente per le stanze buie della casa e tocca il suo riflesso nello specchio, ci si fosse concentrati un po’ di più sui molti altri personaggi che incrocia, magari osando addirittura un inseguimento o una sparatoria, il risultato sarebbe stato assai più coinvolgente. Il concettualismo dormercentrico rende In Darkness privo di ogni capacità d’intrattenimento nei suoi 110 minuti di durata, che lo spettatore percepisce come tre volte tanti …

Di seguito trovate il trailer ufficiale:

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