Voto: 5/10 Titolo originale: Street Fighter , uscita: 13-10-2026. Budget: $82,000,000. Regista: Kitao Sakurai.
Street Fighter, recensione: il nuovo film con Noah Centineo e Jason Momoa punta tutto sulla nostalgia, ma dimentica la storia
15/10/2026 recensione film Street Fighter di Marco Tedesco
Kitao Sakurai riporta al cinema il celebre videogioco Capcom con un cast sorprendente, combattimenti spettacolari e un'estetica anni Novanta. Ma tra fan service, comicità e una sceneggiatura disordinata, il risultato convince soltanto a metà

Trasformare Street Fighter in un film significa confrontarsi con un paradosso: il videogioco Capcom deve gran parte del proprio successo a personaggi immediatamente riconoscibili e a combattimenti spettacolari, ma nessuno di questi elementi garantisce, da solo, un racconto cinematografico convincente. Il nuovo adattamento diretto da Kitao Sakurai sembra perfettamente consapevole del problema, salvo poi arrendersi alla tentazione di accumulare riferimenti, personaggi e mosse iconiche senza trovare una struttura capace di sostenerli.
Interpretato da Noah Centineo, Andrew Koji e Callina Liang, con Jason Momoa, David Dastmalchian e numerosi volti del wrestling e della musica, Street Fighter è un omaggio dichiarato all’immaginario videoludico degli anni Novanta. Un’operazione nostalgica che funziona quando abbraccia la propria natura eccessiva e cartoonesca, ma perde progressivamente efficacia quando cerca di trasformare il fan service in una narrazione.
La vicenda prende avvio nel 1987, attraverso un prologo animato che introduce Ken Masters (Noah Centineo) e Ryu (Andrew Koji), due combattenti cresciuti sotto la guida del maestro Gouken (Don Lee). La morte del mentore e l’influenza del misterioso Akuma (Joe Anoa’i) finiscono per separarli.
Sei anni dopo, Ken è diventato una celebrità autodistruttiva, mentre Ryu conduce un’esistenza appartata. A riunirli è Chun-Li (Callina Liang), che li coinvolge in un nuovo torneo World Warrior organizzato dal criminale M. Bison (David Dastmalchian), intenzionato a sfruttare i poteri dei combattenti per i propri scopi.
La premessa è volutamente elementare e avrebbe potuto funzionare proprio grazie alla sua semplicità. Ma il film moltiplica rapidamente personaggi, alleanze e conflitti, fino a trasformare il torneo in uno dei tanti elementi di una vicenda sempre più dispersiva.
La scelta più riuscita di Sakurai riguarda la ricostruzione dell’immaginario pop dell’epoca. Videoclip televisivi, musica hip-hop, costumi eccentrici e acconciature improbabili restituiscono l’atmosfera di un periodo nel quale Street Fighter II rappresentava uno dei fenomeni centrali della cultura arcade.
Particolarmente efficaci sono le sequenze animate in 2D realizzate dallo studio Titmouse, che riprendono l’estetica degli anime d’azione e conferiscono ai ricordi dei protagonisti un dinamismo superiore a quello di molte scene dal vivo.
Il problema è che queste parentesi risultano talmente riuscite da mettere in evidenza i limiti del resto del film. L’animazione possiede una coerenza stilistica che il live action, continuamente sospeso tra parodia e dramma, fatica a raggiungere.
Anche la ricostruzione dei personaggi è dominata dalla fedeltà iconografica. Guile (Cody Rhodes), Blanka (Jason Momoa), Balrog (50 Cent), Vega (Orville Peck) e Dhalsim (Vidyut Jammwal) sembrano usciti direttamente dal videogioco. Ma riconoscibilità visiva e caratterizzazione narrativa non coincidono: molti di loro vengono introdotti soprattutto per offrire allo spettatore il piacere immediato del riconoscimento.
Quando Sakurai lascia spazio alla fisicità degli interpreti, Street Fighter riesce a trovare momenti di autentico divertimento. Il confronto iniziale tra Ken e Ryu, ambientato in una camera d’albergo, sfrutta efficacemente il contrasto tra l’aggressività disordinata del primo e il controllo quasi imperturbabile del secondo.
È una sequenza nella quale la coreografia diventa anche caratterizzazione: i movimenti raccontano il rapporto tra i personaggi senza bisogno di lunghe spiegazioni.
Convince anche il combattimento tra Ken e Balrog, costruito attraverso un’alternanza di colpi violenti e rallentamenti che enfatizzano l’impatto fisico. Callina Liang, dal canto suo, conferisce a Chun-Li un’energia notevole, rendendola una delle presenze più incisive del film.
Eppure, proprio quando il torneo dovrebbe diventare il centro dello spettacolo, la narrazione comincia a frammentarsi. I combattimenti vengono interrotti, alcune sfide rimangono marginali e l’azione cede continuamente spazio a sottotrame che non trovano uno sviluppo soddisfacente.
Il risultato è particolarmente frustrante perché un film tratto da un picchiaduro finisce per sacrificare proprio la progressione dei combattimenti, che avrebbe potuto offrirgli una struttura narrativa naturale.
Il limite principale di Street Fighter emerge nella seconda metà, quando la sceneggiatura di Sakurai e T.J. Fixman cerca di ricondurre a una conclusione le numerose linee narrative introdotte.
La rivalità tra Ken e Ryu, il desiderio di vendetta di Chun-Li, le ambizioni di Bison e la minaccia rappresentata da Akuma procedono senza integrarsi davvero. Le rivelazioni arrivano spesso attraverso spiegazioni tardive, mentre il montaggio interrompe la continuità dell’azione e indebolisce la costruzione dei conflitti.
Anche il tono rimane instabile. Il film alterna momenti volutamente grotteschi a passaggi drammatici che richiederebbero un coinvolgimento emotivo mai adeguatamente costruito. Le battute autoreferenziali sembrano voler prevenire le critiche riconoscendo l’assurdità della vicenda, ma essere consapevoli dei propri eccessi non significa necessariamente saperli trasformare in comicità efficace.
La rappresentazione di Chun-Li evidenzia inoltre una contraddizione: Liang interpreta un personaggio forte e carismatico, ma la regia recupera anche elementi di sessualizzazione gratuita che appartengono agli aspetti meno interessanti dell’immaginario originale.
Ne deriva un’opera che vuole contemporaneamente celebrare e prendere in giro il passato, senza riuscire a stabilire una distanza critica dalla nostalgia che alimenta.
Il nuovo Street Fighter non manca di energia, interpreti convincenti e intuizioni visive. La comicità fisica, alcune coreografie e soprattutto le sequenze animate dimostrano che il materiale di partenza può ancora generare uno spettacolo cinematografico originale.
Ma l’accumulo di citazioni e personaggi finisce per sostituire qualsiasi autentica progressione drammatica. Sakurai sembra interessato soprattutto a riprodurre le sensazioni associate al videogioco, dimenticando che il cinema richiede una costruzione diversa del ritmo e dei conflitti.
Il paradosso è che Street Fighter riesce a ricreare l’aspetto del gioco, ma non la chiarezza e l’immediatezza che ne hanno determinato il successo. Un adattamento che sa come evocare il passato, ma fatica a trovare qualcosa di nuovo da raccontare.
Nei cinema italiani dal 15 ottobre.
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