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Titolo originale: White Chamber , uscita: 05-04-2018. Regista: Paul Raschid.

Recensione dal BIFFF 36 | White Chamber di Paul Raschid

10/04/2018 recensione film di Sabrina Crivelli

Il regista britannico ricorre a un'asettica ambientazione claustrofobica per dar vita a una più ampia riflessione sulla degenerazione delle democrazia e dei più basilari valori della civiltà

Interessante riflessione sulla degenerazione delle democrazie occidentali fino ad apocalittici scenari, White Chamber di Paul Raschid (Servants’ Quarters) esplora con vivido orrore l’abbandono di ogni più basilare valore o empatia, riflettendo sulle più terrificanti possibili derive morali della civiltà. Tuttavia, il film non si serve di epiche scene di battaglie, ma edifica un raffinato e cinico studio psicologico sviluppato con pochi mezzi e attori, ma risultando proprio per l’assenza di qualsiasi possibile distrazione visiva o narrativa forse ancora più angosciante.

Distopia ancorata agli eventi presenti, in particolare alla Brexit e alle sue derive nel prossimo futuro, il film ipotizza che un gruppo rivoluzionario inizi una cruenta guerra civile, con molteplici incolpevoli vittime. Il governo centrale, cercando di mettere fine ai cruenti scontri, commissiona allora una misteriosa sperimentazione clinica dentro un laboratorio segreto, in cui si trova la White Chamber del titolo, un’asettica stanza bianca circondata da pareti di plexiglass al cui interno delle cavie umane servono per testare un arma chimica letale. A capo della ricerca c’è un’algida dottoressa, che con estrema crudeltà procede a testare sulla sventurata cavia umana, un potentissimo derivato della metanfetamina, chiamato Argo, che servirà come stimolante per le truppe britanniche, con minimi effetti collaterali. La volontà di mettere fine ad un sanguinoso conflitto o la ricerca medica, tuttavia, sono solo una copertura che nasconde motivazioni ben più personali, prime tra tutte la vendetta.

Minimalista nei set come nel cast (tra cui spicca Shauna Macdonald), White Chamber si apre con una premessa ex abrupto, per poi andare a ritroso a svelare la natura dei protagonisti e dell’inquietante stanza stessa del titolo. La digressione è sviluppata in capitoli, ciascuno relativo ad un giorno in cui è scandito il tempo e in cui scopriamo lentamente la reale natura e i trascorsi dei personaggi, o almeno di quelli principali, nonché le vere motivazioni delle loro azioni. Seguiamo la parabola di ognuno di loro: l’alternanza di estremo sadismo e crolli emotivi della dottoressa a capo del gruppo medico, le distaccate reazioni di un vecchio dottore, ormai disincantato, il più costante e miope sostegno da parte di una delle sue assistenti, infine il costante vacillare della nuova arrivata, Ruth, un’impiegata amministrativa del National Security Concil da poco unitasi all’equipe. Tale spettro umano fa da contraltare all’evoluzione dell’esperimento vero e proprio, quello che vede un soggetto, a cui è somministrato di un potente eccitante, sottoposto poi all’alternanza di caldo e freddo, di scosse elettriche e così via, per vederne la reazione e la resistenza. Infine, viene introdotta una seconda cavia, che subisce stimoli ancora più estremi, fino a una pioggia d’acido che la sfigura! Eppure le violenze sono solo la superficie, solo uno strumento …

Alcune immagini sono certo agghiaccianti, è indubbio, ma ancor di più lo sono le implicazioni teoriche suggerite nel film. Cinica analisi della natura umana sviluppata in un ambiente claustrofobico, White Chamber si pone infatti un inquietante quesito: quanto delle terrificanti barbarie possono essere scusabili per un apparente ‘bene comune’? Allo stesso modo si interroga su quanto atroce possa essere la tortura a cui sottoponiamo un nostro simile, quanto efferato possa essere un nostro gesto, prima di diventare automaticamente dei veri e propri mostri. Lo chiede ad alta voce a una collega la protagonista, mentre avanza nelle varie fasi della sperimentazione e osserva glaciale la terrificante degenerazione fisica e mentale causata della sostanza che ha creato. Se lo domanda, mentre si guarda allo specchio in preda alla strisciante senso di colpa, ma nulla le impedisce di continuare. Al contrario, la donna, una volta una persona ‘comune’, ha smarrito ormai tutta la sua umanità a causa del dolore e delle perdite dei propri cari.

Privo d’ogni ipocrisia, però, o di facili risposte, White Chamber non si dilunga in una qualche banale tirata contro il potere inneggiando ai rivoluzionari, né delinea questi ultimi  come folli terroristi. Entrambe le parti sono altrettanto colpevoli di orribili atrocità, e l’aspetto peggiore è che viene suggerito che sia divenuto ormai la normalità e scusato. Come professa ad un certo punto uno dei personaggi: “La violenza è l’unico linguaggio che la gente parla ora, non abbiamo altra scelta che impararlo anche noi“. Domanda questa che Paul Raschid non si limita a inserire in una delle sequenze filmiche, ma che attraverso questa fin troppo verisimile distopia pone all’uomo contemporanea, fin troppo portato a scusare  peggiori efferatezze.

Di seguito trovate il trailer ufficiale:

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