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Riflessione | Apocalittici e doppi: il lascito di Philip K. Dick

14/11/2019 news di William Maga

Nei racconti dello scrittore scomparso nel 1982 l'uomo vive in un presente già devastato dal futuro. Dai replicanti di Blade Runner ai ricordi di Atto di forza: nessun eroe, solo 'duplicati'

La recente comparsa sulle scene – al cinema e in TV (o PC …) – della serie Philip K. Dick’s Electric Dreams e di Blade Runner 2049 (la recensione) conferma quanto l’attenzione verso Philip K. Dick e i suoi lavori non sembri destinata a calare, nonostante lo scrittore californiano si scomparso ormai dal 1982.

Facendo un salto nel tempo, fino ai primi anni ’90 in Italia l’autore era stato tradotto prevalentemente dalla mai abbastanza lodata – per gli amanti della sci-fi e del fantasy – Editrice Nord, che aveva pubblicato anche un volume di interventi critici Philip K. Dick: Il sogno del simulacri a integrare con le pagine dedicate a Philip K. Dick da Antonio Carotila ne Il cyborg: saggio sull’uomo artificiale. Parecchi romanzi erano poi apparsi nelle varie collane dedicate alla fantascienza da Arnoldo Mondadori, Fanucci che aveva pubblicato un altro paio di opere importanti. Sempre Mondadori e Fanucci avevano presentano con tempestività due raccolte di racconti dickiani comprendenti Memoria totale I difensori della Terra.

i difensori della terra dickMa Philip K. Dick meritava anche l’apprezzamento di un’editoria ‘non specializzata’, esattamente come i colleghi Kurt Vonnegut, James Graham  Ballard o Ursula Le Guin. Come i suol colleghi anglo-americani, e come il polacco Stanisław Lem, egli ha infatti trasformato la fantascienza in uno strumento capace di indagare la realtà contemporanea non meno del romanzo moderno più conosciuto.

Personaggio difficile e talvolta sgradevole, sempre alla ricerca di compagne disposte a sopportarlo, tentato dall’esperienza della droga (i cui effetti devastanti egli denunciò in uno degli ultimi romanzi, Valis, 1981), lo scrittore era convinto di essere la vittima di una cospiratone occulta organizzata ai suoi danni dalla CIA. Citiamo un episodio che la dice lunga sulle sue contraddizioni e sulla sua mania di persecuzione: nel 1975, mentre Science Fiction Studies gli dedicava un numero monografico in cui veniva sancita la sua importanza di romanziere distopico e visionario, egli inviava lettere per denunciare come sovversivo il direttore della rivista canadese, Darko Suvin, un accademico di origine iugoslava noto per le sue simpatie marxiste. Se è giusto, come sosteneva Oreste Del Buono in un suo acuto commento apparso su Tuttolibri de La Stampa del 1991, tenere nella giusta considerazione l’esistenza raminga da «poeta maledetto» di Philip K. Dick, occorre però rifiutare i riti celebratori che, dopo la morte, hanno fatto di lui un oggetto di culto da parte di alcuni adepti, i quali fecero circolare la voce che l’autore americano, come Elvis Presley, non fosse morto, ovvero, che fosse riapparso sulla Terra, come un novello Gesù Cristo.

Tutto quello che vi e di eccessivo e di paranoico nel «personaggio» Dick diviene materia del linguaggio allucinato e aggrovigliato che circola nei romanzi di fantascienza scritti a partire dalla metà degli anni ’50 con la furia frenetica di chi non solo si deve guadagnare da vivere, ma vuole comunicare una profezia disperata, e sceglie, per dar corpo all’angoscia, un genere narrativo ‘minore’, con il suo apparato di universi futuri, città post-apocalittiche, pianeti colonizzati, macchinari avveniristici. Eppure, mai come in Philip K. Dick, il linguaggio della cultura di massa si carica di riferimenti e di echi della grande tradizione letteraria, assume talvolta cadenze bibliche, rivisita il mito della Terra Desolata, reinventa personaggi e situazioni che sembrano tratte dall’Amleto e dalla Tempesta di William Shakespeare. In bilico tra l’incubo della guerra atomica e il terrore di un’utopia tecnologica simulata e fasulla, la narrativa dello scrittore nato a Chicago dispiega la disarmonica sinfonia di un presente già devastato dal futuro, dove gli esseri umani sono macchine programmate, simulacri, dove non esistono eroi né tanto meno eroine, ma solo creature spaurite, perdute nelle proprie allucinazioni private, afasiche fino all’autismo (il giovane Manfred di Noi Marziani, 1964), spesso deformi anche nel fisico.

Le-Tre-Stimmate-Di-Palmer-Eldritch-dickAl di sopra di questa umanità smarrita e immersa come in un girone infernale, tra le macerie e i rifiuti urbani (il kipple), si svolge di solito un’implacabile e furibonda lotta per il potere, priva di qualsiasi giustificazione etica o ideologica, condotta da figure grottesche di capitalisti, politicanti corrotti, signori dei mass-media, attraverso cui viene manipolata la volontà delle masse. Lo scenario che viene costruito ne La penultima verità (1964) e ne I simulacri (1964), in Noi Marziani e ne Le tre stimmate di Palmer Eldritch (1963), in Il cacciatore di androidi (1968) in Ubik (1969), riflette l’interiorità della coscienza torturata dell’uomo moderno, espropriato anche della realtà quotidiana, e diviene rappresentazione ‘storica’ di una rovina che appartiene alla civiltà americana. Perciò non è nell”anticipazione scientifica che vanno cercate le fonti dell’ispirazione dickiana, ma, semmai, nella distopia crudele di 1984 di George Orwell, con la continua manipolazione, anche semantica, della verità, o dei canovacci ridondanti e iperreali di Alfred Elton van Vogt, paradossalmente vicini a una certa produzione dei fumetti fantastici.

Romanzi come Cronache del dopobomba (1965) o La svastica sul sole (1962) sono truculente messinscene gotiche che ‘simulano’ un futuro niente affatto ‘verisimile’, e tuttavia ‘reale’, come può esserlo l’incubo scatenato dalle ossessioni di un bambino focomelico, che vuole dominare il mondo, o dalla mente malsana di un neo-nazista, che immagina un’America occupata da tedeschi e giapponesi alla fine della seconda guerra mondiale. L’influsso della prosa di Philip K. Dick, che scrisse anche romanzi mainstream pubblicati solo dopo la sua morte, è tangibile in tutti quegli scrittori che interpretano la fantascienza, per dirla con Northrop Frye, come visione malefica, dal primo J. G. Ballard (Incubo a quattro dimensioni) a John Brunner (La scacchiera, Il gregge alza la testa), fino alla Le Guin de La falce dei cieli, dove la ‘realtà’ viene smontata e rimontata attraverso i sogni del protagonista, manovrati dalla follia di uno scienziato ‘utopico’.

Ma i veri continuatori dell’opera di Philip K. Dick sono stati i cosiddetti ‘cyberpunk’ e soprattutto William Gibson, l’autore di Neuromante (1984) e di Giù nel Ciberspazio (1986). nelle cui pagine si estende lo Sprawl, una gigantesca megalopoli che sembra uscita dallo schermo del Blade Runner cinematografico di Ridley Scott, dove la droga altera la percezione del reale, gli esseri umani possono essere ricostruiti con organi artificiali, e i computer creano uno «spazio virtuale», in cui l’uomo si introduce, per vivere incredibili avventure a contatto con esseri sovrannaturali. “Le infinite distese di quello spazio che non era spazio” (Giù nel ciberspazio) esistono già in Philip K. Dick come metafora della fantascienza e dei suoi procedimenti narrativi, che esplorano gli interstizi dei sogni e , degli incubi tecnologici.

Per il lettore che ha qualche difficoltà ad affrontare l’elaborata struttura dei romanzi dickiani, i racconti costituiscono una più agevole, ma sempre efficace, via d’accesso. Cosi, per tornare alla già citata antologia mondadoriana, se in Memoria totale, ogni finta memoria impiantata nella mente del protagonista si rivela più reale della realtà, in Le formiche elettriche il protagonista scopre di essere una creatura meccanica, predisposta a percepire una realtà illusoria. Ma, nel momento in cui la finzione è stata individuata, e l’androide, con un gesto umanissimo, pone fine alla sua vita simulata, tutti i personaggi “reali che sono intorno a lui svaniscono, come ombre di un sogno elettronico.”

Commentando uno dei suoi primi racconti, Impostore (1953), Philip K. Dick si chiese: “Sono umano? O sono semplicemente programmato a credere di esserlo?“.

Il trailer di Atto di Forza di Paul Verhoeven del 1990:

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