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6/10 su 903 voti. Titolo originale: Widows, uscita: 06-11-2018. Budget: $42,000,000. Regista: Steve McQueen.

Recensione | Widows – Eredità criminale di Steve McQueen

09/11/2018 di Giovanni Mottola

Grazie a un intreccio a orologeria, ottimi attori e atmosfere forti ma non ossessive, il regista realizza un thriller al tempo stesso palpitante e impegnato senza essere retorico, coniugando film per il pubblico e film d'autore

Viola Davis, Elizabeth Debicki, and Cynthia Erivo in Widows eredità (2018)

Si potrebbe pensare che un regista che decide di far seguire a un film premiato con l’Oscar un thriller ispirato a una non indimenticabile serie televisiva degli anni Ottanta – come ha fatto Steve McQueen proponendo ora Widows – Eredità Criminale dopo 12 Anni Schiavo del 2013 – sia un pazzo. In realtà c’è del metodo in questa follia, perché Widows (stesso titolo dell’antica serie, affiancato in italiano nell’efficace – pur se infedele – “Eredità criminale”) è qualcosa di più di un thriller e costituisce al tempo stesso la sintesi dei suoi precedenti lavori nonché, a giudizio di chi scrive, l’evoluzione in positivo del suo modo di fare cinema.

Finora aveva realizzato tre lungometraggi: i primi due, Hunger e Shame, si caratterizzavano per la violenza materiale e ancor più psicologica che connotava tanto la scelta del tema quanto la forma per esprimerlo. Nonostante la calorosa accoglienza riservata al secondo dal pubblico della Mostra del Cinema di Venezia nel 2011, questi film non uscirono da una certa nicchia a causa di svariati passaggi troppo espliciti per consentirne un successo plebiscitario. Misero comunque in mostra la stoffa di attore e regista, diventando il trampolino per una sfolgorante carriera per Micheal Fassbender e per una cooptazione di Steve McQueen a Hollywood, dove si trasferì per girare il suo terzo film (12 anni schiavo) con il quale, pur senza rinnegare il suo stile e le sue tematiche forti, dovette adeguarsi alle regole commerciali che richiedono di realizzare un prodotto di facile vendibilità. Forse il filmmaker si è imborghesito, rinunciando all’indipendenza di cui avrebbe continuato a godere se avesse scelto di rimanere fuori dalle grandi produzioni; il suo cinema però ne ha guadagnato, liberandosi da quegli eccessi che rischiavano di zavorrare film per il resto intelligenti e ben strutturati. Accantonato quindi quel pizzico di ossessività con cui agl’inizi descrisse abusi carcerari o nevrosi sessuali, realizzò un film sulla schiavitù dei neri americani nell’Ottocento, sfogando la sua propensione alle situazioni forti esclusivamente in qualche scena di sadismo da parte degli sfruttatori bianchi.

Il risultato fu ottimo, anche se è forte il sospetto che a contribuire all’incetta di premi siano stati l’argomento e la possibilità di leggerlo in una chiave attuale e politicamente corretta. Al quarto giro, McQueen mostra di aver raggiunto un equilibrio definitivo tra la tensione dei primi lavori, la soggezione alla tacita imposizione degli studios circa l’inserimento di tematiche sociali (doveroso a maggior ragione per un premio Oscar) e la pretesa che non finiscano annacquate in un film eccessivamente “di genere”. La riprova è che in Widows – Eredità criminale sono ormai rari i cedimenti all’antico vizio d’indugiare su episodi di violenza gratuita, come nella scena dei due rapper sorpresi in palestra dai banditi.

Per il resto il film si compone di numerosi momenti intensi e cinematograficamente d’effetto, come si può capire fin dalla prima scena, realizzata con un montaggio che incrocia la quiete del contesto domestico dei protagonisti con la tempesta della rapina che finirà per sconvolgerlo. Ma è una forza che intende colpire la testa dello spettatore, risparmiandogli la pancia e lasciandogli così la lucidità per cogliere non soltanto la qualità della sceneggiatura o i virtuosismi tecnici della regia, ma anche le implicazioni psicologiche legate all’importanza dei ruoli femminili e, immancabilmente, al tema del conflitto razziale. E’ il dosaggio magistrale di questi ingredienti a far sì che Widows – Eredità criminale, pur raccontando poco di originale, costituisca un film superiore alla media: qualcosa più di un thriller, senza però deviare dalla componente primaria del genere, ovvero la capacità di avvincere lo spettatore attraverso i classici elementi di trama, tensione, azione e colpi di scena. Steve McQueen è dunque riuscito a conciliare film d’autore e film per il pubblico, che viene sollecitato alle stesse riflessioni di tante altre pellicole in modo avvincente anziché tedioso.

Per ottenere tale risultato gli è stato sufficiente un ritocco rispetto all’idea originaria della serie televisiva ispiratrice: là si raccontava di vedove bianche dedite a rapine in quel di Londra; qui di vedove nere (con un’unica eccezione) che tessono la loro tela criminale a Chicago. Lo fanno senza vocazione, costrette dal fatto che i loro mariti sono morti in un conflitto a fuoco con la Polizia mentre stavano rapinando un furgone contenente due milioni di dollari. Quei soldi appartenevano al nero Jamal Manning (Brian Tyree Henry), capobastone locale in corsa per le elezioni del rappresentante del 18° distretto contro il bianco Jack Mulligan (Colin Farrell), erede di una famiglia al potere da generazioni. Il denaro è sparito e Manning minaccia Veronica (Viola Davis), moglie del defunto capobanda Harry Rawlins (Liam Neeson), concedendole un mese di tempo per restituirglielo. Il marito le ha lasciato soltanto un taccuino contenente degli appunti, compresi quelli per il prossimo colpo da cinque milioni. Veronica raduna le altre due vedove (ce ne sarebbe anche una quarta, ma riesce a rintracciarla troppo tardi) e propone loro: “Facciamolo noi: non abbiamo altra scelta”. Un intreccio molto ben congegnato, con numerosi colpi di scena tutti calibrati in modo da non stravolgere la storia, ma al tempo stesso sufficienti a spiazzare lo spettatore e a fargli scoprire errate le nuove convinzioni che si era formato sulla base di quello precedente.

Una tecnica che la sceneggiatrice Gillian Flynn aveva già dimostrato di saper maneggiare con L’Amore Bugiardo – Gone Girl (2014) e conferma ora, conquistandosi buona parte della merito nella riuscita del film. Rispetto alla sua prima stesura, Steve McQueen ha apportato soltanto una modifica, pur sostanziale, modificando il personaggio di Veronica da bianca a nera. Non sappiamo se abbia avuto altri motivi, ma quello ufficiale è stato la volontà di chiamare come interprete Viola Davis – qui nei panni di protagonista unica dopo aver fatto pari con Denzel Washington nella prova d’attore in Barriere (2016) d essersi guadagnata l’Oscar – e la scelta si è rivelata azzeccatissima. Seppur meno carismatiche sono però brave anche le sue “complici”: la tosta bambolina Elizabeth Debicki (“Alice”), la combattiva Michelle Rodriguez (“Linda”) e la dura dal cuore d’oro Cynthia Erivo (“Belle”). Con un quartetto così era inevitabile che i maschietti finissero all’angolo, aggrappati alla classe di Robert Duvall, presente in una particina, e a un Liam Neeson che, pur avendo un’importanza cruciale per il film, è relegato nel ruolo di comprimario. Forse per questo il regista non ha fatto ricorso alla personalità ormai debordante del fidato Michael Fassbender, protagonista dei suoi tre precedenti lavori.

Un film al femminile dunque, dove gli uomini incarnano figure abbastanza mediocri, salvo forse Duvall a rappresentare una mentalità superata, e le donne interpretano personaggi ben sfaccettati e complementari, che consentono loro di portare in scena il dolore, la determinazione, la forza d’animo e la generosità. E financo, in chiusura di film, l’inaspettata tenerezza di un sorriso.

Di seguito il trailer originale di Widows Eredità Criminale, nei nostri cinema dal 15 novembre:

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